23 Luglio 2026 Giudiziaria

Al processo Baiardo parla Luigi ‘Gino’ Sparacio: da Delle Chiaie vidi mappe con delle X legate alle stragi

Di Luca Groaai - “Ho incontrato a Roma nell’estate del 1993 (tra luglio e agosto) Stefano Delle Chiaie, estremista di destra e fondatore di Avanguardia Nazionale, e vidi delle “mappe con delle X sopra” legate alla strategia stragista di Cosa nostra”. Parola di Luigi Sparacio, collaboratore di giustizia e considerato il boss più influente di Messina tra la fine degli anni '80 e tutti gli anni '90 con Benedetto Santapaola. La sua deposizione è stata resa ieri nell’ambito del processo contro Salvatore Baiardo, imputato per favoreggiamento personale aggravato dall’agevolazione mafiosa e per calunnia aggravata nei confronti del giornalista Massimo Giletti e dell’ex sindaco di Cerasa Giancarlo Ricca. Il pubblico ministero Leopoldo De Gregorioha interrogato il teste: ero a Roma e “alloggiavo a Fregene quel periodo della latitanza”, sono andato “là da Stefano Delle Chiaie” per mezzo di Nino Mangano e “lui (Delle Chiaie ndr) era a conoscenza, diciamo, di queste strategie”, “era compartecipe diciamo”, ha detto Sparacio specificando che le bombe avevano l’obiettivo di "togliere il 41-bis, la legge sul sequestro dei beni e altro", ha detto il teste, specificando di aver reso queste informazioni ai magistrati trent’anni fa e che ci sono dei verbali che le contengono e che di tutto questo era stato reso edotto da Nino Mangano, boss di Brancaccio, nel 1994. “Ai tempi non lo conosceva nessuno a Nino perché era incensurato”.


Le estorsioni alla Standa di Catania e il sostegno a Forza Italia

Il teste ha inoltre parlato di estorsioni alla Standa di Catania gestite dal clan Santapaola e di un ruolo di Marcello Dell’Utri come referente di Silvio Berlusconi in Sicilia. Sulle estorsioni alla Standa di Catania “se n’era interessato all’epoca Dell’Utri” che “era un referente di Berlusconi in Sicilia, perché la mafia negli anni antecedenti voleva sequestrare il figlio di Berlusconi. In sostanza poi Berlusconi chiamò Dell’Utri, Dell’Utri gli sistemò questa vicenda in Sicilia e dopo, diciamo, come protezione, tra virgolette, hanno preso Vittorio Mangano come stalliere dalla famiglia Berlusconi". Per quanto riguarda l’ala politica di Cosa nostra degli anni ’90, Sparacio ha dichiarato che “la mafia voleva fare un partito a sé….Sicilia Libera” per poi abbandonare questo progetto in favore di “Forza Italia: tutta la Sicilia ha votato Forza Italia". Stessa cosa ha detto il collaboratore di giustizia Giuseppe Maria Di Giacomo, ex storico esponente della famiglia Laudani di Catania: Cosa nostra offrì un sostegno diretto alla nascita di Forza Italia, con contatti attraverso Marcello Dell’Utri. “Ci adoperammo e ci interessammo affinché si votasse Forza Italia” ha detto Di Giacomo. L’indicazione di voto arrivava dall’alto: "Il mio referente era Santo Mazzei… per mezzo suo prendevo tutte le indicazioni". Lo scopo del sostegno politico al partito berlusconiano? Era "modificare la norma sul sequestro dei patrimoni, il 41-bis, l’ergastolo ostativo e gli stessi collaboratori di giustizia". "Santo Mazzei - ha continuato - l’ho conosciuto molto bene, l’ho conosciuto sia da detenuto sia da libero… ci siamo incontrati più volte e più volte abbiamo pianificato delle strategie assieme a tutti gli altri membri della famiglia Santapaola".  Riguardo a Salvatore Baiardo, Di Giacomo ha dichiarato di non averlo mai incontrato personalmente: "Non l’ho mai conosciuto, non l’ho mai incontrato". Tuttavia ha riferito di averne sentito parlare da Filippo Graviano durante la comune detenzione a Tolmezzo nel 2001: "Eravamo in buonissimi rapporti… avevamo sempre modo di appartarci, di interloquire". E proprio Graviano gli indicò Baiardo come "colui che ospitò in qualche modo la latitanza" (di Giuseppe Graviano). Per Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, ha terminato Di Giacomo, il pentimento di Gaspare Spatuzza non rappresenta un problema, come gli era stato riferito da Filippo Graviano: “Se timore devono avere loro, devono temere la collaborazione di qualcun altro. E fece un espresso, esplicito riferimento a quello che poteva essere lui o il fratello Giuseppe”.


Giovanni Ciaramitaro: gli obiettivi delle stragi non erano scelti da persone di Cosa nostra

Gli obiettivi da colpire tra il 1992 e il 1994 erano “stati scelti soltanto in seno a Cosa nostra o erano stati anche indicati da soggetti esterni? Erano indicati da “persone che facevano parte di Cosa nostra, però non erano di Cosa nostra, per farmi capire”, ha detto Giovanni Ciaramitaro, collaboratore di giustizia dal febbraio 1996. “Lei, quando fu sentito, il 22 ottobre 2009, disse: erano proprio i politici a indirizzare gli obiettivi da colpire”, ha specificato il pm Leopoldo De Gregorio. “Sì, confermo, perché un palermitano non è che siamo tanto intelligenti, acculturati”. “Deve essere indirizzato, se no non ci va”, ha detto il teste. Nello specifico, Francesco Giuliano (esecutore materiale di efferati omicidi, tra cui il brutale assassinio del piccoloGiuseppe Di Matteo) “le ha riferito di contatti con soggetti politici, con soggetti estranei a Cosa nostra in relazione a questa strategia di attacco allo Stato?”, ha rimarcato il pm. “Sì, all'epoca mi aveva raccontato che c'erano i contatti con Berlusconi, Silvio Berlusconi, quello del Canale 5. Noi lo chiamavamo quello del Canale 5”, ha detto Ciaramitaro davanti alla Corte. Le stragi continentali del 1993?  Servivano per “abolire il 41-bis, il carcere duro, perché i carcerati che ci stavano all’epoca a Pianosa, all’Asinara, si lamentavano perché dicevano che li trattavano male. E allora loro… facevano ’sti attentati così lo Stato cedeva, diciamo, a un ricatto". Anche lui è stato interpellato in merito al versante politico: "Alcuni amici politici ci stavano… ancora non era politico Berlusconi, mi sembra, ancora non era presidente del Consiglio… loro si aspettavano che, quando Berlusconi arrivava al potere, cancellasse la legge, diciamo, sui pentiti, il 41-bis, o quantomeno la modificasse”.

Prossima udienza 9 settembre 2026, ore 9,30.