I NOMI E I DETTAGLI – Messina, rider pagati tre euro a consegna: indagati il Ceo di MyLillo e tre collaboratori per caporalato. ”Lavoravano in condizioni degradanti, con ritmi estenuanti, controlli asfissianti e l’impossibilità di opporre un rifiuto”
Di Enrico Di Giacomo - Operazione contro il caporalato digitale nel settore del food delivery. Giovani rider messinesi sfruttati a 2,40-2,99 euro a consegna, come accertato dai carabinieri che, coordinati dalla procura della città dello Stretto, hanno notificato un avviso di conclusione delle indagini preliminari a carico dell’amministratore unico di My Lillo Gianluca Penna (difeso dall’avv. Silvestro) e di tre collaboratori, Giuseppe Intelisano (avv. Maurizio Rao), Giuseppe Lanfranchi (avv. Annarita Reina) e Silvio La Rosa (difeso dall’avv. Nino Cacia).
La società messinese era attiva nel food delivery ma ora risulta in liquidazione.
Condizioni definite degradanti, con ritmi estenuanti, controlli asfissianti e l’impossibilità di opporre un rifiuto; e nell’ambito delle quali gli incidenti stradali, e le conseguenti ferite e lesioni, venivano considerati «danni collaterali», dentro un sistema gestito con una piattaforma informatica, mediante algoritmi predefiniti.
’SFRUTTATO LO STATO DI BISOGNO’.
Agli indagati è contestato il reato di intermediazione illecita e sfruttamento del lavoro, aggravato dal numero di lavoratori coinvolti: diverse decine di rider italiani. Parallelamente, è stata contestata la violazione di diverse disposizioni previste a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro e la responsabilità amministrativa degli enti, in quanto i reati sarebbero stati commessi nell’interesse e a vantaggio dell’azienda attraverso un modello organizzativo contrario ai principi di legalità.
L’operazione è stata condotta dai carabinieri del Nucleo Ispettorato del lavoro di Messina, con i colleghi del Nucleo Operativo del Gruppo per la Tutela Lavoro di Palermo.
Le indagini hanno delineato un sistema che approfittava dello stato di bisogno di una platea composta da studenti universitari e giovani locali. I rider erano costretti a utilizzare mezzi propri per effettuare consegne remunerate con compensi inferiori, in alcuni casi, a meno della metà degli importi stabiliti nel Ccnl, spingendoli a esporsi a rischi stradali elevati pur di raggiungere una soglia minima di sussistenza.
Questo sistema generava «una totale subordinazione, obbligando di fatto il fattorino ad accettare ritmi di lavoro estenuanti». A seguito dell’accertamento delle violazioni in materia di salute e sicurezza, i carabinieri del Nil hanno proceduto a infliggere sanzioni per 66.940 euro.
Nell’organizzazione aziendale le lesioni all’integrità fisica dei lavoratori è stata considerata un «danno collaterale».
Accertate paghe a cottimo tra i 2,40 e i 2,99 euro per consegna; imposizione di ritmi, orari di impiego e metodi di sorveglianza «degradanti e lesivi della dignità del lavoratore e della normativa vigente"; totale assenza di formazione specifica sui rischi connessi alle mansioni svolte e mancata sottoposizione alla sorveglianza sanitaria e alle visite mediche obbligatorie.
LE ACCUSE NEL DETTAGLIO.
A Gianluca Penna viene contestato, quale datore di lavoro, rappresentante legale della società "My Lillo srl" operante nel settore del food delivery, di “non aver ottemperato agli obblighi stabiliti dal predetto decreto a tutela dei lavoratori e segnatamente, non sottoponendo i propri dipendenti a visita medica preventiva, come previsto dal programma di sorveglianza sanitaria, al fine di accertarne le capacità e le condizioni i n rapporto alla loro salute e sicurezza”; “di non aver fornito ai propri dipendenti idonei dispositivi di protezione individuale quali caschi ed altri dispositivi specifici in caso di condizioni meteo avverse, nonché dispositivi idonei alla disinfezione degli zaini utilizzati dai lavoratori per il trasporto dei cibi”; “di non aver provveduto affinchè ciascun lavoratore ricevesse un'idonea formazione sui rischi per la salute e la sicurezza sui luoghi di lavoro”; “di non aver provveduto affinché ciascun lavoratore ricevesse un'idonea formazione sui concetti di rischio, danno, prevenzione e protezione connessi ai rischi specifici delle mansioni svolte”: e infine “per non aver provveduto affinchè i lavoratori, incaricati di utilizzare mezzi e attrezzature che richiedono conoscenze specifiche (ciclomotori), ricevessero un'idonea formazione e relativo addestramento al fine di garantire l'utilizzo in modo sicuro delle predette attrezzature, anche in relazione ai rischi che potrebbero derivare a terzi”.
Inoltre Gianluca Penna, quale rappresentante legale della società "My Lillo srl", nonché datore di lavoro, Giuseppe Intelisano. Giuseppe Lanfranchi e Silvio La Rosa, quali suoi diretti collaboratori, in concorso tra loro, “assumevano ed impiegavano 49 lavoratori sottoponendoli a condizioni di sfruttamento ed approfittando del loro stato di bisogno; corrispondevano ai lavoratori una retribuzione inferiore a quella prevista dal contratto collettivo (in alcuni casi meno della metà degli importi minimi stabiliti nel CCNL): violavano reiteratamente le disposizioni previste a tutela della sicurezza sui luoghi di lavoro”. Infine “avrebbero sottoposti i lavoratori a condizioni di lavoro degradanti in relazione all'orario, all'impegno preteso e ai metodi di sorveglianza: con l'aggravante di aver sfruttato un numero di lavoratori superiori a tre”.
La società My Lillo, infine, è indagata “perché non adottava modelli di organizzazione e di vigilanza idonei ad evitare la commissione dei reati contestati”.
CAPORALATO DIGITALE.
Fatta luce su un vero e proprio «caporalato digitale». La società coinvolta utilizzava una piattaforma informatica proprietaria che, mediante algoritmi predefiniti, gestiva unilateralmente l’assegnazione degli ordini, i vincoli operativi e il controllo costante delle prestazioni dei ciclofattorini. Tale sistema - integrato dall’utilizzo di chat WhatsApp per la direzione immediata dei lavoratori - configurava, spiegano gli inquirenti, «una chiara etero-organizzazione algoritmica: la tecnologia non fungeva da mero supporto all’autonomia, ma esercitava i poteri tipici del datore di lavoro (pianificazione, controllo e valutazione), mascherando un rapporto di lavoro subordinato sotto le spoglie di prestazioni autonome e occasionali». Per massimizzare i profitti ed evitare i tempi morti tra una consegna e l’altra, tra le direttive aziendali vi era l’obbligo per il rider di inviare la parola «libero» tramite l’applicazione e di aggiornarla ogni minuto. Questo serviva a confermare la disponibilità continua non appena terminato un servizio.
CONTROLLI CONTINUI E RIFIUTI IMPOSSIBILI.
I responsabili aziendali monitoravano i tempi d’esecuzione e, in caso di ritardi o lentezze, interpellavano telefonicamente i rider. Spesso imponevano direttamente come velocizzare il turno e stabilivano quale fosse l’ultima consegna della giornata, senza concedere alcuna possibilità di replica ai lavoratori.
Il rider non aveva la libertà di rifiutare una consegna. Ogni rifiuto doveva essere «ben motivato» e, in caso contrario, comportava rigidi ammonimenti o la perdita del diritto di ricevere l’assegnazione per gli ordini successivi.
OBBLIGATI E DIMETTERSI.
Al riguardo, è emblematico il caso di una giovane rider che, rimasta coinvolta in un incidente durante l’attività lavorativa, ha subito pressioni psicologiche, volte a indurla a dimettersi per evitare controlli dell’Inail. Contemporaneamente, sono state avviate le procedure di recupero degli oneri contributivi, previdenziali e assistenziali elusi per un importo di 696.191 euro. Riguardo alla frode contributiva, è stato accertato come gli indagati costantemente monitorassero i compensi corrisposti a circa 300 rider per non superare la soglia dei 5 mila euro annui, tetto utilizzato come scudo per evitare i versamenti previdenziali e mantenere il simulacro della «prestazione occasionale».
Gli indagati, venuti a conoscenza delle indagini nei loro confronti, perchè destinatari di un decreto di perquisizione, hanno messo in atto una serie di strategie per nascondere le prove a loro carico: chiedevano al gestore del database aziendale di rimuovere fisicamente i dati degli ordini degli anni precedenti dall’archivio e modificare tempestivamente le credenziali e le password di accesso al sistema, così da impedire eventuali ispezioni telematiche; prendevano in considerazione anche la possibilità di nascondere il computer aziendale e modificare il «file cassa» per abbassare gli importi registrati, mascherare il reale giro d’affari e coprire i pagamenti in contanti non dichiarati.
Le intercettazioni: «Justeat ce ne ha rubati dieci... sono in regola e lavorano di meno»
La società, attualmente in fase di liquidazione, è stata formalmente diffidata alla regolarizzazione dei lavoratori e all’adozione di assetti organizzativi per prevenire fenomeni di sfruttamento.
Il potere direttivo e di controllo sul lavoratore, benché virtualizzato e a distanza (tramite app), secondo le indagini restava a esclusivo e a totale appannaggio dei responsabili aziendali, che impartivano modalità di esecuzione dell’opera al lavoratore, che così si ritrovava in dipendenza diretta dalla società per quanto riguarda lo svolgimento delle mansioni. Particolare attenzione avrebbe dovuto avere il datore di lavoro rispetto alla valutazione dei rischi da fattore esterno, in base ai mezzi di trasporto per effettuare le consegne. Per questo ultimo aspetto la ditta non si è mai accertata che i mezzi fossero idonei alla circolazione stradale (coperti da polizza assicurativa, revisione regolare, ecc.), condizione che avrebbe potuto sicuramente generare situazioni di grave pericolo per i lavoratori, già sottoposti a condizioni di sfruttamento e stress psico-fisico, alimentato dalla voglia di implementare le consegne, per massimizzare i guadagni.
Tra le tante conversazioni significative ecco quella intercettata tra Silvio La Rosa, collaboratore del datore di lavoro Gianluca Penna, intenti a colloquiare sulle difficoltà per la carenza dei rider che cercavano di risolvere: Penna: “due, tre, mettili stasera in più...”; La Rosa: “ora li mettiamo”; Penna: “comunque sono davvero pochi i rider ah?? ma poi non c’è segnato nessuno sabato?...”. La Rosa e Penna poi riflettono sulle motivazioni che inducevano i rider a migrare presso altre aziende del settore, ammettendo palesi difformità: La Rosa: “non c’è nessuno... va bene... quanti ce ne ha rubati Justeat? Justeat ce ne ha rubati dieci”; Penna: “dieci?”; La Rosa: “sai cosa vuol dire dieci rider?”; Penna: “chi sono dieci?”; La Rosa: “da gennaio ad oggi dieci rider ci ha preso... ne ha presi proprio tanti... nel corso degli anni ce ne ha presi molti di più”; Penna: “ma dieci sono tipo?”; La Rosa: “C. ... R. ..., mi pare che si chiama G.”; Penna: “ma li pagano molto di più?”; La Rosa: “uuuuuuuh (affermativo)... non è tanto di più... sono in regola, è una garanzia e lavorano di meno, c’hanno la quattordicesima, c’hanno il bonus Renzi, c’hanno tredicesima, c’hanno ferie, c’hanno assicurazione”; Penna: “eh l’assicurazione pure con noi?!?”; La Rosa: “è diverso... assicurazione vera e propria non un’assicurazione che non sai quando ti paga quando fai un incidente!”; Penna: “è un problema grave questo...”.