4 Febbraio 2026 Giudiziaria

Inchiesta “Grazing Code” a Cesarò, sequestro annullato: non c’era nessuna truffa

Non c’è stata alcuna condotta fraudolenta da parte dei titolari di quattro aziende agricole attive nel comprensorio dei Nebrodi destinatari di un sequestro preventivo di beni e disponibilità finanziarie per complessivi 454.493,66 euro.

Lo ha deciso il Tribunale del Riesame di Catania che ha annullato il decreto emesso lo scorso 12 gennaio dal giudice per le indagini preliminari del Tribunale etneo Giuseppina Montuori, eseguito dai carabinieri del Reparto Tutela Agroalimentare di Messina, ordinando la restituzione dei beni a Sebastiano Bellitto, Sebastiano Destro Pastizzaro, Maria Teresa Leanza e Vito Virzì Lacqua.

Erano finiti tra le maglie dell’inchiesta “Grazing Code” con l’accusa di truffa aggravata per l’indebita percezione dei contributi erogati dall’Agea per le rispettive attività. Contestata, in particolare, la mancanza del “codice pascolo” necessario ai fini dell’esecuzione dei controlli veterinari in merito alla reale movimentazione dell’allevamento al di fuori dal compendio aziendale.

Secondo l’accusa, sostenuta dall’Ufficio dei Procuratori Europei delegati per Sicilia e Calabria, gli allevatori avrebbero eluso tali verifiche ricorrendo ad autocertificazioni attestanti il presunto pascolamento. Ricostruzione confutata al vaglio del Riesame che ha annullato il sequestro per insussistenza del “fumus commissi delicti” ossia del sospetto di reato.

I legali degli indagati, avvocati Felicia Vieni, Elvira Gravagna, Nino Cacia, Katia Ceraldi e Massimo Cavaleri, hanno infatti evidenziato la mancanza dell’obbligo di attivazione del codice pascolo trattandosi di terreni siti nello stesso comune della sede aziendale. Riscontrate inoltre «lacune investigative» nell’accertamento della contestata assenza dei bovini sulle aree indicate, per cui le difese hanno rappresentato condizioni di pascolamento estensivo allo stato brado con riunione del bestiame nella sede aziendale in occasione dei rituali controlli sanitari.

«Non ci sono furbetti ma allevatori onesti che la mattina si alzano per andare al lavoro - commenta l’avvocato Katia Ceraldi -. Sarebbe stata sufficiente una lettura, anche non particolarmente approfondita della normativa, per evitare un massacro mediatico che, come spesso accade, finisce per ripercuotersi ingiustamente sul buon nome e sull’immagine dei Nebrodi, in particolare di Cesarò». Sulla stessa linea l’avvocato Nino Cacia. «Era già emerso un errore di diritto, atteso che proprio la normativa comunitaria e la Pac di riferimento menzionata negli atti di indagine consentivano di ritenere non necessario il rilascio dei codici».