29 Maggio 2026 Giudiziaria

Fabio Repici: ‘Riuscirò a far confessare a Chiara Colosimo il depistaggio che sta facendo oggi la Commissione Antimafia’

Nel Salone dei Cinquecento si è tenuto il convegno “Strage e attentati: il mosaico incompiuto della verità giudiziaria” per il 33° anniversario della strage di via dei Georgofili, in cui familiari delle vittime, magistrati, avvocati e giornalisti hanno chiesto a gran voce di completare il “mosaico incompleto” delle verità giudiziarie sulle stragi italiane.

“Siamo arrivati al momento in cui si può fare il collegamento fra il primo e il secondo tempo dell’unica strategia della tensione” che va dal primo maggio ’47 fino al 1994. “Ci sono sfumature, pezzi, porzioni siciliane di tutte le stragi che non sono ancora emerse”. “Forse Firenze è la sede di quella centralità, di quel ruolo. Uno sforzo di tutti, e sperabilmente anche delle istituzioni, porterebbe a ulteriori conoscenze, a ulteriori elementi di fatto che ricompongono quello scenario” ha dichiarato l’avvocato Fabio Repici, legale di Salvatore Borsellino e di Jamil El Sadi, “magari avrò la possibilità di esaminare come querelante l’onorevole Chiara Colosimo, e confido che riuscirò a farle confessare il depistaggio che sta facendo oggi la Commissione Antimafia” ha aggiunto. “Lo dovrà confessare, perché dovrà spiegare che cosa sono state le riunioni preliminari e i lavori della Commissione Antimafia fatti da lei col generale Mori, con gli esponenti del Partito Radicale e con l’avvocato Trizzino”.
A prendere parola sono stati anche i legali delle associazioni familiari e delle vittime di mafia Danilo AmmannatoFederico SinicatoAndrea Speranzoni; moderatrice Antonella Beccaria, saggista e giornalista. Sono stati inoltre mostrati i contributi filmati di Salvatore Borsellino, Nino Di Matteo e Michele Riccio.

Il riferimento di Repici è al depistaggio istituzionale posto in essere tramite il dogma del dossier mafia-appalti, che tradisce di fatto la dottrina Falcone parcellizzando il panorama stragista. “La strage di Via dei Georgofili non può essere ricostruita esattamente in maniera compiuta se non insieme agli altri attentati precedenti e successivi. Non può essere compresa se si perdesse di vista il particolare contesto nazionale, politico nazionale e internazionale, e le trattative in quel momento in corso tra pezzi dello Stato ed esponenti di vertice di Cosa nostra” ha detto Nino Di Matteo, sostituto procuratore nazionale antimafia.

Il magistrato ha poi sottolineato: “Lo sforzo deve essere quello di collegare i fatti, individuare il filo che li lega, valorizzare i tanti punti di contatto e comprendere quanto in ciascuno di essi abbiano avuto un ruolo spesso decisivo complicità istituzionali, anche sotto forma di omertà, di squallidi motivi e convenienze di parte, se non di veri e propri depistaggi.” Non solo, come ha detto Lorenzo Baldo, vicedirettore di ANTIMAFIADuemila, queste sono “stragi di Stato che attendono ancora una verità giudiziaria sui mandanti esterni di quegli eccidi, sui quali pesa come un macigno l’ombra dei servizi segreti americani, da sempre presente nei misteri delle stragi del nostro Paese.” A questo si aggiunge il “silenzio omertoso degli uomini delle istituzioni chiamati a testimoniare sul biennio stragista ’92-’93. Si sovrappongono le dichiarazioni di ex mafiosi che hanno collaborato con la giustizia, alcuni dei quali hanno evidentemente avuto paura di dire tutto quello che sapevano su quegli apparati di Stato che hanno ideato la strategia stragista servendosi di Cosa nostra.”

Oltre a questo c’è anche il ruolo di soggetti legati a doppio filo con l’eversione di destra e i servizi segreti. “Il ruolo dei servizi fin da allora” – ha detto l’avvocato Federico Sinicato, legale dei familiari delle vittime della strage di Brescia – “era quello di affiancare, istruire in qualche caso, facilitare il compito di gruppi terroristici, lasciarli poi vivere la loro stagione di apice ed essere pronti a intervenire dopo che avvenivano i fatti più eclatanti per coprire, annullare, annacquare, spostare, impedire, rendere il più difficile possibile la ricostruzione. Questo è il ruolo che facevano i servizi all’epoca”.  “AllItalia, paese fragile, doveva essere garantito al paese di rimanere nell’ambito dell’Occidente, della NATO. Questo aveva previsto già anni prima l’esistenza di un trattato segreto che si chiamava Stay Behind, Gueranda, che in Italia poi si è chiamato volgarmente Gladio, e cioè l’esistenza di un accordo tra— badate bene e guardate la coincidenza— tra i vertici delle forze armate, del Ministero degli Interni e della Difesa, e alcune frange di cittadini di estrema destra, in buona sostanza cosiddetti patrioti, pronti a prendere le armi nel caso in cui fosse stato necessario combattere il comunismo. C’erano dei depositi di armi e di esplosivo, specialmente nel Veneto, perché era la regione più vicina al confine evidentemente, con le armi già pronte, oliate, e alcuni di questi civili, e non soltanto militari, avevano l’accesso a questi depositi. Questo è quello che avveniva in quegli anni, la realtà di quegli anni”. “Quando andammo in Cassazione, finisco con questo ricordo personale, quando andammo in Cassazione a discutere dell’ultimo processo per la strage di Piazza della Loggia, lì vi erano state due sentenze di assoluzione e fu la Procura Generale di Brescia e noi familiari delle vittime a impugnare davanti alla Cassazione quelle due sentenze che secondo noi erano vergognosamente ipocrite nell’analisi dei dati processuali. Fu proprio questo il tema: ma il giudice è tenuto ad analizzare in modo asettico ogni piccola circostanza in modo del tutto autonomo? Oppure al giudice è dato il dovere di mettere insieme tutti i dati, di avere il coraggio di ragionare in profondità, in prospettiva rispetto a quello che ha davanti, rispetto alle carte, quello che era mancato in tutti i processi precedenti. Bene, quei giudici della Cassazione, devo dire in modo encomiabile, fecero proprio questo lavoro. In quella sentenza riuscirono a guardare con un unico sguardo tutti i dati e fu manifesto a loro che non potevano essere assolti quegli imputati. Questo consentì poi di tornare davanti, in questo caso alla Corte d’Assise d’Appello di Milano, e da lì di arrivare alla sentenza di condanna di Maggi e di Tramonte. Ecco, è questo quello che è mancato, e mi permetto di dire che è volutamente mancato in tutti questi anni. Il sistema ha volutamente cercato di mettere i bastoni fra le ruote sempre”.

Le stragi indicate da Paolo Bellini

La strage di Via dei Georgofili, intimamente legata alle stragi che la precedono di un anno, Capaci e Via d’Amelio, è la prima in cui viene attuata la strategia suggerita da Paolo Bellini, quella “di attentare al patrimonio artistico della nazione” ha detto Salvatore Borsellino, fondatore del Movimento delle Agende Rosse. “Oggi, 27 maggio, anniversario in cui si commemora una delle più efferate stragi che hanno insanguinato il nostro Paese, a partire dalla strage di Piazza Fontana, se non addirittura da Portella della Ginestra, facenti parte di una stessa strategia criminale” volta “a sovvertirli per creare nuovi equilibri di potere nel nostro Paese.” “Questa è una strage emblematica che certifica e rappresenta come Cosa nostra e le organizzazioni criminali troppo spesso nel nostro Paese siano state utilizzate da un sistema più alto delle stesse, da quello che viene chiamato il deep state, lo Stato profondo.”

Anche Borsellino ha parlato della vicenda di Jamil El Sadi: Colosimo ha querelato l’attivista di Our Voice “poi sono stato querelato io, questa volta da Mario Mori, per aver affermato quello che sono pronto a riaffermare, cioè che è a casa sua, piuttosto che in quella dei morti come Tinebra e La Barbera, che bisogna andare a cercare l’agenda rossa di Paolo Borsellino, sottratta in via D’Amelio dai servizi. Mori, l’ho affermato, è stato capo dei servizi e quindi non può non sapere dove viene nascosta e non conoscerne il contenuto. Un’altra querela mi è stata preannunciata da parte di un ex parlamentare di destra, militante da giovane insieme con mio fratello nel Fronte della Gioventù, perché mi sono convinto, e l’ho affermato, essere lui l’amico di Paolo, di cui Paolo, piangendo nel suo ufficio davanti al suo sostituto, il Massimo Russo, dice: Un amico mi ha tradito”.

Questa querela è già pervenuta al mio avvocato Fabio Repici e al giornalista Sigfrido Ranucci, per avere ripreso a Report le mie affermazioni. È storia quasi normale che il sistema di potere che oggi ci governa adoperi questi metodi, ma adesso si è passato il limite. Questa querela colpisce Jamil El Sadi, ma è stata fatta per intimidire me, che a Jamil, al giovane di Our Voice, ho voluto affidare quest’anno la gestione del giorno di memoria del 19 luglio.

Michele Riccio, generale del Ros dei Carabinieri in quiescenza, ha rimarcato il punto: ci sono vicende che “sono state affrontate fino ad oggi adottando una visione di parcellizzazione che ha isolato i fatti rendendoli innocui e impedendo di vedere la responsabilità che trasforma la tragedia in caos e i nodi di convergenza. Una visione completa di queste vicende avrebbe tolto spazio alla menzogna.”
“Questa strategia è stata ispirata e attuata con la copertura dei servizi deviati e in primis del SISDE, io vedo, e poi con altri attori ricorrenti, tutti ben noti, con il compito di nascondere e frammentare gli eventi per non renderli leggibili e per poi ricondurli ad errori o sottovalutazioni”
 ha detto Riccio, intervistato da Aaron Pettinari, caporedattore di questo giornale. “La speranza – ha detto Brizio Montinaro, fratello di Antonio Montinaro, agente di scorta di Giovanni Falcone – è che questo diventi un unico disegno completo finalmente, che porga a tutti noi cittadini la possibilità di avere finalmente verità giuridica, che sappiamo essere molto incompleta” ma “soprattutto di mettere insieme quella verità storica e quella oggettività storica davanti alla quale noi non possiamo assolutamente arretrare” coltivando “la speranza che questo diventi un unico disegno completo finalmente.”

Danilo Ammannato: manca il 10% di verità penale

Quanto manca alla verità penale per le stragi del ’93-’94?
“La verità penale la sappiamo al 90%, per cui manca, secondo l’Associazione dei Familiari delle Vittime di Firenze, un 10% di verità penale. Noi desideriamo e vogliamo fermamente che la Procura della Repubblica di Firenze rinvii a giudizio i concorrenti esterni, ai sensi dell’articolo 110 del codice penale, alle stragi del 1993″ ha detto l’avvocato Danilo Ammannato, storico difensore dell’Associazione Familiari Vittime della Strage di via dei Georgofili.

Proseguendo, Ammannato ha precisato: “Vogliamo un dibattimento pubblico, nel pieno contraddittorio delle parti, per vedere se Mori, Dell’Utri e Bellini, ai sensi dell’articolo 110, hanno agevolato e rafforzato la volontà stragista eversiva di Cosa nostra. Abbiamo elementi penali sufficienti per un rinvio a giudizio. Dell’Utri potrà difendersi nel pieno contraddittorio delle parti. Però un pubblico dibattimento con questi elementi ci deve essere, perché lo deve ai familiari delle vittime, lo deve alle vittime, lo deve ai fiorentini, ma lo deve a tutti gli italiani.”

“Noi desideriamo e vogliamo fermamente che la Procura della Repubblica di Firenze rinvii a giudizio quello che noi consideriamo le tessere mancanti alla verità penale e quello che noi consideriamo la mente politica. Ovvero che noi desideriamo e chiediamo già dall’anno scorso, insistiamo che ci sia il rinvio a giudizio contro Marcello Dell’Utri, contro il colonnello Mori, contro Bellini Paolo“.

Il suo pensiero è stato arricchito dall’avvocato Andrea Speranzoni, legale dei familiari delle vittime della strage di Bologna.

Abbiamo compreso molto bene che il percorso eversivo dell’estrema destra italiana da Piazza Fontana all’80 si colloca tutto dentro la strategia della tensione e vede una saldatura dei gruppi eversivi responsabili delle prime stragi, cioè Ordine Nuovo e Avanguardia Nazionale, con i NAR di Fioravanti e con gli uomini di Terza Posizione. La parola chiave è il ricatto politico e quel ricatto politico che abbiamo visto in essere nelle vicende del 2 agosto ’80 inaugura gli anni ’80 e arriva, non a caso, al 1992”.

Paolo Bellini, quando abbiamo iniziato a occuparci molti anni fa della vicenda del 2 agosto ’80, era un collaboratore di giustizia. Oggi leggiamo retrospettivamente rispetto ai fatti del ’92-’93 la sua figura”. “Paolo Bellini è in carcere, sta scontando l’ergastolo, non è più un collaboratore di giustizia, il velo è stato sollevato ed è giusto che paghi per quello che ha fatto, così come Gilberto Cavallini. Arriviamo a condanne che devono essere considerate per quello che sono: condanne che devono essere considerate per quello che sono, delle affermazioni di responsabilità di condotte per fatti gravissimi che hanno condizionato la vita repubblicana, hanno cancellato vite umane e hanno, in qualche modo, alterato anche la fisiologia democratica, creando delle ferite e delle cicatrici che rimangono nel tessuto della nostra Repubblica”.

Memoria, impegno civile e futuro

Luigi Dainelli, presidente dell’Associazione Familiari Vittime Georgofili, ha detto nel suo intervento che “siamo convinti che sia dal punto di vista storico che sotto il profilo giudiziario siano più le cose che ci uniscono di quelle che ci dividono. Vogliamo una risposta forte e chiara dalle istituzioni di questo Paese.”

“L’Italia è un Paese dove si è fatta politica con le stragi. L’obiettivo delle bombe del nord e degli agguati del sud è stato solo uno: fermare il cambiamento, eliminare tutte quelle condizioni e tutti quegli uomini che avrebbero potuto determinarlo.”

Con lui Benedetta Albanese, assessore del Comune di Firenze, ha detto che quella di oggi “non è soltanto una commozione, un’empatia che ancora oggi trasporta, ma è realmente la voglia di far luce e di contrastare, attraverso una cultura della legalità, una cultura della verità che parte dalle nostre scuole.” “Questa città resta ogni notte fra il 26 e il 27 maggio alle 1:04, in quel momento, e da lì abbiamo la ferma intenzione di non muoverci insieme alle associazioni fintanto che non avremo acclarato responsabilità e non avremo una verità che appartiene a una città intera.”

Io vedo qui un consesso di persone che hanno a cuore la verità, che hanno a cuore la giustizia, con la volontà di costruire attraverso l’impegno civile una società, una democrazia più sana. E credo che questo dia e continuerà a dare fastidio a qualcuno” ha aggiunto Paolo Lambertini, presidente Associazione Familiari Vittime Strage di Bologna. “Dobbiamo valorizzare l’importanza di quelle pagine processuali che oggi sono già state scritte e sono patrimonio conoscitivo. Sono importanti pezzi di verità raggiunti superando faticosissimi ostacoli, continuamente un percorso ad ostacoli.” Con loro sul palco è salito anche il giovane Nicolás Pereira, presidente Gruppo Provinciale di Firenze – Parlamento Regionale Studenti della Toscana: “La strage di 33 anni fa qui nel cuore di Firenze ci ricorda quanto in modo drammatico la mafia sia onnipresente. Fu un attacco infido nel cuore della nostra amata Firenze, non solo per le vittime” ma “anche per la coscienza collettiva.” “Se i giovani non riescono a fare memoria, si spegne quel fuoco che è il desiderio di giustizia. Noi non possiamo permetterlo, non c’è la volontà da parte di noi giovani di voler spegnere quel fuoco che è il desiderio di verità e di giustizia.”

Fonte: AMDuemila