Il plenum sceglierà tra Ardita e Fusco: Antimafia, la corsa ai posti da vice-Melillo spacca Csm e Dna
Di Giuseppe Pipitone - È uno scontro sotterraneo quello che si sta consumando a Palazzo Bachelet, dove il 10 giugno il Csm dovrà nominare il nuovo Procuratore aggiunto della Direzione nazionale antimafia e antiterrorismo. Incarico fondamentale per l’ufficio guidato da Giovanni Melillo, che negli ultimi tempi ha vissuto momenti di fibrillazione interna legati alla gestione delle indagini sulle stragi ’92 e ’93. Ma andiamo con ordine.
Il 27 aprile la Quinta commissione del Csm ha proposto al plenum due nomi: Sebastiano Ardita con 3 voti (il consigliere Mi Eligio Paolini e i laici di destra Felice Giuffrè ed Enrico Aimi) ed Eugenio Fusco con uno (il togato di Area Maurizio Carbone). Si tratta di due ottimi magistrati, attualmente procuratori aggiunti rispettivamente a Catania e a Milano. Sulla carta, però, il posto dovrebbe andare ad Ardita. Dalla fine 2024, infatti, al Csm è in vigore il testo unico sulla dirigenza giudiziaria, che indica la logica per assegnare le nomine di vertice: in questo senso il passato di Ardita da direttore Dap e consigliere Csm vale come incarico direttivo. Il magistrato siciliano si è poi occupato molto di mafia, specializzazione chiaramente fondamentale per gli incarichi in via Giulia. Fusco, invece, è un esperto di cybersicurezza, tema diventato di competenza della Dna dal 2023, molto caro a Melillo. Sentito in commissione, il procuratore nazionale ha sottolineato la “necessità di poter contare nel suo ufficio” su magistrati “capaci di governare” questo tipo di tecniche investigative”, definite “professionalità ancora rare nel sistema del pubblico ministero”. Una posizione, quella di Melillo, che è citata nel parere a favore della nomina di Fusco. Ecco perché, nonostante il vantaggio di Ardita in commissione, al Csm si predica prudenza. Le bocche sono cucite, ma è un fatto che sui posti da vice Melillo stia andando in onda uno scontro tra correnti. Anche per questo motivo, secondo quanto risulta al Fatto, il voto del plenum è slittato a giugno: decisive saranno le preferenze di Area, ma pure Md e Unicost, astenute in commissione. Sarà un caso, ma poche settimane fa il presidente dell’Anm Giuseppe Tango ha chiesto “maggiore trasparenza e prevedibilità delle decisioni adottate dal Csm”. Un auspicio proprio mentre il Consiglio potrebbe ignorare le regole che si è dato da solo.
Questo, tra l’altro, è soltanto il primo tempo di una partita che si gioca in tre atti, quanti sono i posti da assegnare in Dnaa. Le altre selezioni si apriranno dopo che il plenum sceglierà tra Ardita e Fusco. In corsa ci sono altri magistrati di esperienza, a cominciare da Franca Imbergamo, che con 14 anni in via Giulia è titolare di uno dei principali requisiti richiesti. È già in servizio alla Dnaa come sostituto dal 2019 anche Nico Gozzo, aggiunto a Caltanissetta quando venne svelato il depistaggio di via d’Amelio. In corsa poi Marzia Sabella, che a Palermo ha indagato sulla scomparsa della Natività di Caravaggio, e Giuseppe Lombardo, coordinatore delle indagini su ‘Ndrangheta stragista a Reggio Calabria, Sergio Amato, vice di Nicola Gratteri a Napoli.
Le scelte del Csm influiranno sugli equilibri di via Giulia, dove alcuni magistrati contestano il metodo seguito da Melillo nella gestione delle indagini sulle stragi, ancora oggi nervo scoperto del Paese. Basti pensare alle polemiche scoppiate in Commissione Antimafia dopo l’audizione di Salvo De Luca, procuratore di Caltanissetta che ha definito da “zero tagliato” la cosiddetta pista nera, sottolineando come invece il filone di Mafia–appalti sia da considerarsi l’unica “concausa” delle bombe su cui siano finora emersi elementi.
Un’impostazione contestata a livello politico dall’opposizione, ma pure all’interno della Dnaa, dove alcuni pm – tra i quali ci sono Imbergamo e Nino Di Matteo – hanno criticato il fatto che Caltanissetta sia stata tenuta per più di un anno lontana dal confronto con altre procure impegnate sulle stragi, come Firenze. “Separare le indagini sul ’92 da quelle sul ’93 è un errore clamoroso”, dice un investigatore, facendo notare come De Luca a San Macuto ci abbia tenuto a spiegare di aver “informato” Melillo prima di cominciare a lavorare su Mafia-appalti. “Il procuratore nazionale – ha detto il pm nisseno – è stato perfettamente d’accordo con noi”.