13 Gennaio 2026 Giudiziaria

Massoneria, la denuncia del notaio messinese Silverio Magno: CACCIATO CHI CRITICA MA GRAZIATI I MAFIOSI

C’è un uomo che pare aver pagato più degli altri il clima di tensione interno al Goi. Il 9 maggio del 2024, a Messina, il notaio e massone Silverio Magno si è ritrovato al centro di un processo interno (la 'tavola d'accusa') che si è concluso con la sua espulsione dall'obbedienza (dopo quattro procedimenti), in un contesto di grande contrasto con l'attuale governance maturato durante la recente campagna elettorale per il rinnovo delle cariche direttive.

Il notaio Silverio Magno, figura di rilievo nazionale all’interno della fratellanza e più volte candidato a cariche apicali al suo interno, non ci sta, e ha depositato nei giorni scorsi una denuncia in Procura, a Messina, insieme ad un altro “fratello”, ne da’ notizia oggi il quotidiano Gazzetta del sud, in cui ipotizza i reati di stalking, diffamazione e violazione della corrispondenza nei confronti di altri esponenti della massoneria messinese, siciliana e nazionale. E che ha subito, come lui stesso scrive, via mail, sia personalmente che all’indirizzo di posta elettronica del Collegio notarile di Messina, minacce e «... messaggi gravemente diffamatori». È stato addirittura descritto «... alla stregua di un terrorista, di un trafficante d’armi, di un soggetto indagato dalla polizia postale e dalla Dda». E nel contesto dello stesso messaggio inviato al Collegio notarile gli autori, ovviamente allo stato ancora anonimi, avvisavano «... che, in caso d’inerzia da parte loro, un nuovo messaggio di identico contenuto sarebbe stato trasmesso anche ai vertici nazionali del notariato e alla “loro” direzione antimafia».

L’inchiesta, in Procura, a Messina, è ovviamente ai primi passi.

Nonostante l’espulsione dal Goi, Magno risulta essere attualmente al vertice della propria loggia di appartenenza a Messina, “La Ragione n. 333”, la quale, dopo «l’epurazione» ha deliberato di sospendere la propria affiliazione al Grande Oriente d’Italia, proseguendo la propria attività secondo la modalità cosiddetta di “loggia di San Giovanni”, un’espressione con cui si indicano logge massoniche che operano in modo autonomo e non si riconoscono formalmente in alcuna obbedienza.

Il ‘casus belli’.

Magno si era candidato a Grande Oratore e aveva denunciato quella che ha definito una «mentalità mafiosa» racchiusa «all’interno delle colonne del Tempio». Tra le critiche mosse da Magno al Goi di Bisi vi è il funzionamento della giustizia interna massonica. Il casus belli è quello dell’avvocato Antonino Salsone, accusato per un post su Facebook che – secondo Magno – era solo un pretesto per eliminarlo. E così anche Magno è stato espulso. Così come Claudio Solinas, che a lungo dalla Sardegna ha chiesto chiarezza sulla pratica delle affiliazioni doppie o triple.

Quel che inquieta i massoni è anche il supposto doppio standard della giustizia interna. Tutto ruota intorno all’articolo 187 del codice massonico, secondo cui il semplice essere oggetto di restrizione della libertà personale per effetto delle leggi nazionali (ad esempio arresti, anche domiciliari, anche precedenti alla condanna) può determinare la sospensione del massone e successivamente la sua espulsione a seguito di una cosiddetta incolpazione interna. Se prosciolto, egli potrà poi rientrare. Si tratta di una norma interna di cui la massoneria si è dotata negli anni per proteggersi dalle infiltrazioni criminali e mafiose, specie dopo lo scandalo della P2. Ci sono però casi in cui l’articolo 187 è stato ignorato. Come ad esempio quello dell’avvocato 79enne siciliano Antonio Messina, accusato di essere stato il cassiere di Matteo Messina Denaro durante la sua latitanza e per questo mai espulso. Stesso dicasi per Pino Mandalari, commercialista di Totò Riina e fondatore della Loggia Iside 2, e Alfonso Tumbarello, membro della “Valle di Cusa – Giovanni di Gangi”, ritenuto essere il medico di Messina Denaro. O ancora Vito Lauria, tre volte Maestro Venerabile della Loggia n. 959 “Arnaldo da Brescia” di Licata (Agrigento), condannato in via definitiva nel 2023 a 8 anni per concorso esterno in associazione mafiosa e mai espulso dal Goi.

La terminologia è quasi sempre la stessa. I vertici associativi procedono con la “sospensione” ma non attivano la procedura di incolpazione interna, portando a un semplice “depennamento” anziché a un’espulsione. Il che non incide sulle prerogative massoniche del fratello che ha intrattenuto rapporti con un’organizzazione mafiosa. Rapporti peraltro sempre più frequenti anche per via di una forte crescita della popolarità della Massoneria in aree ad alto rischio di infiltrazione. Emblematico il caso della Calabria, dove le logge sono più di cento e i massoni più di tremila (il doppio dei sacerdoti), spesso presenti nelle stesse aree sotto il controllo delle ’ndrine. Intervistato dall’Espresso, Magno non ha avuto dubbi: «Fossi diventato Grande Oratore, in presenza di un fratello accusato di dialogare con ambienti mafiosi, avrei sospeso immediatamente la persona con un grande risalto e non nelle segrete stanze e poi proceduto con un incolpazione».