Sicilia, fango e corruzione: il ”grande business” del dissesto idrogeologico. 13 indagati, c’è anche Maurizio Croce
La terra che si sbriciola a Niscemi non è solo il risultato di una natura fragile, ma il sintomo di un sistema che trasforma l’emergenza in profitto. Mentre la Sicilia conta i danni dell'ennesima catastrofe annunciata, il dibattito sulla prevenzione si riaccende, trascinando con sé vecchi fantasmi e verità rimaste per troppo tempo confinate nei faldoni delle video-inchieste indipendenti. Già due anni fa, il giornalista e regista Alberto Castiglione (ANTIMAFIADuemila) aveva acceso i riflettori su quello che definiva il "grande business siciliano del dissesto idrogeologico". Attraverso una serie di interviste e testimonianze, Castiglione delineava un quadro inquietante: infiltrazioni mafiose, accordi sottobanco e i famigerati "tavolini" dove si decidono le spartizioni dei fondi pubblici destinati alla messa in sicurezza del territorio. "È l'ennesimo business criminale," emergeva dall'inchiesta, descrivendo un meccanismo in cui la vulnerabilità della Sicilia diventa la gallina dalle uova d'oro per funzionari infedeli e imprenditori compiacenti. Tra le voci più forti raccolte da Castiglione c’era quella di Fabio D’Agata, l’imprenditore che nel 2021 ebbe il coraggio di denunciare i tentativi di concussione da parte di un funzionario pubblico per dei lavori di consolidamento in provincia di Messina. In tempi non sospetti, D’Agata puntava il dito contro l’opacità gestionale dell’Ufficio del Commissario per il dissesto idrogeologico della Regione Siciliana, allora guidato da Maurizio Croce. D’Agata denunciava - ed insieme a lui anche la FIllea Cgil siciliana - una gestione dei bandi e delle procedure che appariva tutt'altro che trasparente, descrivendo un sistema che sembrava respingere chi voleva lavorare nella legalità. Oggi quelle denunce assumono un peso diverso. Maurizio Croce, l'ex soggetto attuatore e figura chiave della struttura commissariale, risulta infatti tra i tredici indagati nell'ambito dell'inchiesta sulla frana di Niscemi. Le accuse sollevano nuovamente il velo su una gestione delle risorse che, invece di bloccare il fango, avrebbe alimentato un sistema di potere e corruzione. La catastrofe di Niscemi non è dunque solo un evento geologico, ma il punto di arrivo di un percorso segnato da avvertimenti ignorati. Se le inchieste giornalistiche come quella di Castiglione avevano già tracciato la mappa del rischio, la magistratura è ora chiamata a stabilire se quel "business" sia stato costruito sulle fondamenta di un territorio lasciato deliberatamente a rischio.
Tutti gli indagati
Oltre agli ultimi quattro presidenti regionali, dall’attuale Renato Schifani passando per Rosario Crocetta, Raffaele Lombardo e Nello Musumeci, oggi a capo della Protezione civile e principale coordinatore degli attuali interventi d’urgenza, si sono altri 9 indagati. Iscritti nel registro i vertici della Protezione civile regionale dal 2010 al 2026 Pietro Lo Monaco, Calogero Foti e l’attuale Salvatore Cocina; poi i direttori generali della Regione, capi dipartimento del dissesto idrogeologico, ovvero Vincenzo Falgares, Salvo Lizio, Sergio Tuminello e Giacomo Gargano. Tra loro anche il messinese Maurizio Croce. Avviso di garanzia anche per Sebastiana Coniglio, legale rappresentante dell’Associazione temporanea di imprese incaricata degli interventi al Benefizio.