12 Giugno 2026 Giudiziaria

Tra Ardita e Fusco alla Dna il CSM si aggrappa ai cavilli e si spacca senza decidere

di Karim El Sadi - "Carattere pretestuoso della richiesta" e "ragioni, altre, non espresse". Con queste durissime parole i consiglieri togati di Magistratura Indipendente hanno commentato, in una nota, il rinvio in Quinta Commissione (17 favorevoli, 10 contrari e 2 astenuti) della pratica del CSM sulla tanto attesa nomina a procuratore aggiunto della Direzione nazionale Antimafia. Dopo quasi dieci ore di udienza (tra ieri e oggi), questa mattina il plenum si è espresso sulla domanda presentata dai magistrati Sebastiano Ardita e Eugenio Fusco, decidendo, paradossalmente, di non esprimersi. O almeno per ora. Torna tutto in Quinta Commissione e si riparte da zero, con tutti i magistrati che hanno fatto domanda. Sulla nomina era prevedibile uno scontro tra correnti e così è stato. Il vulnus della mancata nomina prevista è squisitamente tecnico - o almeno così viene descritto da chi ha proposto il ritorno in Commissione - e riguarda la questione della “valenza selettiva” di sei anni di esperienza riferita all’art. 24 comma 1 del testo unico sulla dirigenza giudiziaria. Si tratta dei sei anni di differenza tra le esperienze professionali dei candidati per il conferimento di incarichi semidirettivi come quello alla Dna. Un aspetto che secondo alcuni membri del CSM - Michele Forziati (Unicost), Marcello Basilico (Area) e Domenica Miele(MD) - non è stato adeguatamente approfondito in sede di Commissione al momento della votazione dei candidati (tre voti per Ardita uno per Fusco). La questione era stata sollevata circa venti giorni fa dal magistrato Franca Imbergamo (già sostituto alla Dnaa), anche lei inizialmente in lizza per la carica, che aveva trasmesso delle note ma “solo ai consiglieri della V Commissione” e non al resto del CSM, segnala Domenica Miele.

L’osservazione di Imbergamo, secondo Miele ed altri consiglieri, è stata rafforzata dalla recentissima sentenza del Consiglio di Stato rispetto al ricorso della Dott.ssa Capranica, che ha sollevato dubbi negli stessi sulla corretta interpretazione/ valenza selettiva dei sei anni di esperienza di cui all’art. 24 del Testo unico comma 1 ex TU dirigenza giudiziaria (d.lgs 44/24).

Un criterio, però, come evidenziato dagli altri consiglieri restii al rinvio in commissione, che non assumerebbe alcuna rilevanza, stante il fatto che tra gli attuali candidati in corsa per la posizione di procuratore aggiunto alla Dnaa nessuno ha uno scarto di 6 anni nelle pregresse esperienze requirenti, nemmeno la Dott.ssa Imbergamo. "Altre, dunque, devono essere state le ragioni, ancorché non espresse", sottolineano i consiglieri di Magistratura Indipendente Paola D'Ovidio, Edoardo Cilenti, Maria Vittoria Marchianò, Maria Luisa Mazzola, Bernadette Nicotra, Eligio Paolini e Dario Scaletta.

La protesta di Magistratura Indipendente

Nella nota, Magistratura Indipendente ricostruisce al dinamica dell'espressione di non-voto alla delibera. "Nel corso del plenum di questa mattina, su proposta del consigliere Forziati (Unicost), è stato deliberato il ritorno in Commissione della proposta contrapposta relativa al conferimento dell'incarico di Procuratore Aggiunto presso la Direzione Nazionale Antimafia, tra i candidati Sebastiano Ardita ed Eugenio Fusco. La richiesta è stata motivata con riferimento all'asserita valenza selettiva di cui all'art. 24, comma 1 del T.U. (differenziale di sei anni nell'esperienza maturata presso le Dda e la Dna), nonché agli esiti della sentenza recentemente resa dal Consiglio di Stato sul cd. ricorso Capranica". Il medesimo tema, si legge, "è stato ripreso dal Consigliere Basilico, con intervento adesivo, e dalla Consigliera Miele, la quale ha aggiunto l'esigenza di valorizzare il profilo di esperienza nella persecuzione dei reati informatici, esperienza, peraltro, assente dal profilo curriculare della dottoressa Imbergamo. Abbiamo rilevato - sottolineano - il carattere palesemente pretestuoso della richiesta. In primo luogo, la proposta costituiva l'esito di un'istruttoria approfondita, condotta in Commissione, che aveva visto anche l'audizione del Procuratore Nazionale Antimafia, su sua espressa richiesta, e che si era conclusa con la formulazione della proposta contrapposta: Sebastiano Ardita prevalente''. ''Prima che le delibere approdassero in plenum, erano pervenute in Commissione le note della dottoressa Imbergamo, puntualmente analizzate e ritenute non significative ai fini di una eventuale modifica della proposta. Del pari, il tema della valenza selettiva dell'esperienza Dda e Dna dei candidati in comparazione risultava non conferente - spiegano i consiglieri di Magistratura Indipendente - non raggiungendo l'invocato differenziale il limite dei sei anni previsto dalla norma regolamentare (Ardita: 12 anni e 10 mesi; Imbergamo: 16 anni e 11 mesi). In definitiva, come efficacemente rappresentato in plenum dai Consiglieri Giuffré e Paolini oltre che dal Consigliere Papa, nessuna ragione tecnica legata all'applicazione del Testo Unico poteva giustificare una simile iniziativa, e ancor meno il voto maggioritario su di essa espresso. Altre, dunque, devono essere state le ragioni, ancorché non espresse''. I consiglieri di Mi a margine della vicenda ''ribadiscono con forza che, secondo il disegno costituzionale, il Consiglio Superiore della Magistratura è l'organo chiamato a garantire l'autonomia e l'indipendenza della Magistratura, nonché il rigoroso rispetto delle regole: al riparo dalle influenze esterne, ma anche da ogni condizionamento interno''.

L’insussistenza della richiesta secondo il presidente della Commissione

Sul punto, dopo la richiesta di ritorno in Commissione avanzata per primo dal consigliere Forziati, si è espresso votando contro il presidente della Quinta Commissione Felice Giuffrè che ha spiegato come la dinamica era stata già affrontata e superata durante i lavori. “Ne abbiamo discusso in commissione, né le note della dottoressa Imbergamo né la sentenza del Consiglio di Stato presentano profili che possono giustificare un ulteriore ritardo nella trattazione di questa pratica, posto che peraltro la trattazione della pratica che oggi all'ordine del giorno blocca le altre due pratiche pendenti per la nomina degli altri due posti di procuratore aggiunto, che peraltro lo stesso procuratore nazionale antimafia ci ha sollecitato perché ci ha segnalato l'urgenza”, afferma il consigliere. “Sotto questo profilo la sentenza Capranica per un verso per nulla c'entra con l'articolo 24 che regola la procedura selettiva di cui stiamo discutendo, che si distingue dagli altri articoli che sono in qualche modo coinvolti dalla sentenza Capranica. Questo lo spieghiamo nella proposta, c'è un paragrafo specifico che affronta questo argomento”, sottolinea. “Dall'altra parte, non costituisce elemento giustificativo di un eventuale rinvio per ulteriori approfondimenti e quindi per un'ulteriore perdita di tempo la nota della dottoressa Imbergamo, che ripeto è stata messa a disposizione di tutti i consiglieri oltre 20 giorni fa, e che peraltro non è nemmeno fondata nel merito, perché la dottoressa Imbergamo non vanta comunque, anche ad ammettere l'interpretazione della Capranica anche nell'articolo 24, perché comunque la dottoressa Imbergamo non vanta quel differenziale selettivo di 6 anni rispetto al Dottor Ardita”. La Dott.ssa Imbergamo, infatti, vanta 16 anni e 11 mesi nell'esercizio delle funzioni, il Dottor Ardita 12 anni e 10 mesi, “quindi si tratta di 4 anni che non raggiungono la valenza selettiva e anche per questo io stesso avevo ritenuto di concedere ulteriori due settimane agli altri componenti della Commissione che avevano ritenuto di non votare la proposta Ardita per approfondire questo profilo, all'esito di questa loro ulteriore istruttoria interna, verificato che non c'era la valenza selettiva, abbiamo deciso congiuntamente di andare avanti”. Ad aggiungersi alle perplessità del presidente della Quinta Commissione, anche il consigliere laico Michele Papa (M5S). “Ieri con trenta emendamenti presentati all'ultimo minuto sul Testo Unico si è ritenuto che non fosse neanche ipotizzabile in concreto il ritorno in commissione e oggi invece per ragioni assolutamente inverosimili si torna in commissione”.

Tornare in Quinta per evitare contenziosi

Secondo la consigliera Domenica Miele, il ritorno della pratica in Quinta Commissione è necessario per riesaminare un profilo che, a suo giudizio, non sarebbe stato approfondito adeguatamente durante l'istruttoria: quello, appunto, della cosiddetta “valenza selettiva” prevista dall'articolo 24 del Testo unico sulla dirigenza giudiziaria. Miele ha ricordato che, al momento del voto in Commissione, lei e il consigliere Bisogni si erano astenuti proprio perché nutrivano dubbi sull'interpretazione della norma. Dubbi che, a suo dire, derivavano anche dalla sentenza di primo grado sul caso Capranica, che aveva messo in discussione il sistema dei criteri selettivi previsto dal Testo unico. A rafforzare tali perplessità sarebbero intervenuti successivamente sia la nota trasmessa dalla magistrata Imbergamo ai componenti della Quinta Commissione, sia soprattutto la recente sentenza del Consiglio di Stato sul caso Capranica. Quest'ultima, ha sostenuto Miele, avrebbe chiarito che la “valenza selettiva” prevista dal Testo unico “esiste per tutti quegli indicatori che la prevedono” e che, di conseguenza, occorre verificare con maggiore attenzione anche l'applicazione del primo comma dell'articolo 24. Per la consigliera, dunque, il rinvio consentirebbe di “rivalutare con una maggiore ponderatezza la sussistenza o meno del discrimine dei sei anni”, aspetto sul quale, ha affermato, “non ci si era soffermati”, evitando inoltre il rischio di futuri contenziosi e rafforzando la solidità della decisione finale del Plenum. Una lettura contestata dal consigliere Ernesto Paolini, che ha manifestato il suo “grande imbarazzo” per una richiesta di ritorno in Commissione avanzata dopo una lunga istruttoria e a pratica ormai giunta all'esame del Plenum.

Paolini ha osservato che le note della dottoressa Imbergamo erano pervenute “largo tempo fa” e che la Commissione le aveva già esaminate, sostenendo che “non dicono nulla di nuovo rispetto a quello che era scritto nel parere del Consiglio giudiziario” e che, peraltro, “non parlano della valenza selettiva”. Quanto al nodo dei sei anni, il consigliere ha rilevato che il problema non si porrebbe nemmeno nel caso concreto, poiché tra Ardita e Fusco vi sarebbe una differenza di esperienza pari a circa quattro anni. “La valenza selettiva si potrebbe ragionare se avesse superato i sei anni”, ha affermato, aggiungendo che “qui non opera”. Da qui la richiesta rivolta ai sostenitori del rinvio di spiegare “perché questa pratica deve tornare in Commissione”, sostenendo che la ragione non possa essere individuata nell'applicazione del criterio previsto dal Testo unico. A difesa della decisione del plenum si è espresso anche il consigliere laico Ernesto Carbone, che all'Adnkronos, ha affermato: "Non si accettano lezioni di autonomia e indipendenza da chi, avendo ricoperto il ruolo di componente del CSM, dovrebbe conoscere perfettamente il funzionamento del plenum e delle commissioni". Un chiaro riferimento alla nota diffusa poc'anzi dal sostituto procuratore nazionale Antimafia Nino Di Matteo il quale ritiene che "l'intera vicenda della nomina presenta aspetti che lasciano senza parole. Prima le lungaggini, poi il tentativo di far prevalere l'esperienza di cybercrime su quella antimafia, adesso - ha sottolineato - il ritorno in Commissione con argomenti del tutto strumentali, se non paradossali".