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GIAMMORO (MESSINA), IL GRUPPO DELL’IMPRENDITORE SICLARI: Niente stipendi di settembre. Stato di agitazione all’Aicon. Che intanto sigla una convenzione con gli Istituti Bancari per Piano Risanamento

Stato di agitazione all’Aicon di Giammoro. I lavoratori lamentano il mancato pagamento dello stipendio di settembre e così hanno deciso di astenersi dal lavoro. Una protesta – affermano le segreterie provinciali di Feneal-Uil e Fillea-Cgil – che scaturisce «dal perdurare delle solite problematiche preesistenti in azienda che creano preoccupazione nei lavoratori». I lavoratori si sono ritrovati in presidio davanti ai cancelli per manifestare il «loro disappunto per il clima di grande incertezza esistente, con notizie – hanno affermato alcuni operati –che si rincorrono. A volte positive, a volte negative. Molti di noi siamo lavoratori monoreddito e quindi è normale che, rimanendo indietro di uno stipendio e perdurando l’incertezza, anche per il silenzio dell’azienda, che si crei questa preoccupazione». La protesta è comunque rimasta sempre nei canoni della normalità anche se sul posto sono giunti gli agenti del Commissariato di Ps di Milazzo. Lo stato di agitazione potrebbe proseguire anche nella giornata di oggi, a meno che da Milano non arrivino notizie confortanti. In tutti i casi sindacati e lavoratori chiedono all’Aicon quantomeno di fornire informazioni che possano rassicurare tutti. Una richiesta che si aggiunge a quella avanzata lo scorso 23 ottobre quando in una lettera all’amministratore delegato del gruppo Angelo Sidoti e al presidente Pasquale Siclari, la Rsu dell’azienda chiese un incontro urgente per definire alcune situazioni. Un incontro finalizzato proprio ad avere certezze su alcune scadenze di pagamento. Fino ad oggi – hanno affermato i sindacalisti – si è fatto di tutto per andare incontro alle esigenze aziendali, rendendoci conto del particolare momento di crisi che si sta attraversando, ma oggi i lavoratori vogliono qualche certezza in più». «Sappiamo che il Piano industriale dell’Aicon è stato approvato – ha aggiunto il sindacalista Salvatore Napoli – e che si è in attesa di riscontri da Milano. È normale che i lavoratori siano in apprensione, vista la situazione generale del comparto economico della nostra provincia. Il “fermento” finirà non appena la situazione economica sarà sbloccata. A quel punto come sempre siamo pronti a sederci e discutere tutte le situazioni che si andranno a sviluppare. Come sempre per noi la priorità deve essere lo stipendio e la salvaguardia del posto di lavoro». La protesta di ieri è stata ritentuta «eccessiva» da Aicon che in una nota diramata ieri sera ha tenuto a precisare che «solo una parte dei dipendenti si è astenuta dal lavoro. Nel corso della sua storia Aicon ha sempre onorato gli impegni e il ritardo di un solo mese è legato alla crisi del settore del nautica». Aicon evidenzia che «è stato approvato un concreto piano di rilancio e che questo programma di risanamento ha ottenuto il via libera da parte degli istituti di credito e attualmente si sta lavorando per la definitiva sottoscrizione degli accordi». (g.p.)

Aicon sigla convenzione Istituti Bancari per Piano Risanamento

Aicon, gruppo messinese che opera nella progettazione, costruzione e commercializzazione di imbarcazioni e navi da diporto a motore di lusso, rende noto di avere sottoscritto la documentazione contrattuale con gli Istituti Bancari creditori del Gruppo, attuativa del Piano Finanziario a sostegno del Piano di Risanamento 2009 – 2012. Lo si legge in una nota. Gli accordi contrattuali sottoscritti con gli Istituti Bancari prevedono: Il consolidamento e il riscadenzamento dei finanziamenti a breve e a medio/lungo termine, con un preammortamento di 16 mesi e successivo rimborso del capitale in cinque anni; L’apporto di nuova finanza per un totale di Euro 10,1 milioni, dei quali Euro 4,5 milioni per cassa ed Euro 5,6 milioni di credito di firma a sostegno dell’attività commerciale del Gruppo; Il mantenimento delle linee autoliquidanti in essere; L’apporto di nuova finanza per Euro 6 milioni da parte dell’Azionista di maggioranza, già interamente versati; L’impegno da parte dell’Azionista di maggioranza alla copertura delle perdite dell’esercizio in corso e delle eventuali perdite degli esercizi successivi per tutta la durata del Piano, attraverso la rinuncia, anno per anno, al credito vantato nei confronti di Aicon S.p.A. a salvaguardia del patrimonio netto, fino a concorrenza dell’importo complessivo del credito. “E’ stato centrato un obiettivo fondamentale per accelerare e rendere significativo il rilancio del nostro Gruppo. L’implementazione del Piano Finanziario consentirà al Gruppo Aicon di avere la necessaria stabilità patrimoniale e flessibilità finanziaria per portare avanti con successo il Piano Industriale 2009-2012″ – ha commentato il Presidente e Amministratore Delegato Lino Siclari. Il Gruppo Aicon si e’ avvalso dell’assistenza di “Vitale e Associati SpA”, in qualita’ di advisor finanziario, e di Clifford Chance in qualita’ di advisor legale. Gli istituti bancari sono stati assistiti da Norton Rose in qualita’ di advisor legale.

Morto Antonio Pelle, “patriarca” di San Luca: Uno dei capi storici della ‘ndrangheta aspromontana. Era stato scarcerato di recente per motivi di salute mentre scontava una condanna a 26 anni

Aveva una tempra robusta, ma un infarto è stato più forte. Così ieri mattina è morto Antonio Pelle, 77 anni, detto “Ntoni Gambazza”. Il decesso è avvenuto alle 7,10 nell’ospedale di Locri dove il boss sanluchese era stato ricoverato d’urgenza poco prima. Antonio Pelle era uno dei pochi patriarchi storici della ‘ndrangheta aspromontana, quella considerata “pesante” e per questo ai vertici dell’organizzazione criminale calabrese ritenuta una delle più potenti e ramificate del mondo. Già in precarie condizioni di salute, Pelle aveva ottenuto, martedì scorso, la scarcerazione, facendo rientro a casa. Ieri poco prima dell’alba il malore e la corsa verso l’ospedale di Locri. Nonostante il ricovero e l’intervento dei medici, il cuore di Antonio Pelle si è poco dopo le 7. I funerali si celebreranno oggi pomeriggio a San Luca, su disposizione della Questura di Reggio Calabria in forma strettamente privata. Il boss era stato arrestato, dopo 9 anni di latitanza, il 12 giugno scorso dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria mentre era ricoverato nell’ospedale di Polistena a seguito di un delicato intervento chirurgico all’intestino per via di un’ernia strozzata. Alla sua individuazione e quindi alla cattura, i carabinieri del Ros, guidati dal colonnello Valerio Giardina, attuale responsabile del Gruppo di Locri, erano arrivati seguendo gli spostamenti della moglie Giuseppa Giampaolo, 73 anni. Pelle era dunque latitante da quasi dieci anni. Due lustri interi trascorsi da “uomo invisibile” per le forze dell’ordine ma figura ben visibile, anche fisicamente, affidabile, accentratrice e di riferimento costante per gli affiliati dell’omonimo clan federato, anche per legami di parentela, con i Vottari “Frunzu”. In questi dieci anni di latitanza il vecchio Ntoni Gambazza non si era mai fatto sedurre dalla tecnologia: non aveva mai fatto uso di telefoni, cellulari, carte di credito, bancomat, computer. Nulla insomma che potesse in qualche modo “tracciare” la sua presenza in luoghi ben precisi. Sul suo capo pendeva un provvedimento di cumulo di pene, relativo a due procedimenti giudiziari unificati nel 2004, per un totale di 26 anni di carcere per associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga e armi. In passato il nome del boss – anche se ne uscì assolto o ritenuto estraneo ai fatti contestatigli – fu anche accostato ad alcuni sequestri di persona. Antonio Pelle, unitamente a Giuseppe Morabito, “u Tiradritto”, di Africo, arrestato dopo quasi quindici anni di latitanza, circa 4 anni fa, era riconosciuto come uno dei capi della “cupola” della ‘ndrangheta e in particolare del “mandamento ionico”. Un “pezzo da 90″, insomma, della criminalità, che in passato, in un procedimento giudiziario, era stato difeso anche dall’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone. Dalle numerose indagini sviluppate attorno alla figura di del boss aspromontano dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, era emerso che Antonio Pelle, vista la sua fittissima e affidabile rete di fiancheggiatori, avrebbe trascorso la sua lunga latitanza a San Luca e dintorni e non lontano, quindi, dal suo imponente “quartier generale” della contrada Ricciolio di Benestare, al confine col territorio di San Luca. Uno dei quattro figli maschi di Antonio Pelle, Giuseppe, classe 1960, è sposato con una delle figlie del boss Francesco Barbaro, alias “Ciccio u castanu”, classe 1927, di Platì, ritenuto a capo, insieme al figlio Giuseppe, “Peppe u sparitu”, classe 1956, dell’omonimo clan dell’Aspromonte. Gli altri figli di Antonio Pelle sono Salvatore, Domenico e Sebastiano. Una figlia di Antonio Pelle, Maria, è, invece, sposata col sanluchese Francesco Vottari, alias “Ciccio u Frunzu”, classe 1971, arrestato circa due anni fa nell’ambito dell’operazione “Fehida”, il maxiblitz dei carabinieri del Gruppo di Locri scattato, nell’ambito della storica e sanguinosissima “faida di San Luca”, alla fine di agosto del 2007, a distanza di due settimane dalla strage di Duisburg, in Germania. E proprio prima dell’orribile mattanza sanluchese “Gambazza” – specie dopo l’agguato di Natale del 2006 in cui fu uccisa Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Luca Nirta, e ferite quattro persone tra cui un bambino– si tirò fuori dallo scontro, tanto da “riprendersi” in casa la figlia Maria finché le acque non tornarono calme. Cercò in tutti i modi di mettere pace tra i clan, come risultò anche da un’intercettazione ambientale effettuata nel febbraio del 2007 (dopo gli omicidi di Maria Strangio e Bruno Pizzata) nel carcere di Carinola di un colloquio tra Giuseppe Pelle e Francesco Barbaro “u Castanu”, figlio e consuocero di Antonio Pelle. I suoi tentativi di mettere pace, si rivelarono vani: a San Luca e dintorni, tra febbraio e agosto del 2007, si verificarono altri tre omicidi. E la strage di Duisburg. Dallo scorso mese di giugno, momento della cattura, il vecchio boss ha trascorso un breve periodo in ospedale. C’è stato, quindi, il trasferimento al carcere di Palmi prima e Catanzaro dopo. Era stato il magistrato Laura Antonini , accogliendo l’istanza dei difensori Salvatore Staiano e Lorenzo Gatto, a scarcerare Pelle per gravi motivi di salute. All’ospedale di Locri, ieri, l’epilogo della vicenda terrena di uno dei capi storici della ‘ndrangheta. Antonello Lupis – GDS

PRUDENTE E CARISMATICO, ‘NTONI GAMBAZZA CERCÒ INVANO DI IMPEDIRE LA STRAGE DI DUISBURG – L’inafferrabile “primula rossa” che voleva la pace

Una faccia squadrata, dai lineamenti forti, incastonata sotto una capigliatura che si manteneva folta, a dispetto dell’età. Antonio Pelle, da tutti conosciuto come ‘Ntoni Gambazza, era l’uomo di ‘ndrangheta più importante di San Luca. Per meglio dire: era “la ‘ndrangheta” del piccolo centro dell’Aspromonte dove i clan hanno scritto la storia del crimine, uccidendo i rivali, organizzando rapimenti, muovendo montagne di droga, riciclando fiumi di denaro. E poi San Luca è la “mamma”, come viene chiamato il “locale” del paese, la struttura base di una cinquantina di affiliati cui è affidato il controllo del territorio. Per anni, nome e soprannome del vecchio boss erano inseriti stabilmente negli elenchi del ministero dell’Interno. La caccia delle forze dell’ordine si era fatta serrata man mano che l’importante personaggio scalava le posizioni e si inseriva ai primi posti della classifica della pericolosità. Nel giugno scorso, con il ricovero all’ospedale di Polistena per subire un intervento chirurgico, c’era stata la fine della latitanza durata quasi dieci anni. D’altronde, a 77 anni e con seri problemi di salute, per ‘Ntoni Gambazza era ormai difficile continuare la vita di latitante. E la morte sopraggiunta ieri all’ospedale di Locri conferma come il fisico dell’anziano boss fosse ormai minato da tempo. Nelle informative di Polizia e Carabinieri, Antonio Pelle viene indicato come uno dei capi storici dell’organizzazione. Non a caso nella struttura gerarchica della cosca ricopriva il grado di “vangelo”, il più alto. Come avevano rivelato i pentiti storici, da Giacomo Ubaldo Lauro a Filippo Barreca, il grado di “vangelo” era stato creato in appositamente per assegnare una dote di livello superiore ai capibastone, con particolare prestigio e carisma criminale. Sotto questo aspetto Pelle non aveva nulla da invidiare a nessuno. Il suo nome compare nelle più importanti inchieste condotte della Dda di Reggio. Tante inchieste ma nessuna condanna. Come capitava ai boss di Cosa nostra palermitana, anch’egli sistematicamente era uscito indenne da tutti i principali processi, facendo collezione di assoluzioni (ben nove). Tra gli avvocati che nei decenni hanno difeso Pelle compare anche il prof. Giovanni Leone, due volte presidente del Consiglio e presidente della Repubblica dal 1971 al 1978. Il boss “inciampò solo una volta: nell’operazione “Lady O”, nata da un’inchiesta coordinata dal pm Francesco Mollace, che si era occupata di un colossale narcotraffico gestito tra la Calabria e la Puglia dalle ‘ndrine della Locride, in sinergia con alcune cosche della periferia Sud di Reggio e famiglie della Sacra corona unita. Una vicenda tornata di recente alla ribalta con la condanna, nell’ultimo stralcio del processo, a 16 anni di reclusione dell’armatore della motonave divenuta tristemente famosa per aver sbarcato negli anni Novanta tre tonnellate di hashish sulle coste reggine e pugliesi. In quel processo ‘Ntoni Gambazza fu condannato a 26 anni per associazione mafiosa, traffico internazionale di droga e altro. Il 18 settembre 2007 erano state condotte anche ricerche internazionali, ma nei nove anni di latitanza Pelle non si era mai allontanato dall’Italia. Gli inquirenti ritengono che non solo non avesse mai lasciato la Calabria ma, addirittura, fosse sempre rimasto nei boschi dell’Aspromonte. Una latitanza in senso classico, senza uso di mezzi tecnologici moderni come telefonini o computer. Per comunicare con la moglie e i figli faceva ricorso a messaggeri. Ma la vita di latitante per lui divenne particolarmente difficile negli ultimi anni, segnati dai cruenti episodi della faida di San Luca. Soprattutto dopo il 17 agosto 2007 quando un commando dei Nirta-Strangio compì la strage di Duisburg, lasciando sul terreno i corpi senza vita di sei persone considerate vicine ai Vottari-Pelle. La crescente pressione dello Stato e la presenza sempre più capillare delle forze dell’ordine sul territorio avevano creato condizioni difficili per gli uomini delle cosche. In un paese in cui 134 abitanti si chiamano Pelle, 121 Strangio, 92 Romeo, 85 Nirta e quasi tutti sono imparentati da matrimoni e battesimi, era facile che qualche killer potesse confondersi. Secondo gli investigatori, Antonio Pelle, anche se estraneo alla faida, sapeva della strage di Duiburg, cioè sapeva che qualcuno avrebbe vendicato l’omicidio di Maria Strangio, 33 anni, ammazzata la sera di Natale del 2006 per errore, al posto del marito, Giovanni Luca Nirta. Il boss, sempre secondo gli inquirenti, era a conoscenza della possibilità di una risposta clamorosa ma non aveva potuto fare nulla per impedirla. Aveva solo potuto evidenziare che la componente facente capo a lui non era coinvolta nello scontro che interessava un’altra componente (i “Vanchelli”) della famiglia Pelle. Proprio per sottolineare l’estraneità alla faida delle famiglie più potenti chiese ai familiari liberi di mandare una lettera alla Gazzetta del Sud. Un messaggio chiaro: la faida era uno scontro tra famiglie minori e Gambazza stava cercando, come già aveva fatto in passato, nel 1991, di arrivare a una pace senza vincitori. Paolo Toscano – GDS

UNIVERSITA’ DI MESSINA: E IL RETTORE TOMASELLO SI PROLUNGA DI UN ANNO IL MANDATO…

Il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione dell’Università di Messina si occuperanno nelle prossime sedute delle modifiche relative allo statuto. La proposta è stata presentata ieri nel corso delle due riunioni. Tanti i passaggi nodali. A cominciare dalle modifiche degli articoli 9 e 11, con la semplificazione delle procedure deliberative di Senato e Consiglio, attraverso il ricorso a Commissioni dotate di poteri sia referenti che deliberanti. Novità di non poco conto. Così come quanto previsto dall’art. 9 comma 11-ter, volto ad evitare doppioni di competenze tra Senato e CdA con particolare riguardo agli atti normativi. Novità anche per ciò che concerne la proroga del mandato in corso di espletamento. L’art. 57, comma 1, prevede che «allo scopo di ristabilire la parità di trattamento tra coloro che, dopo aver espletato un mandato triennale, sono in atto preposti per la seconda volta consecutiva a cariche elettive di durata quadriennale e coloro che potranno essere chiamati a ricoprire le cariche stesse in seguito, il mandato dei primi è alla scadenza prorogato di un anno». È il caso del rettore Tomasello, che arriverà così a otto anni, come previsto peraltro dalla prossima riforma Gelmini. Intanto sabato, alle 10, nella Sala Senato, nel corso di una conferenza stampa sarà presentata l’inaugurazione dell’Anno Accademico 2009/2010 che si terrà sabato 21 novembre, nell’Aula Polifunzionale della Facoltà di Scienze al Papardo. La prolusione, che verterà sul tema del dissesto idrogeologico, sarà pronunciata dal prof. Giancarlo Neri, docente della Facoltà di Scienze dell’Ateneo peloritano. Ospiti della cerimonia saranno l’ambasciatore Ferdinando Alberto Salleo, il prof. Pasquale Versace, docente presso l’Università della Calabria, e il prof. Eugene H. Stanley, fisico statunitense e docente della Boston University, candidato al Premio Nobel per la Fisica. Mauro Cucè – GDS

L’INCHIESTA E LA DENUNCIA DI A. MAZZEO: IL MUOS DI NISCEMI E’ UNA BOMBA ECOLOGICA

“Incompleta e di scarsa attendibilità” con una documentazione allegata “discordante, insufficiente e inadeguata”. È quanto emerge dalla relazione tecnica che analizza lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale presentata nell’estate del 2008 dalla Marina militare statunitense in vista dell’installazione della stazione del sistema di telecomunicazione satellitare MUOS all’interno della riserva naturale “Sughereta di Niscemi”, in provincia di Caltanissetta. La presentazione della valutazione d’incidenza si era resa necessaria in quanto le infrastrutture MUOS occuperanno un’area di circa 2.500 m2 ricadente in zona B della riserva di Niscemi, Sito di Importanza Comunitaria (SIC), identificato dal codice “ITA050007” e rientrante – secondo il manuale delle linee guida per la gestione dei Siti Natura 2000 del Ministero dell’Ambiente – nella tipologia “a dominanza di querceti mediterranei”. Parere favorevole sullo “studio ambientale” predisposto dall’US Navy era stato rilasciato l’8 settembre del 2008 da tutti i partecipanti alla conferenza dei servizi indetta dall’Assessorato regionale al Territorio ed Ambiente. Alla conferenza, oltre all’ente gestore della riserva naturale, erano presenti anche due tecnici del Comune di Niscemi. Successivamente, sulla spinta delle mobilitazioni “No MUOS” sviluppatesi nelle province di Caltanissetta e Catania, l’amministrazione comunale di Niscemi aveva incaricato tre professionisti a riverificare i possibili impatti dell’impianto satellitare sulla flora e la fauna della “Sughereta”. Consegnata il 10 ottobre 2009, la relazione a firma dei dottori Donato La Mela Veca (cartografo), Tommaso La Mantia (agronomo presso la facoltà di Agraria dell’Università di Palermo) e Salvatore Pasta (botanico), individua un impressionante numero di lacune ed omissioni nella valutazione ambientale del progetto, rilevando la scarsissima attenzione prestata dai militari statunitensi allo straordinario patrimonio ospitato in una delle più importanti riserve ecologiche siciliane. “Dal contenuto della valutazione d’incidenza”, scrivono i tre professionisti, “emerge un resoconto incompleto o spesso poco dettagliato di tutti gli impatti diretti ed indiretti dell’intervento. Si forniscono indicazioni sulla superficie coinvolta nella messa in posto di case pre-fabbricate e delle antenne (circa 900 m2), delle strade e dei marciapiedi (circa 1.500 m2), ma non è stato possibile trovare alcuna informazione quantitativa sui volumi e sull’estensione areale delle opere di rimodellamento della morfologia e di regimazione idraulica”. Mentre due delle tavole presentate risultano “sfalsate di pochi metri e riguardano esclusivamente l’area in cui è prevista la messa in posto delle nuove antenne e dei capannoni pre-fabbricati”, viene invece del “tutto trascurato il resto dell’area influenzata dal progetto”. Gli esperti sottolineano poi un’“apparente discordanza tra il perimetro dell’area d’intervento riportato sulla cartografia messa a disposizione e l’ambito d’intervento così come delimitato sul campo e indicatoci dai responsabili progettuali ed esecutivi del progetto”. Nello specifico, lo studio per la valutazione d’incidenza non aveva preso in considerazione l’area pianeggiante che sovrasta quella in cui è prevista l’installazione di tre grandi antenne circolari con un diametro di 18,4 metri e due torri radio alte 149 metri, “già occupata da materiali e mezzi” del cantiere MUOS. “Manca una benché minima valutazione degli impatti che l’infrastruttura avrà sulla fauna in fase d’esercizio e le considerazioni sugli impatti su flora e vegetazione in fase di cantiere sono a dir poco scorrette e inconsistenti”, aggiungono i professionisti, lamentando la mancata consegna di “documenti fondamentali” nel procedimento, come ad esempio le relazioni paesaggistica e faunistica e la Carta dei vincoli della riserva. Nella documentazione “non compare neppure un singolo riferimento alla denominazione né ai codici numerici relativi ad eventuali habitat presenti nell’area d’indagine”. Relativamente allo studio della vegetazione, sono stati “sottostimati” e “del tutto trascurati” gli elementi di maggiore pregio. Avendo essi una fenologia tardo-vernale e primaverile, l’epoca d’indagine dei tecnici incaricati dall’US Navy è stata del tutto inappropriata. “Invece di considerare l’area di “scarso interesse””, spiegano i professionisti, “sarebbe stato più corretto rifiutarsi di compiere il sopralluogo in una stagione del tutto inidonea ad individuare le principali emergenze botaniche (flora, vegetazione e habitat del comprensorio)”. Contrariamente al giudizio dei fautori del progetto MUOS, la riserva di Niscemi “costituisce un biotopo di notevole interesse naturalistico e scientifico, ed è stato, designato per la presenza di quattro habitat, di cui uno prioritario”. L’habitat più esteso è costituito dalla Foresta a Quercus suber (Sughera) che presenta “spiccati caratteri di xericità se confrontata con altre sugherete della Sicilia”. La “Sughereta di Niscemi”, spiegano gli esperti incaricati dal Comune, è “certamente un’area di grande interesse perché sebbene le unità di vegetazione naturale e semi-naturale, sugherete innanzitutto, appaiano frammentate sono uno degli ultimi esempi di questa tipologia di habitat nella Sicilia meridionale”. Ricca e di amplia distribuzione la flora esistente nell’area interessata dal dissennato programma militare. Si tratta di circa 200-250 specie diverse, il 40% delle quali esclusive del bacino del Mediterraneo, con alcune già sottoposte a tutela internazionale (fior di legna, serapide lingua, lino delle fate minore, melica piramidale, quercia spinosa, pungitopo). La relazione tecnica segnala la “presenza di due specie incluse nelle liste rosse regionali, ovvero l’eliotropio (indicato come “vulnerabile”) e la laurea, mentre “riveste un certo interesse fitogeografico la presenza di Helichrysum scandens (endemico della Sicilia sud-orientale), radicchio virgato, crespino spinoso, calicotome infesta e alkanna tintoria, quest’ultima piuttosto rara a livello regionale”. Sui pendii a est dell’area in cui sorgeranno le antenne sono state osservate inoltre “importanti praterie a barboncino mediterraneo, garighe frammiste a prateria ad erba della pampa, piccoli nuclei di macchia sclerofilla termofila con lentisco, ilatro, ulivo silvestre, ed esigui popolamenti di sughere”. “Sebbene l’area di intervento sia minima rispetto alla superficie della riserva nel suo complesso, le interazioni con l’avifauna possono essere significative dato il contesto territoriale”, si legge ancora nella relazione predisposta dal Comune di Niscemi. “L’area è di grande interesse per la presenza di un elevato numero di specie di uccelli (122), dovuto al fatto che il Sito Natura 2000 si trova lungo le linee di migrazione dell’ornitofauna, per l’eterogeneità del paesaggio vegetale e perché la sua posizione all’estremo sud dell’Isola determina nel periodo invernale condizioni ambientali idonee allo svernamento di molti uccelli”. In particolare nella riserva è stata riscontrata l’esistenza di due specie che in Europa svernano solamente in Sicilia, l’upupa e il biancone, e di altre due che svernano irregolarmente, il grillaio e l’aquila minore. La rilevanza del sito è però data dalla presenza di 8 specie di uccelli tutelate da direttive e convenzioni internazionali, tre delle quali classificate come “vulnerabili” e due “minacciate”: coturnici, gruccioni, beccacce, succiacapre, ghiandaie marine, tottaville, magnanine comuni, averle capirossa. Nell’area dei cantieri sono stati pure osservati gheppi, poiane, colombacci, tortore, civette, rondoni, cappellacce, calandrelle, balestrucci, saltimpalo, merli, beccamoschini, sterpazzoline, occhiocotti, gazze, cornacchie grigie, storni neri, passere sarde. Rilevante la comunità di uccelli rapaci diurni come nibbi reali, nibbi bruni, sparvieri e biancone, “indici di elevata qualità ecologico-funzionale delle zoocenosi locali”. Irregolarmente sono stati osservati pure l’aquila del Bonelli e il capovaccaio. Lo studio per la valutazione d’incidenza ambientale delle forze armate USA sorvola inoltre sul fatto che il Sito d’Importanza Comunitaria di Niscemi si qualifica per l’elevata diversità degli anfibi e rettili esistenti. Delle 11 specie di anfibi e 27 di rettili che vivono in Sicilia, sono infatti presenti nell’area rispettivamente 4 e 14 specie. Alcune di esse risultano protette dalle normative internazionali: tra gli anfibi, il discoglosso dipinto, il rospo comune, il rospo verde, la raganella italiana; tra i rettili, la testuggine comune, il ramarro, la lucertola campestre, la lucertola siciliana, il gongilo ocellato, il biacco maggiore, il colubro liscio, il saettone, il colubro leopardiano, la biscia dal collare. “Anche per i mammiferi va rimarcata la grande ricchezza locale”, sottolineano gli estensori della relazione tecnica. All’interno del SIC sono presenti complessivamente 16 specie di mammiferi, 5 delle quali “protette” perché in rischio di estinzione (pipistrelli albolimbati, pipistrelli di Savi, serotini comuni, istrici, gatti selvatici). La riserva è popolata inoltre da ricci, mustioli, crocidure sicule, conigli selvatici, lepri, topi quercini, arvicole del Savi, moscardini, volpi, donnole, martore. Ma non sono solo i lavori d’installazione delle grandi antenne del MUOS a mettere fortemente a rischio la vita di queste importanti specie vegetali e animali. Su di esse incombe infatti il pericolo delle intense radiazioni elettromagnetiche che saranno emesse quando gli impianti di teletrasmissione entreranno in funzione. “Gli studi pregressi sulle emissioni elettromagnetiche prefigurano un quadro allarmante sulle possibili ricadute negative delle antenne sulla fauna del SIC”, avvertono gli estensori della relazione tecnica. “Gli studi sugli effetti delle onde utilizzate in telefonia (equiparabili alle microonde del MUOS, nda) hanno dimostrato inequivocabilmente gli effetti negativi”. Con riferimento alla flora e alla fauna, in particolare, in una sua recente review sugli effetti della meno intensa “radiofrequency radiation from wireless telecommunications”, il direttore generale per l’Ambiente della Junta de Castilla y León (Spagna), Alfonso Balmori, afferma che “le microonde e l’inquinamento da radiofrequenze rappresentano una possibile causa del declino della popolazione animale e del deterioramento dello stato di salute delle piante che vivono nei pressi delle torri telefoniche”. Per lo studioso iberico, le radiazioni provenienti dagli impianti della telefonia cellulare possono produrre effetti sui sistemi nervoso, cardiovascolare, immunitario e riproduttivo. “Esse danneggiano il sistema nervoso alterando l’elettroencefalogramma, modificando la risposta dei neuroni o la cosiddetta “blood-brain barrier”, la barriera che separa il sangue dal fluido cerebrospinale. Alterano i ritmi circadiani (sleep-wake), interferiscono sulla ghiandola pineale e sbilanciano la produzione ormonale. Modificano il ritmo cardiaco e la pressione sanguigna. Interferiscono negativamente sulla salute e sul sistema immunitario, causando abulia, stanchezza, deterioramento del piumaggio e problemi di accrescimento. Causano difficoltà nella costruzione dei nidi o diminuzione della fertilità, del numero delle uova, dello sviluppo degli embrioni, della percentuale di cova o di sopravvivenza dei pulcini. Generano problemi genetici, locomotori, parziale albinismo e melanismo e promuovono l’insorgenza di tumori”. “Per questa ragione – conclude Alfonso Balmori – dovrebbero essere assunte misure in via precauzionale, e accertate la gravità degli effetti ambientali di queste infrastrutture, se ne deve vietare l’installazione in aree naturali protette ed in luoghi dove sono presenti specie in pericolo”. A Niscemi, però, i lavori di costruzione delle infrastrutture che ospiteranno il MUOS sono iniziati, segretamente, il 19 febbraio 2008 (ben prima dunque dello studio d’incidenza ambientale dell’US Navy) e oggi procedono speditamente anche all’interno dell’area sottoposta a riserva. “Assai grave mi sembra il particolare che, prima ancora di iniziare i lavori, aree escluse dagli elaborati risultino già occupate, il che fa pensare a un impatto dei cantieri e delle opere accessorie certamente maggiore rispetto a quello prospettato”, dichiara l’ambientalista siciliano Giuseppe Palermo. “Se le risultanze di questa relazione dovessero essere confermate al termine della valutazione d’incidenza, secondo la direttiva CEE 92/43 (“Habitat”) e alla luce del principio di precauzione, la sola eventualità degli effetti negativi di cui si parla nel testo dovrebbe portare a respingere il progetto. L’articolo 6 di questa direttiva è esplicito: le autorità nazionali competenti possono dare il loro assenso “soltanto dopo aver avuto la certezza che esso non pregiudicherà l’integrità del sito in causa”. Qualora poi un progetto debba essere realizzato per motivi “imperativi” di rilevante interesse pubblico – nonostante le conclusioni negative della valutazione d’incidenza e in mancanza di soluzioni alternative – le autorità dovranno comunque adottare le misure compensative necessarie a tutelare la coerenza globale di Natura 2000”. “Nel caso di un sito in cui si trovano un tipo di habitat naturale e/o una specie prioritari, come nel caso del SIC di Niscemi”, precisa però Giuseppe Palermo, “possono essere addotte solo considerazioni connesse con la salute dell’uomo e la sicurezza pubblica o di primaria importanza per l’ambiente o, previo parere della Commissione europea, altri motivi imperativi di rilevante interesse pubblico”. Anche senza il MUOS, le emissioni elettromagnetiche generate dalle antenne della base di telecomunicazione dell’US Navy esistente in contrada Ulmo a Niscemi, hanno raggiunto livelli pericolosissimi per la salute della popolazione. Il monitoraggio effettuato dall’ARPA, l’Agenzia Regionale per la Protezione dell’Ambiente, in un periodo compreso tra il 10 dicembre 2008 e il 9 marzo 2009 (quando erano in funzione appena il 50% circa delle antenne della base) ha evidenziato valori superiori ai “limiti di attenzione” fissati dalle normative in materia per l’esposizione ai campi elettromagnetici. In Italia, il decreto n. 381 del 10 settembre 1998 e il DPCM dell’8 luglio 2003, relativamente all’intensità della componente elettrica delle emissioni, la cui unità di misura è il volt per metro (V/m), stabiliscono un limite massimo di esposizione di 6 V/m. Ebbene, in contrada Ulmo, una centralina ha registrato una “media di esposizione di circa 6 V/mt con dei picchi settimanali di superamento”; la seconda centralina, sita sempre nei paraggi dell’installazione militare statunitense, ha registrato i “valori medi di 4 V/mt con picchi di superamento occasionali”, che in un caso (il 20 dicembre 2008), hanno raggiunto i 9 V/m. Le altre due centraline hanno invece registrato dei “valori medi di 1-2 V/mt con picchi preoccupanti”, specie in contrada Martelluzzo, dove nella giornata del 10 gennaio 2009 si è sfiorata l’intensità soglia dei 6 volt per metro. A Niscemi, dunque, siamo già oltre i valori di rischio e le emissioni elettromagnetiche sono notevolmente superiori a quanto si registra normalmente nei pressi dei più potenti ripetitori televisivi o delle stazioni di trasmissione della telefonia cellulare GSM (le più simili ai sistemi satellitari del tipo MUOS), dove l’intensità oscilla tra i 0,3 e i 10 volt per metro. Nella stazione di telecomunicazione dell’US Navy di Niscemi si sono registrati inoltre diversi gravi incidenti ambientali rigorosamente tenuti segreti agli amministratori e alle popolazioni locali. Dal sito internet del “The OK Design Group” di Roma, la società che ha progettato la realizzazione dell’impianto MUOS nel SIC di Niscemi, si apprende che nel 2004 essa fu chiamata dalla Marina USA per effettuare un’“ispezione delle condizioni esistenti della rete di media e bassa tensione della stazione di telecomunicazione militare”, onde “misurare e registrare le anomalie dei parametri elettrici della rete” e “analizzare i rimedi necessari”. Qualche tempo dopo l’azienda catanese Lageco (oggi impegnata nei lavori d’installazione del MUOS accanto alla Gemmo Spa di Vicenza), eseguiva nella base USA di contrada Ulmo, “lavori di bonifica ambientale del terreno contaminato a causa di un versamento di gasolio sullo stesso”.

BILLE’, CHE PASTICCIOTTO: Lo storico ritrovo di Messina resta senza acquirenti. Il locale ha già abbassato le saracinesche. Che potrebbero rialzarsi per un altro esercizio commerciale

Le saracinesche sono abbassate ormai da una decina di giorni. La pasticceria Billè, uno dei simboli della Messina che fu, ha chiuso i battenti prima della scadenza del contratto con la società di gestione, il prossimo 31 ottobre. ll pericolo, adesso, è che le saracinesche scure possano rialzarsi per ospitare qualcos’altro: un negozio in frachising o l’ennesima finanziaria. Chiunque, insomma, possa reggere un contratto di locazione da più di diecimila euro al mese e che, nell’ambizione del proprietario dell’immobile, proprio Sergio Billè, doveva lievitare a 20 mila euro al mese. Ventimila euro che, ovviamente, erano tali solo perché si trattava di gestire un locale avviato e con tanto di licenze. Adesso il discorso cambia. E di molto. LE VARIE IPOTESI – Durante la scorsa primavera, il dialogo era aperto, contemporaneamente, con le famiglie Urbano e Barbera, titolari di due marchi di caffè (Miscela d’oro e Barbera). I primi, inoltre, facevano parte della società in scadenza di contratto con una piccola quota. Dopo vari tira e molla, però, la trattativa è finita con un buco nell’acqua. Più recentemente, “radio bar Messina” diffondeva la notizia di una nuova società, costituita dallo stesso Billè, da Luigi Albanese (amministratore della precedente) e da un socio di capitale con cospiucui capitali. Uno dei nomi che circolavano era quallo della famiglia Bonaffini, titolare, tra le altre cose, del Bingo di piazza stazione. Voce smentita da Bonaffini stesso. A dimostrazione, il nuovo stop della procedura e l’assenza di un investitore. ll motivo? Chi entra deve “accollarsi”, oltre all’affitto, anche stipendi, tfr e altre spese non saldate. E così, l’ex presidente della Confcommercio sta per decidere l’unica strada possibile: chiudere il locale e affittare le botteghe. Botteghe che difficilmente potranno andare a un nuovo bar, visto che alcuni mancati adeguamenti di Billè alle nuove normative erano andati in deroga grazie alla vecchia licenza. ALTRI BAR – E per un’altra saracinesca che si è abbassata, quella dello storico Caffè Nuovo (che fu per anni anche luogo di incontro giovanile), si rialzano quelle del Bar Venuti. ll nuovo titolare, Letterio Fucarino (proprietario dell’American Bar numero 13), ha concluso i lavori e aperto in pompa magna. ll 30 novembre, comunque, verrà discusso in Corte d’Appello il ricorso di una socia della srl in precedenza titolare del bar, “La nuova pasticceria Venuti srl”, Valeria Morace. (D.D.J.) da centonove del 30-10-09

UN CARTELLO DA BALLO. TRE DISCOTECHE DELLO STRETTO DIVENTANO SOCIE TRA LORO

La coperta è corta la crisi avanza e allora, a Messina, i titolari di tre discoteche hanno deciso di aguzzare I’ingegno. Come? Per evitare di finire tutti “fériti” nello scontro delle serate durante il fine settimana, hanno deciso di dividere le quote socielarie delle attività, con il risultato che, comunqué vada, per dirla con un vecchio adagio di Piero Chiambretti, “sarà un successo”. ln pratica, l’accordo prevede una divisione dei guadagni complessivi di tre discoteche diverse e, fino all’anno scorso, concorrenti fra loro. La prima è il “Re Vittorio’ in Galleria, probabilmente la più grande in centro storico. La seconda, invece, è il Glam, che si trova al posto del cinema Aurora ed è la più “nuova” come realizzazione. La terza, invece, è la prima “sala da ballo” aperta in città dopo la fine delle cosiddette “andate a Taormina”, ovvero il Flexus. E’ ovvio che il “cartello” formato dalle tre discoteche, con relativi pr in azione, darà non poco filo da lorcere ad altri locali simili. Come ad esempio lo storico e rinnovato Rombo. Apparentemente indenne, infine, il discobar Kalua, che punta sul giovedì.

LA MORTE DEL BIMBO ROM A MESSINA: Commissione parlamentare d’inchiesta per la morte di Mirko

La morte del piccolo Mirko sarà anche oggetto di un’indagine della commissione parlamentare d’inchiesta sugli Errori sanitari e i disavanzi regionali, così come ha deciso il suo presidente, Leoluca Orlando, che ha disposto di ascoltare all’ufficio di presidenza della Commissione il responsabile dell’Asp (Azienda sanitaria provinciale) di Messina, ed eventualmente i responsabili delle singole strutture ospedaliere interessate a questo caso. Orlando, d’intesa con i vicepresidenti Giovanni Burtone e Matteo Brigandì, ha già inviato una lettera all’assessore regionale Massimo Russo, chiedendo di conoscere le notizie a sua disposizione, anche in ordine a specifiche responsabilità, e a fornire ogni indicazione per chiarire come il governo regionale intenda dare “una definitiva e organica risposta alla grave situazione sanitaria della Regione”.

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Il treno del ferro


Voci nel fango