Mafia, è morto il boss Nitto Santapaola nel carcere di Milano
Il boss di Cosa Nostra Nitto Santapaola è morto oggi (lunedì 2 marzo) all’età di 87 anni nel reparto di medicina penitenziaria dell’ospedale San Paolo di Milano, istituito per le cure dei detenuti del Nord Italia, tra cui quelli che si trovano a Opera, dove il capomafia scontava l’ergastolo in regime di 41bis. La procura di Milano ha disposto l’autopsia. Capo indiscusso di Cosa Nostra a Catania, era noto per la sua spietata strategia criminale e le alleanze con i corleonesi. Il boss da molti anni soffriva di una grave forma di diabete. Negli ultimi giorni le sue condizioni di salute sarebbero aggravate, tanto da richiedere un trasferimento in ospedale.
Pluriergastolano, è stato uno dei massimi capi di Cosa nostra, un padrino che a Catania ha avuto la stesso peso di Totò Riina. Condannato per la strage di via d’Amelio, mandante di decine di omicidi, compreso quello del giornalista PippoFava, Benedetto Santapaola (detto Nitto) era nato a Catania il 4 giugno del 1938. Era stato arrestato all’alba del 18 maggio 1993 in un casolare nelle campagne di Mazzarrone dopo undici anni di latitanza. Di lui si era tornato a parlare nell’aprile del 2020 quando, durante la pandemia, si aprì l’ipotesi di un suo trasferimento ai domiciliari sfruttando l’emergenza coronavirus. Ma il tribunale di Sorveglianza di Milano bloccò tutto e Santapaola rimase nel carcere di Opera al 41 bis.
Ha guidato le fila della sua organizzazione espandendo il suo potere nel controllo degli appalti pubblici, delle estorsioni e del traffico di sostanze stupefacenti. Per la sua passione era chiamato il “cacciatore“, ma la sua abilità criminale negli anni Settanta lo spinge a muoversi da “imprenditore” e così inaugura concessionarie diauto con questore, prefetto, arcivescovo e amministratori pubblici aiutato da un’altra cosca alleata anche per legami di parentela, la famiglia Ercolano. Allo stesso tempo, inoltre, la sua cosca si rende protagonista di violente e sanguinose faide mafiose, come quelle contrapposte negli anni ’80 al boss rivale Alfio Ferlitoe all’inizio degli anni ’90 ai clan dei Cursoti, Cappello e Pillera. Quest’ultima in due anni provocò oltre 220 omicidi a Catania e provincia.
Nella guerra di mafia Santapaola poteva contare sull’appoggio della forza di fuoco della cosca guidata dal Malpassotu, il boss Giuseppe Pulvirenti, che dopo la cattura si pentirà accusando Santapaola di diversi omicidi. Il “cacciatore” è stato alleato dei Corleonesi che ufficialmente ha sostenuto nella strategia degli attentati, ma si è rifiutato di commettere “omicidi eccellenti” a Catania, per evitare l’interesse dello Stato nella sua area di influenza criminale, tanto che Totò Riina fece uomo d’onore Santo Mazzei, sostenuto anche dai Lo Piccolo, per contrapporlo, ma inutilmente, alla leadership criminale di Nitto.
Nel 1993 è stato arrestato mentre era in compagnia di sua moglie, CarmelaMinniti, la donna della sua vita che non lo ha mai abbandonato, uccisa a casa sua il 1 settembre del 1995 a colpi di pistola dal “pentito” Giuseppe Ferone, un ex affiliato al clan Ferlito-Pillera che, spiegò dopo, agì per vendetta: voleva fare provare al capomafia lo stesso dolore che lui aveva provato con la morte di suo padre e suo figlio, assassinati senza che il capomafia avesse fermato i sicari. Detenuto sempre in regime di 41 bis nel carcere di Opera, Santapaola è stato accusato di avere continuato a gestire il clan da detenuto e per questo sono state più volte rigettate le richieste di concessione degli arresti domiciliari o la detenzione in una struttura medica per le sue condizioni di salute.