Ancora fuori dalle emozioni di un Mondiale di calcio: L’importanza del numero 10
Di Vincenzo Cardile - Non sono un allenatore di calcio o un ex calciatore professionista, ma un semplice tifoso esteta, a cui piace il calcio per le emozioni che riesce a trasmettere: sono uno di quelli a cui piace guardare indifferentemente le partite, siano di esse di serie A o di terza categoria.
Non possedendone le capacità professionali, non entro pertanto nel merito dei motivi dell’ennesima eliminazione da una competizione internazionale, che evidentemente riflette la pochezza qualitativa di una serie A, priva ormai di campioni.
Faccio solo una semplice considerazione: vi siete accorti che nella formazione dell’Italia dell'altra sera, mancava il numero dieci? E che in serie A, l’unica squadra che gioca col dieci, inteso alla vecchia maniera, è il Como?
Ciò che ha ucciso calcisticamente l’Italia, per me, è proprio questo, cioè il distacco dalle nostre origini e la mancanza di fantasia, l’estro con cui siamo cresciuti.
Sin da piccoli, quando giocavamo a palla nei cortili delle case, tra le macchine e le saracinesche chiuse o sul selciati del campetti delle chiese, era raro che qualcuno avesse la propria maglietta da calcio.
Così ci mischiavamo: il più cicciottello ed il più piccolo a coprire la rispettiva porta, e poi tutti, in un nugolo di gambe, ad inseguire il pallone, tra una porta e l’altra, alla ricerca di un gol liberatorio.
Ai primi tornei studenteschi invece, venivano distribuite le maglie da calcio, generalmente in tessuto acrilico, con il numero cucito a mano, ma sempre un pò penzolante. Al più estroso, il professore di ginnastica dava la dieci: era lui che spesso decideva le sorti della partita, che ti faceva vincere o dannare.
Chi come me è cresciuto tra gli anni ottanta e gli anni novanta ed amava il calcio, si innamorava proprio del dieci che, dalla serie C alla serie A, ogni squadra aveva.
Io sono cresciuto guardando le partite del Messina, nel rettangolo di via Oreto: il mitico Giovanni Celeste.
Il primo “dieci” che ricordo in maniera viva è Beppe Catalano. Avevo dieci anni all’epoca, e da allora non ho mai scordato il suo dribbling stretto ed i suoi calci piazzati.
Quando non li batteva Catalano, li calciava Franco Caccia, a mio avviso, uno dei talenti meno valorizzati del calcio italiano di quei tempi, che aveva l’undici sulle spalle ma il dieci nel sangue: vent’anni prima che il calcio mondiale incensasse la “trivela” di Quaresma, già Caccia calciava le punizioni e gli angoli di esterno, mettendo il pallone esattamente dove doveva stare: all’incrocio dei pali o sulla testa dei compagni, ed il gol era certo.
Dopo questi due mostri sacri, la mia fantasia calcistica, a Messina,venne stimolata solo dalle giocate di Ciro Muro e poi, da quelle di Enrico Buonocore.
Cenno speciale alla dieci di Sasà Sullo, ma non tanto per le giocate da funambolo, ma per il cuore e l’anima biancoscudata.
Finita la partita al “Celeste”, giocata rigorosamente ogni domenica alle 14:30, si correva a casa per non perdere, alle 18:30, “90°minuto”, su rai due, per vedere le azioni ed i gol della serie A, dove ancora vigeva la regola dei due stranieri in campo, poi diventati tre, e poi ancora, infiniti.
E lì che c’era la crema dei dieci, e non ce ne rendevamo neanche conto.
Si passava dal sinistro di Maradona a Napoli, al destro di Platinì a Torino, come se fosse la normalità; dalle punizioni magistrali di Zico ad Udine, alla potenza di Matthaus a Milano.
E poi, negli anni 90’, dalle treccine di Gullit di Milano, si passava a Cagliari con Francescoli e poi ad Hagi a Brescia, Boban, e Savicevic… insomma la conta dei top 10, delle squadre maggiori sarebbe troppo lunga.
Dopo queste stelle, sono arrivati i dieci italiani: dal tiro di destro a giro di Del Piero, alle serpentine di Baggio; dai colpi di tacco di Mancini, al cucchiaio di Totti, le giocate di Zola.
Con le difese di ferro e fantasia negli ultimi venti metri, le squadre della serie A spopolavano in Europa e la Nazionale vinceva il Mondiale e poi l’Europeo.
Man mano che il tempo passa però, il calcio italiano sempre più internazionale e meno canatenacciaro, ha perso lo smalto e soprattutto, la classe cristallina del numero dieci.
Abbiamo provato a scimmiottare il Tiki taka spagnolo, la potenza fisica straripante del calcio inglese, perdendo di vista così la nostra identità.
Un calcio sempre più muscolare ha inaridito la nostra fantasia, al punto di non avere oggi, in Nazionale, un vero numero dieci, un calciatore capace di saltare l’uomo nell’uno contro uno, ma soprattutto, di fare accendere la fantasia dei bambini che lo guardano, e quella dei bambini che noi adulti, abbiamo ancora dentro.
Forse, per andare avanti, dobbiamo guardare indietro, ripartendo in contropiede, con i dribbling e la fantasia: il genio calcistico italiano, che tutto il mondo ci riconosce(va).