8 Marzo 2026 Sport Cultura Spettacolo

IL DOCUMENTO – ACAB, OLTRE LE MACERIE. VIAGGIO ALL’INTERNO DELL’EX CASA DEL PORTUALE A POCHE ORE DALLA DEMOLIZIONE

di Enrico Di Giacomo - Dal 2016, anno dell'ultimo blitz delle forze dell'ordine, all'interno della Casa del portuale non ci aveva più messo piede nessuno. La porta d'ingresso sigillata, le finestre murate, i murales ormai sbiaditi e consumati dal tempo. E' sempre stata questa, per un decennio, l'immagine per tutti i messinesi della Casa del Portuale. Dopo 10 anni, a poche ore dalla demolizione definitiva, sono voluto entrare per documentare ciò che è rimasto dall'ultimo giorno di occupazione da parte di diversi collettivi succedutisi negli anni e che ne hanno fatto un centro sociale, culturale e di bellezza. E ho scoperto ritagli di un mondo resistente e colorato, testimonianze di poeti maledetti, anime ribelli e metropolitane, sognatori affamati appoggiati alla notte. Ho voluto realizzare un video di 5 minuti dove spero di avere raccolto più attimi preziosi possibili da custodire in attesa di tempi migliori.

Ho poi chiesto a Tonino Cafeo, che quell'occupazione l'ha vissuta dall'interno, per poi essere anche denunciato e processato, una testimonianza di quei giorni irripetibili. Buona lettura e buona visione.

Di Tonino Cafeo - È stato durante una fredda domenica di gennaio del 2014, dodici anni fa, che i locali della Casa del portuale sono stati sgomberati dalle forze dell'ordine e definitivamente sottratti allo sguardo dei messinesi e a ogni possibile uso civico. Durante i dodici mesi precedenti la Casa, che per lungo tempo era stata abbandonata a sé stessa, aveva vissuto una seconda vita come nuova sede del Teatro Pinelli occupato. La comunità di attivisti che si era formata il 15 dicembre del 2012 nei locali altrettanto chiusi dello storico Teatro in Fiera, e che, sfrattata da lì, aveva deciso di “liberare” questo nuovo spazio e di restituirlo allafruizione collettiva dando continuità fisica al proprio percorso di attivismo culturale e sociale.

Era - in quel periodo - il movimento dei teatri occupati, partito dell’antico Teatro Valle, nel cuore del centro storico di Roma, a porre in termini nuovi il tema degli spazi sottratti alle comunità locali dalla deindustrializzazione e consegnati alla speculazione immobiliare o al semplice abbandono.  Negli stessi anni la battaglia per sottrarre l’acqua alla privatizzazione produceva una grande mobilitazione che provava a ridefinire il tema dei beni comuni: quelle “risorse materiali (acqua, parchi, aria) o immateriali (conoscenza, cultura) sottratte al mercato e alla proprietà privata, indispensabili per la sopravvivenza e la tutela dei diritti fondamentali”. Nel caso specifico si è trattato di un nuovo capitolo della lunga storia delle Taz, le Zone temporaneamente autonome, teorizzate dal filosofo statunitense Hakim Bey, come forme di resistenza autonome e dal basso agli strumenti istituzionali di controllo sociale e alla riduzione a merce di ogni ambito di vita. I teatri occupati negli anni dieci hanno svolto la stessa funzione che negli anni settanta era stata del Leoncavallo o del Forte Prenestino e nei novanta di Officina 99 o, in riva allo Stretto, del Fata Morgana e di Olimpia 47.

Quando gli attivisti del Pinelli entrarono dentro la Casa del portuale, non a caso il 25 aprile 2013, trovarono un luogo “congelato” al momento della propria chiusura. “Come un posto evacuato per un allarme nucleare: carte sparse per terra, armadietti ancora aperti, caschi da lavoro gettati ovunque”, riportò il quotidiano Il Manifesto.  

I membri del collettivo si diedero subito da fare: gli stanzoni della Casa furono ripuliti e restaurati, furono ripristinati  i bagni, bonificato il cortile, allestita una biblioteca, create una web radio e una sala di informatica recuperando vecchi pc e modem. Sotto la guida di un esperto scenotecnico fu attivato un laboratorio con l’obiettivo, riuscito, di costruire un palcoscenico semiprofessionale. Furono ospitati laboratori, corsi di recitazione, una ciclofficina.

Dal nuovo Teatro Pinelli passarono artisti e gruppi teatrali e musicali indipendenti ma anche contigui ai circuiti commerciali; da Alessio Lega ai 99Posse di Luca “Zulu” Persico, allo streetartist Blu, che ha realizzato uno dei suoi più famosi dipinti murali sulla facciata dell’edificio.

Quello che era destinato a restare un rudere o, nella migliore delle ipotesi, un esemplare di archeologia industriale–ramo logisticadivenne per un tempo tutto sommato breve, un luogo abitato da una comunità viva che si è immaginata e proposta come un pezzo di città attiva e critica e che non si è arresa ai colpi della repressione e della normalizzazione contribuendo ancora per qualche anno al clima vivace e conflittuale che ha caratterizzato Messina negli anni fra il 2012 e il 2018.

La vicenda della Casa del Portuale, parte di un’avventura definita dal sociologo Pier Paolo Zampieri la “parabola di una luminosa sconfitta”, oggi giunge al suo epilogo postumo. Al suo posto non si capisce bene che cosa dovrebbe sorgere dal momento che si trova entro un’area di pregio - quella del porto storico della città - interessata da innumerevoli progetti che alludono a una scintillante modernità purtroppo estranea ai bisogni fondamentali e alla quotidianità dei suoi abitanti.

Di certo sarebbe una vera ingiustizia se la memoria della seconda vita di questo frammento urbano, fosse cancellata e ridotta a un semplice episodio di “degradoper giustificare qualsiasi operazione speculativa fatta sulla testa dei cittadini.

VIDEO DI ENRICO DI GIACOMO - @PRODUZIONE VIDEO STAMPALIBERA