14 Agosto 2026 Politica e Sindacato

Ponte sullo Stretto: Ricorsi a Corte Ue e Tar per evitare l’assurdo paradosso dei 450 espropri

Di Marco Palombi - C’è un amaro paradosso in questa vicenda del Ponte sullo Stretto, che potremmo definire il frutto dell’ignavia. Matteo Salvini, con l’avallo di Giorgia Meloni, ha disegnato un iter caratterizzato da decreti e forzature d’ogni tipo su un progetto che al momento non si sa nemmeno se sta in piedi: tutti gli organi tecnici interpellati hanno espresso pesanti dubbi sulla realizzabilità dell’opera, da ultimo il Consiglio superiore dei lavori pubblici, ma poi – assicuratisi di aver messo a verbale le loro perplessità – hanno concesso all’opera il loro formale via libera. Se ne parlerà poi a contratti firmati (e penali garantite a WeBuild), in sede di progettazione esecutiva e persino coi lavori in corso, visto che Salvini ha concesso al Ponte di essere autorizzato “per fasi costruttive”, cioè a pezzi, e non quando si saprà per filo e per segno come si intende e se si può costruire l’opera.
Resta l’ostacolo a livello giuridico e finanziario della Corte dei conti, certo, ma se quell’argine crollerà (e il governo sta facendo di tutto perché lo faccia) ci troveremo davanti a un paradosso difficile da spiegare. Firmati i contratti con il soggetto che aveva vinto la gara nel 2005 (sic), cioè il consorzio Eurolink, oggi guidato dalla WeBuild di Pietro Salini, si potranno avviare i lavori preliminari e complementari – e i relativi espropri – grazie alla già citata autorizzazione per fasi costruttive, salvo poi scoprire che i mille dubbi espressi dagli organi tecnici (legge il pezzo qui accanto) rendono l’opera semplicemente non costruibile o magari non sostenibile finanziariamente.

Una beffa che al momento, sulla base dei documenti prodotti da Stretto di Messina Spa nel 2024 e 2025, coinvolge le abitazioni di non meno di 450 famiglie, 300 in Sicilia e 150 in Calabria, a non citare terreni e altri fabbricati: gente che potrebbe perdere la propria casa, indennizzata a prezzo vile, per un’opera di cui né il governo né il costruttore possono al momento garantire la fattibilità.

Ora i movimenti ambientalisti e quelli dei residenti contrari alla mega-opera hanno davanti una strada stretta: accanto alla mobilitazione nelle strade o sui media, quella dei ricorsi legali. Angelo Bonelli, deputato di Alleanza Verdi e Sinistra, ha annunciato “una denuncia alla Corte di Giustizia europea sulla vicenda del Ponte sullo Stretto: stanno forzando regole, procedure e valutazioni tecniche pur di andare avanti a ogni costo con un’opera da 14,5 miliardi”.

Le associazioni e alcuni Comuni della zona hanno già tentato, al tempo del via libera della Commissione Via (valutazione impatto ambientale), la più ovvia strada del ricorso al Tar del Lazio: all’epoca il giudice giudicò inammissibili i ricorsi perché prematuri.

In sostanza, secondo il tribunale amministrativo, non si può ricorrere contro singoli passaggi della procedura, ma solo contro l’intero dossier una volta approvato: solo dopo il nuovo passaggio al Cipess, il comitato interministeriale per le grandi opere, e l’eventuale registrazione della sua delibera da parte della Corte dei Conti si potrà provare a bloccare il treno del Ponte che non si sa come costruire.

Salvini vuol procedere a passo di carica con l’approvazione e promette di nuovo i cantieri entro l’anno, come nel 2025: i cantieri, però, furono già aperti quasi vent’anni fa e poi non successe nulla. Il punto d’arrivo è firmare i contratti e far finta di costruire il Ponte sullo Stretto, non costruirlo davvero.