Equalize, il pm messinese De Pasquale (difeso dall’avv. Repici) chiede alla sua Procura il telefono del capo affari legali Eni. E per farlo «interroga» l’ex legale Eni Amara
«Autorizzatemi a cercare, con questa mia lista di parole chiave, dentro i telefoni e i computer sequestrati nell’inchiesta Equalize all’indagato capo degli affari legali dell’Eni Stefano Speroni, per verificare se ci siano tracce di manovre ordite in questi anni da Eni ai miei danni»: è questa in sintesi la richiesta che il pm milanese ed ex procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha rivolto due mesi fa al pm milanese dell’inchiesta Equalize, Francesco De Tommasi, a ridosso dell'«avviso di deposito degli atti e conclusione delle indagini» notificato da De Tommasi e dal collega Eugenio Fusco a 80 indagati (tra cui appunto Speroni) ritenuti, a vario titolo e per vicende assai diverse tra loro, committenti degli accessi abusivi a sistemi informatici praticati dall’agenzia investigativa dell’allora presidente di Fondazione Fiera Milano, Enrico Pazzali.
De Pasquale lo ha chiesto ai vertici della sua Procura attraverso un lungo atto nel quale un legale incaricato ad hoc da De Pasquale, l’avvocato Fabio Repici, collega in una propria interpretazione una serie di circostanze variamente emerse e discusse in passato nei vari procedimenti, attinenti al possibile ruolo di dirigenti Eni e alla sponda che (come De Pasquale ha più volte evocato nei propri processi bresciani) avrebbero trovato nel suo collega pm Paolo Storari, in particolare in quella che per De Pasquale sarebbe stata una vera e propria controinchiesta per minare il processo Eni Nigeria istruito da De Pasquale.
A sostegno della richiesta istruttoria di De Pasquale sugli atti di Equalize, l’avvocato Repici (che conosce già parte della complicata materia Eni per essere stato, nell’interesse dell’ex consigliere Csm Sebastiano Ardita, l’avvocato di parte civile sia contro Piercamillo Davigo nel processo bresciano in cui Davigo fu condannato a 15 mesi per le rivelazioni nel 2020 in seno al Csm degli interrogatori allora segreti dell’ex avvocato Eni Piero Amara su Loggia Ungheria, sia nel processo bresciano in cui Storari fu invece assolto per aver consegnato quei verbali a Davigo), ha prodotto anche un recente verbale di «indagini difensive» a sorpresa: con esse, infatti, nell’interesse di De Pasquale ha raccolto qualche settimana fa dichiarazioni proprio di Piero Amara (ex avvocato esterno dei processi ambientali Eni plurindagato in mezza Italia) sull’esistenza o meno di manovre Eni contro il pm. Le risposte di Amara, possibiliste sul tema, avrebbero però come altre volte in passato fatto riferimento a circostanze de relato, cioè riferitegli anni fa da altri dentro Eni.
Milano si spoglia, a Brescia atti per calunnia
La richiesta istruttoria di De Pasquale non è stata però decisa dal procuratore Marcello Viola e dai pm del fascicolo Equalize (De Tommasi e Eugenio Fusco) perché i pm milanesi hanno ritenuto che la prospettazione posta da De Pasquale alla base della propria richiesta rappresentasse un quadro riconducibile in astratto a una calunnia commessa ai suoi danni. Perciò la Procura di Milano ha trasmesso il fascicolo (con le copie degli atti Equalize e delle memorie informatiche sulle quali De Pasquale chiedeva gli accertamenti) alla Procura di Brescia, competente sulle condotte di cui siano potenziali parti offese magistrati del distretto giudiziario milanese. Da quando Viola è procuratore a Milano, come in molte altre sedi italiane questo genere di trasmissioni avviene sempre a modello 45, atti non costituenti notizia di reato, cioè senza che l’ufficio che manda gli atti (Milano) mandi già fatta all’ufficio che li riceve (Brescia) l’iscrizione per una determinata ipotesi di reato. In questo solo caso, invece, i pm milanesi hanno ritenuto di qualificare la richiesta di De Pasquale come esposto per il reato di calunnia, e per questa ipotesi hanno trasmesso gli atti a Brescia.
Lo zerbino non trasmesso
La Procura di Milano non ha tuttavia trasmesso anche la richiesta di archiviazione (e l’intero fascicolo sottostante) con la quale altri due pm milanesi, Cristian Barilli e Giovani Polizzi, il 19 marzo scorso avevano già definito proprio una delle vicende centrali nelle parole-chiave ora proposte da De Pasquale (come «zerbino» o «Taha»), e cioè avevano escluso che fosse stata Equalize a fabbricare il dossier che il capo affari legali Eni Speroni nel 2020 aveva poco credibilmente raccontato in Procura di aver trovato sotto lo zerbino di casa e poi gettato nel water: erano le carte bancarie falsamente prospettanti che il precedente capo affari legali Eni e imputato nel processo Eni tuttora in corso, Massimo Mantovani, avesse conti milionari alle Cayman in pancia a società mediorientali una cui sigla richiamava indirettamente proprio una società (Taha Limited) citata in un telefonino di Vincenzo Armanna. Ossia dell’ex dirigente Eni che nel processo Eni Nigeria era stato coimputato (poi assolto come tutti gli altri) e nel contempo dichiarante-accusatore di Eni molto valorizzato da De Pasquale. E del quale sempre l’anonimo falsario aveva spedito anche un’apparente chat.
Il ricorso giovedì in Cassazione
Giovedì 18 giugno in Cassazione è intanto prevista l’udienza nella quale i giudici della Suprema Corte decideranno se accogliere o meno il ricorso di De Pasquale (con gli avvocati Massimo Dinoia e Fabio Federico), e dunque se annullare o confermare la condanna a 8 mesi subita in primo e secondo grado a Brescia per l’ipotesi di reato di rifiuto d’atti d’ufficio, contestata (a lui e al collega Sergio Spadaro) per non aver depositato nel febbraio-marzo 2021 ai giudici e alle difese del processo milanese Eni-Nigeria prove potenzialmente favorevoli agli imputati, trovate da Storari nel telefonino dell’indagato-dichiarante Armanna (come alcune chat artefatte), e invano segnalate a De Pasquale (tramite i suoi dirigenti dell’epoca, Greco e Pedio) circa la possibile calunniosità di Armanna.
Per la difesa la condanna di De Pasquale è da annullare perché «infarcita di errori macroscopici e omissioni clamorose fino ad arrivare, caso unico, ad alterare anche graficamente» le risultanze nel «tentativo di “aggiustarle” per sostenere la tesi» delle «informi e farraginose congetture di Storari, di cui comunque De Pasquale e Spadaro formalmente non erano in possesso». Inoltre, ad avviso della difesa, in caso di condanna sarebbe in gioco anche l’autonomia e l’indipendenza della figura del pm, nessuna esplicita norma obbligava De Pasquale e Spadaro a depositare (nel processo Eni-Nigeria di cui erano titolari) ciò che il collega Storari riteneva dovessero depositare, ed essi argomentarono per iscritto al loro procuratore Francesco Greco le ragioni per le quali non ritenevano di farlo.
«Autorizzatemi a cercare, con questa mia lista di parole chiave, dentro i telefoni e i computer sequestrati nell’inchiesta Equalize all’indagato capo degli affari legali dell’Eni Stefano Speroni, per verificare se ci siano tracce di manovre ordite in questi anni da Eni ai miei danni»: è questa in sintesi la richiesta che il pm milanese ed ex procuratore aggiunto Fabio De Pasquale ha rivolto due mesi fa al pm milanese dell’inchiesta Equalize, Francesco De Tommasi, a ridosso dell'«avviso di deposito degli atti e conclusione delle indagini» notificato da De Tommasi e dal collega Eugenio Fusco a 80 indagati (tra cui appunto Speroni) ritenuti, a vario titolo e per vicende assai diverse tra loro, committenti degli accessi abusivi a sistemi informatici praticati dall’agenzia investigativa dell’allora presidente di Fondazione Fiera Milano, Enrico Pazzali.
De Pasquale lo ha chiesto ai vertici della sua Procura attraverso un lungo atto nel quale un legale incaricato ad hoc da De Pasquale, l’avvocato Fabio Repici, collega in una propria interpretazione una serie di circostanze variamente emerse e discusse in passato nei vari procedimenti, attinenti al possibile ruolo di dirigenti Eni e alla sponda che (come De Pasquale ha più volte evocato nei propri processi bresciani) avrebbero trovato nel suo collega pm Paolo Storari, in particolare in quella che per De Pasquale sarebbe stata una vera e propria controinchiesta per minare il processo Eni Nigeria istruito da De Pasquale. Fonte: corriere.it