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Il bimbo di 6 mesi morto al Policlinico di Messina: I nomi dei 9 medici a giudizio

Il gup Daria Orlando ha rinviato ieri a giudizio nove medici del Policlinico accusati di omicidio colposo nell’ambito dell’inchiesta scaturita dalla morte di un bimbo di sei mesi, Francesco F., avvenuta il 22 febbraio del 2007. Si tratta dei medici Daniela Vita, Filippo De Luca, Giuseppe Crisafulli, Cristina Lucanto, Antonia La Mazza, Roberto Chimenz, Biagio Zuccarello, Antonino Centorrino e Nunzio Turiaco. Si tratta di un medico del Pronto soccorso pediatrico (Vita), di alcuni medici in servizio presso la seconda Clinica pediatrica (De Luca, Crisafulli, Lucanto, La Mazza, Chimenz), di un medico di guardia in Chirurgia pediatrica (Turiaco) e di due componenti delle équipes operatorie che sottoposero il piccolo ai due interventi chirurgici (Zuccarello e Centorrino). Le qualifiche si riferiscono all’epoca dei fatti, vale a dire al febbraio del 2007. Il processo a loro carico inizierà il prossimo 15 febbraio davanti al giudice monocratico. Ieri il pm Fabrizio Monaco, che rappresentava l’accusa, ha insistito per il rinvio a giudizio di tutti e 9 i medici, alla luce delle complesse risultanze delle indagini preliminari e degli incidenti probatori che si sono celebrati. Sempre ieri prima che il giudice si ritirasse in camera di consiglio, il dott. Turiaco ha rilasciato dichiarazioni spontanee, ribadendo ancora una volta che a suo giudizio l’esame che prescrisse al piccolo era assolutamente indispensabile per capire il suo stato e programmare gli interventi del caso. Nel processo i genitori del piccolo si sono costituiti parte civile e sono rappresentati dagli avvocati Nunzio Rosso ed Enrico Ricevuto, mentre i nove medici sono stati assistiti dagli avvocati Antonio Centorrino, Lori Olivo, Laura Autru Ryolo, Assunta Lucanto, Franco Pustorino, Antonella Pustorino, Eleonora Andronico. Nel 2007 a seguito del decesso i genitori, Paola e Giuseppe F., presentarono un esposto in Procura nel quale spiegarono che il loro figlio, per la comparsa di uno stato febbrile, accompagnato da macchioline cutanee sul viso, era stato poi ricoverato in ospedale. Dei 31 medici indagati inizialmente furono 11 quelli che ricevettero l’avviso di conclusione delle indagini preliminari, e successivamente alla fase riservata alle argomentazioni difensive per altri due il pm Claudio Onorati, il magistrato che condusse all’epoca l’inchiesta, richiese ed ottenne dal Gip l’archiviazione. L’accusa rimase quindi in piedi per i 9 medici che sono stati rinviati ieri a giudizio. È questa un’inchiesta che ha registrato due incidenti probatori poiché il primo collegio peritale si “spaccò” sull’attribuzione delle responsabilità ai 31 medici indagati inizialmente, tanto che lo stesso pm Onorati chiese al gip l’affidamento di una nuova perizia. Il piccolo Francesco morì il 22 febbraio del 2007 al Policlinico nel reparto di Terapia intensiva neonatale dopo due interventi chirurgici. I problemi erano iniziati a dicembre con la comparsa di febbre fino a 40 gradi e macchie cutanee rossastre sul viso. L’8 febbraio dopo una lunga serie di contatti telefonici infruttuosi con il pediatra di base fu condotto dai genitori al pronto soccorso pediatrico. Qui, dopo la somministrazione di una soluzione reidratante, i medici lo rimandarono a casa. La situazione continuò a peggiorare e la notte successiva il piccolo venne ricoverato. Per una settimana furono controlli di routine fino a quando il 15 febbraio i medici decisero l’intervento chirurgico per correggere una “invaginazione”, cioè la penetrazione di un segmento intestinale in quello immediatamente successivo. Sopraggiunsero problemi respiratori, si scoprì che aveva due ernie e venne nuovamente operato. Il 20 febbraio si bloccò quasi del tutto la diuresi. Il 22 febbraio il picoclo cuore di Francesco cessò di battere.(n.a.)

LO STATO ‘BISCAZZIERE’: PROPOSTI OTTO NUOVI CASINO’. IN PRIMIS TAORMINA…

Casinò – Per trovare nuove entrate fiscali, la proposta è di aprire otto casinò, distribuiti in maniera equilibrata sul territorio nazionale. È quanto prevede un emendamento presentato da un gruppo di senatori del PdL (Valter Zanetta, Salvo Fleres, Bruno Alicata, Massimo Baldini, Cosimo Gallo). Le sedi dei nuovi casinò verrebbero individuate considerando «la vocazione turistica del territorio, privilegiando, in particolare, i comuni siti in riva al mare o ubicati sulle sponde dei laghi naturali di maggior rilievo nazionale». IN LISTA D’ATTESA DOVREBBE ESSERCI TAORMINA. IL VOTO SULL’EMENDAMENTO IN AULA AL SENATO E’ PREVISTO ENTRO LA FINE DELLA SETTIMANA.

“OPERAZIONE VIVAIO” – Le infiltrazioni mafiose per la gestione delle discariche di Mazzarrà e Tripi: Il processo resta a Messina. La corte respinge le eccezioni di incompetenza territoriale della difesa

Il processo sulla “mafia delle discariche” sarà celebrato a Messina. Nessun troncone verrà trasferito al Tribunale di Barcellona, così come chiedeva la difesa, in particolare gli avvocati Carmelo Occhiuto e Antonio Perdichizzi. Ieri mattina dopo un paio d’ore di camera di consiglio la corte d’assise presieduta dal giudice Salvatore Mastroeni, ha detto no alla richiesta di trasferire una parte consistente del processo (tutto ciò che non riguardava l’omicidio Rottino, quindi quasi tutti gli atti), a Barcellona. La corte ha anche rigettato le sette richieste di rito abbreviato “condizionato” che avevano avanzato in mattinata altrettanti imputati, i quali avevano chiesto tramite i loro difensori di sentire le parti offese. Ad entrambi le richieste si era opposto il rappresentante dell’accusa, il sostituto procuratore della Dda Giuseppe Verzera, che ha gestito l’inchiesta “Vivaio” insieme al collega della Procura di Barcellona Francesco Massara. Altra tappa processuale consumata quella della costituzione delle parti civili: Legambiente, che è stata rappresentata dall’avvocato Aurora Notarianni, e l’Associazione antiracket e antiusura di Catania, rappresentata dall’avvocato Franco Pizzuto. Dopo questi primi passaggi preliminari tutto è stato poi aggiornato al 30 novembre prossimo. Il processo “Vivaio” è senza dubbio uno dei più importanti degli ultimi anni per comprendere le dinamiche mafiose della fascia tirrenica. Al centro ci sono le infiltrazioni della mafia barcellonese nella gestione delle discariche di Mazzarrà Sant’Andrea e Tripi, gli affari sporchi del clan dei “Mazzarroti”, l’interminabile scia di attentati e intimidazioni per gestire lavori di diversa natura, dal movimento terra ai subappalti passando per le compravendite di terreni e altro, la cosiddetta “attività politica”, ovvero il tentativo di condizionare il verdetto delle urne alle Amministrative del 2007 che hanno riguardato i comuni di Furnari, Mazzarrà e Novara di Sicilia. E poi c’è agli atti l’omicidio di Antonino “Ninì” Rottino come chiosa di un lungo rosario criminale: tutto questo è solo parte della monumentale inchiesta della Direzione distrettuale antimafia e del Ros dei carabinieri che sfociò nell’aprile 2008 con numerosi arresti. Ecco i 20 rinviati a giudizio della “Vivaio”: il boss Carmelo Bisognano, detto “Carmelino il barcellonese”, 44enne, nativo in realtà di Mazzarrà S. Andrea ma domiciliato a Furnari, attualmente detenuto; Bartolo Bottaro, 41enne nato a Milano ma residente a Pace del Mela; Tindaro Calabrese, successore al vertice dell’organizzazione, secondo gli inquirenti, di Carmelo Bisognano, di Novara Sicilia, 36enne, in stato di detenzione, noto negli ambienti con il nomignolo di «biscia o bisciolino» e «Viviana»; Antonino Calcagno, 32 anni, Novara Sicilia; Agostino Campisi, altro elemento di spicco, pattese di 47 anni, detenuto; Salvatore Campanino, 45enne di Castroreale; Alfio Giuseppe Castro, detto «Pippo», di Acireale, imprenditore 56enne; Maria Luisa Coppolino, 55 enne di Mazzarrà Sant’Andrea; Salvatore Fumia, 52enne, anch’egli di Mazzarrà; Aurelio Giamboi, 45enne di Novara Sicilia; Cristian Giamboi, 23enne nato a Barcellona ma residente a Novara Sicilia; Sebastiano Giambò, 61 anni, nato a Mazzarrà ma residente a Messina; Giacomo Lucia, 71 anni, originario d Piazza Armerina ma domiciliato a Messina; Aldo Nicola Munafò, 41enne di Tripi; Michele Rotella, 69 anni, detto il «Barone», barcellonese; Stefano Rottino, 36enne di Mazzarrà Sant’Andrea; Thomas Sciotto, trent’anni, nato in Germania ma residente a Mazzarrà; Nunziato Siracusa, detto «u cuccu», 38 anni di Terme Vigliatore; Carmelo Salvatore Trifirò, barcellonese di 37 anni, in stato di detenzione; Giuseppe Triolo, 33 anni, nato a Barcellona ma residente a Castroreale.(n.a.)

GIAMMORO (MESSINA), IL GRUPPO DELL’IMPRENDITORE SICLARI: Niente stipendi di settembre. Stato di agitazione all’Aicon. Che intanto sigla una convenzione con gli Istituti Bancari per Piano Risanamento

Stato di agitazione all’Aicon di Giammoro. I lavoratori lamentano il mancato pagamento dello stipendio di settembre e così hanno deciso di astenersi dal lavoro. Una protesta – affermano le segreterie provinciali di Feneal-Uil e Fillea-Cgil – che scaturisce «dal perdurare delle solite problematiche preesistenti in azienda che creano preoccupazione nei lavoratori». I lavoratori si sono ritrovati in presidio davanti ai cancelli per manifestare il «loro disappunto per il clima di grande incertezza esistente, con notizie – hanno affermato alcuni operati –che si rincorrono. A volte positive, a volte negative. Molti di noi siamo lavoratori monoreddito e quindi è normale che, rimanendo indietro di uno stipendio e perdurando l’incertezza, anche per il silenzio dell’azienda, che si crei questa preoccupazione». La protesta è comunque rimasta sempre nei canoni della normalità anche se sul posto sono giunti gli agenti del Commissariato di Ps di Milazzo. Lo stato di agitazione potrebbe proseguire anche nella giornata di oggi, a meno che da Milano non arrivino notizie confortanti. In tutti i casi sindacati e lavoratori chiedono all’Aicon quantomeno di fornire informazioni che possano rassicurare tutti. Una richiesta che si aggiunge a quella avanzata lo scorso 23 ottobre quando in una lettera all’amministratore delegato del gruppo Angelo Sidoti e al presidente Pasquale Siclari, la Rsu dell’azienda chiese un incontro urgente per definire alcune situazioni. Un incontro finalizzato proprio ad avere certezze su alcune scadenze di pagamento. Fino ad oggi – hanno affermato i sindacalisti – si è fatto di tutto per andare incontro alle esigenze aziendali, rendendoci conto del particolare momento di crisi che si sta attraversando, ma oggi i lavoratori vogliono qualche certezza in più». «Sappiamo che il Piano industriale dell’Aicon è stato approvato – ha aggiunto il sindacalista Salvatore Napoli – e che si è in attesa di riscontri da Milano. È normale che i lavoratori siano in apprensione, vista la situazione generale del comparto economico della nostra provincia. Il “fermento” finirà non appena la situazione economica sarà sbloccata. A quel punto come sempre siamo pronti a sederci e discutere tutte le situazioni che si andranno a sviluppare. Come sempre per noi la priorità deve essere lo stipendio e la salvaguardia del posto di lavoro». La protesta di ieri è stata ritentuta «eccessiva» da Aicon che in una nota diramata ieri sera ha tenuto a precisare che «solo una parte dei dipendenti si è astenuta dal lavoro. Nel corso della sua storia Aicon ha sempre onorato gli impegni e il ritardo di un solo mese è legato alla crisi del settore del nautica». Aicon evidenzia che «è stato approvato un concreto piano di rilancio e che questo programma di risanamento ha ottenuto il via libera da parte degli istituti di credito e attualmente si sta lavorando per la definitiva sottoscrizione degli accordi». (g.p.)

Aicon sigla convenzione Istituti Bancari per Piano Risanamento

Aicon, gruppo messinese che opera nella progettazione, costruzione e commercializzazione di imbarcazioni e navi da diporto a motore di lusso, rende noto di avere sottoscritto la documentazione contrattuale con gli Istituti Bancari creditori del Gruppo, attuativa del Piano Finanziario a sostegno del Piano di Risanamento 2009 – 2012. Lo si legge in una nota. Gli accordi contrattuali sottoscritti con gli Istituti Bancari prevedono: Il consolidamento e il riscadenzamento dei finanziamenti a breve e a medio/lungo termine, con un preammortamento di 16 mesi e successivo rimborso del capitale in cinque anni; L’apporto di nuova finanza per un totale di Euro 10,1 milioni, dei quali Euro 4,5 milioni per cassa ed Euro 5,6 milioni di credito di firma a sostegno dell’attività commerciale del Gruppo; Il mantenimento delle linee autoliquidanti in essere; L’apporto di nuova finanza per Euro 6 milioni da parte dell’Azionista di maggioranza, già interamente versati; L’impegno da parte dell’Azionista di maggioranza alla copertura delle perdite dell’esercizio in corso e delle eventuali perdite degli esercizi successivi per tutta la durata del Piano, attraverso la rinuncia, anno per anno, al credito vantato nei confronti di Aicon S.p.A. a salvaguardia del patrimonio netto, fino a concorrenza dell’importo complessivo del credito. “E’ stato centrato un obiettivo fondamentale per accelerare e rendere significativo il rilancio del nostro Gruppo. L’implementazione del Piano Finanziario consentirà al Gruppo Aicon di avere la necessaria stabilità patrimoniale e flessibilità finanziaria per portare avanti con successo il Piano Industriale 2009-2012″ – ha commentato il Presidente e Amministratore Delegato Lino Siclari. Il Gruppo Aicon si e’ avvalso dell’assistenza di “Vitale e Associati SpA”, in qualita’ di advisor finanziario, e di Clifford Chance in qualita’ di advisor legale. Gli istituti bancari sono stati assistiti da Norton Rose in qualita’ di advisor legale.

Morto Antonio Pelle, “patriarca” di San Luca: Uno dei capi storici della ‘ndrangheta aspromontana. Era stato scarcerato di recente per motivi di salute mentre scontava una condanna a 26 anni

Aveva una tempra robusta, ma un infarto è stato più forte. Così ieri mattina è morto Antonio Pelle, 77 anni, detto “Ntoni Gambazza”. Il decesso è avvenuto alle 7,10 nell’ospedale di Locri dove il boss sanluchese era stato ricoverato d’urgenza poco prima. Antonio Pelle era uno dei pochi patriarchi storici della ‘ndrangheta aspromontana, quella considerata “pesante” e per questo ai vertici dell’organizzazione criminale calabrese ritenuta una delle più potenti e ramificate del mondo. Già in precarie condizioni di salute, Pelle aveva ottenuto, martedì scorso, la scarcerazione, facendo rientro a casa. Ieri poco prima dell’alba il malore e la corsa verso l’ospedale di Locri. Nonostante il ricovero e l’intervento dei medici, il cuore di Antonio Pelle si è poco dopo le 7. I funerali si celebreranno oggi pomeriggio a San Luca, su disposizione della Questura di Reggio Calabria in forma strettamente privata. Il boss era stato arrestato, dopo 9 anni di latitanza, il 12 giugno scorso dai carabinieri del Ros di Reggio Calabria mentre era ricoverato nell’ospedale di Polistena a seguito di un delicato intervento chirurgico all’intestino per via di un’ernia strozzata. Alla sua individuazione e quindi alla cattura, i carabinieri del Ros, guidati dal colonnello Valerio Giardina, attuale responsabile del Gruppo di Locri, erano arrivati seguendo gli spostamenti della moglie Giuseppa Giampaolo, 73 anni. Pelle era dunque latitante da quasi dieci anni. Due lustri interi trascorsi da “uomo invisibile” per le forze dell’ordine ma figura ben visibile, anche fisicamente, affidabile, accentratrice e di riferimento costante per gli affiliati dell’omonimo clan federato, anche per legami di parentela, con i Vottari “Frunzu”. In questi dieci anni di latitanza il vecchio Ntoni Gambazza non si era mai fatto sedurre dalla tecnologia: non aveva mai fatto uso di telefoni, cellulari, carte di credito, bancomat, computer. Nulla insomma che potesse in qualche modo “tracciare” la sua presenza in luoghi ben precisi. Sul suo capo pendeva un provvedimento di cumulo di pene, relativo a due procedimenti giudiziari unificati nel 2004, per un totale di 26 anni di carcere per associazione mafiosa finalizzata al traffico di droga e armi. In passato il nome del boss – anche se ne uscì assolto o ritenuto estraneo ai fatti contestatigli – fu anche accostato ad alcuni sequestri di persona. Antonio Pelle, unitamente a Giuseppe Morabito, “u Tiradritto”, di Africo, arrestato dopo quasi quindici anni di latitanza, circa 4 anni fa, era riconosciuto come uno dei capi della “cupola” della ‘ndrangheta e in particolare del “mandamento ionico”. Un “pezzo da 90″, insomma, della criminalità, che in passato, in un procedimento giudiziario, era stato difeso anche dall’ex presidente della Repubblica Giovanni Leone. Dalle numerose indagini sviluppate attorno alla figura di del boss aspromontano dai Carabinieri e dalla Polizia di Stato, era emerso che Antonio Pelle, vista la sua fittissima e affidabile rete di fiancheggiatori, avrebbe trascorso la sua lunga latitanza a San Luca e dintorni e non lontano, quindi, dal suo imponente “quartier generale” della contrada Ricciolio di Benestare, al confine col territorio di San Luca. Uno dei quattro figli maschi di Antonio Pelle, Giuseppe, classe 1960, è sposato con una delle figlie del boss Francesco Barbaro, alias “Ciccio u castanu”, classe 1927, di Platì, ritenuto a capo, insieme al figlio Giuseppe, “Peppe u sparitu”, classe 1956, dell’omonimo clan dell’Aspromonte. Gli altri figli di Antonio Pelle sono Salvatore, Domenico e Sebastiano. Una figlia di Antonio Pelle, Maria, è, invece, sposata col sanluchese Francesco Vottari, alias “Ciccio u Frunzu”, classe 1971, arrestato circa due anni fa nell’ambito dell’operazione “Fehida”, il maxiblitz dei carabinieri del Gruppo di Locri scattato, nell’ambito della storica e sanguinosissima “faida di San Luca”, alla fine di agosto del 2007, a distanza di due settimane dalla strage di Duisburg, in Germania. E proprio prima dell’orribile mattanza sanluchese “Gambazza” – specie dopo l’agguato di Natale del 2006 in cui fu uccisa Maria Strangio, moglie del boss Giovanni Luca Nirta, e ferite quattro persone tra cui un bambino– si tirò fuori dallo scontro, tanto da “riprendersi” in casa la figlia Maria finché le acque non tornarono calme. Cercò in tutti i modi di mettere pace tra i clan, come risultò anche da un’intercettazione ambientale effettuata nel febbraio del 2007 (dopo gli omicidi di Maria Strangio e Bruno Pizzata) nel carcere di Carinola di un colloquio tra Giuseppe Pelle e Francesco Barbaro “u Castanu”, figlio e consuocero di Antonio Pelle. I suoi tentativi di mettere pace, si rivelarono vani: a San Luca e dintorni, tra febbraio e agosto del 2007, si verificarono altri tre omicidi. E la strage di Duisburg. Dallo scorso mese di giugno, momento della cattura, il vecchio boss ha trascorso un breve periodo in ospedale. C’è stato, quindi, il trasferimento al carcere di Palmi prima e Catanzaro dopo. Era stato il magistrato Laura Antonini , accogliendo l’istanza dei difensori Salvatore Staiano e Lorenzo Gatto, a scarcerare Pelle per gravi motivi di salute. All’ospedale di Locri, ieri, l’epilogo della vicenda terrena di uno dei capi storici della ‘ndrangheta. Antonello Lupis – GDS

PRUDENTE E CARISMATICO, ‘NTONI GAMBAZZA CERCÃ’ INVANO DI IMPEDIRE LA STRAGE DI DUISBURG – L’inafferrabile “primula rossa” che voleva la pace

Una faccia squadrata, dai lineamenti forti, incastonata sotto una capigliatura che si manteneva folta, a dispetto dell’età. Antonio Pelle, da tutti conosciuto come ‘Ntoni Gambazza, era l’uomo di ‘ndrangheta più importante di San Luca. Per meglio dire: era “la ‘ndrangheta” del piccolo centro dell’Aspromonte dove i clan hanno scritto la storia del crimine, uccidendo i rivali, organizzando rapimenti, muovendo montagne di droga, riciclando fiumi di denaro. E poi San Luca è la “mamma”, come viene chiamato il “locale” del paese, la struttura base di una cinquantina di affiliati cui è affidato il controllo del territorio. Per anni, nome e soprannome del vecchio boss erano inseriti stabilmente negli elenchi del ministero dell’Interno. La caccia delle forze dell’ordine si era fatta serrata man mano che l’importante personaggio scalava le posizioni e si inseriva ai primi posti della classifica della pericolosità. Nel giugno scorso, con il ricovero all’ospedale di Polistena per subire un intervento chirurgico, c’era stata la fine della latitanza durata quasi dieci anni. D’altronde, a 77 anni e con seri problemi di salute, per ‘Ntoni Gambazza era ormai difficile continuare la vita di latitante. E la morte sopraggiunta ieri all’ospedale di Locri conferma come il fisico dell’anziano boss fosse ormai minato da tempo. Nelle informative di Polizia e Carabinieri, Antonio Pelle viene indicato come uno dei capi storici dell’organizzazione. Non a caso nella struttura gerarchica della cosca ricopriva il grado di “vangelo”, il più alto. Come avevano rivelato i pentiti storici, da Giacomo Ubaldo Lauro a Filippo Barreca, il grado di “vangelo” era stato creato in appositamente per assegnare una dote di livello superiore ai capibastone, con particolare prestigio e carisma criminale. Sotto questo aspetto Pelle non aveva nulla da invidiare a nessuno. Il suo nome compare nelle più importanti inchieste condotte della Dda di Reggio. Tante inchieste ma nessuna condanna. Come capitava ai boss di Cosa nostra palermitana, anch’egli sistematicamente era uscito indenne da tutti i principali processi, facendo collezione di assoluzioni (ben nove). Tra gli avvocati che nei decenni hanno difeso Pelle compare anche il prof. Giovanni Leone, due volte presidente del Consiglio e presidente della Repubblica dal 1971 al 1978. Il boss “inciampò solo una volta: nell’operazione “Lady O”, nata da un’inchiesta coordinata dal pm Francesco Mollace, che si era occupata di un colossale narcotraffico gestito tra la Calabria e la Puglia dalle ‘ndrine della Locride, in sinergia con alcune cosche della periferia Sud di Reggio e famiglie della Sacra corona unita. Una vicenda tornata di recente alla ribalta con la condanna, nell’ultimo stralcio del processo, a 16 anni di reclusione dell’armatore della motonave divenuta tristemente famosa per aver sbarcato negli anni Novanta tre tonnellate di hashish sulle coste reggine e pugliesi. In quel processo ‘Ntoni Gambazza fu condannato a 26 anni per associazione mafiosa, traffico internazionale di droga e altro. Il 18 settembre 2007 erano state condotte anche ricerche internazionali, ma nei nove anni di latitanza Pelle non si era mai allontanato dall’Italia. Gli inquirenti ritengono che non solo non avesse mai lasciato la Calabria ma, addirittura, fosse sempre rimasto nei boschi dell’Aspromonte. Una latitanza in senso classico, senza uso di mezzi tecnologici moderni come telefonini o computer. Per comunicare con la moglie e i figli faceva ricorso a messaggeri. Ma la vita di latitante per lui divenne particolarmente difficile negli ultimi anni, segnati dai cruenti episodi della faida di San Luca. Soprattutto dopo il 17 agosto 2007 quando un commando dei Nirta-Strangio compì la strage di Duisburg, lasciando sul terreno i corpi senza vita di sei persone considerate vicine ai Vottari-Pelle. La crescente pressione dello Stato e la presenza sempre più capillare delle forze dell’ordine sul territorio avevano creato condizioni difficili per gli uomini delle cosche. In un paese in cui 134 abitanti si chiamano Pelle, 121 Strangio, 92 Romeo, 85 Nirta e quasi tutti sono imparentati da matrimoni e battesimi, era facile che qualche killer potesse confondersi. Secondo gli investigatori, Antonio Pelle, anche se estraneo alla faida, sapeva della strage di Duiburg, cioè sapeva che qualcuno avrebbe vendicato l’omicidio di Maria Strangio, 33 anni, ammazzata la sera di Natale del 2006 per errore, al posto del marito, Giovanni Luca Nirta. Il boss, sempre secondo gli inquirenti, era a conoscenza della possibilità di una risposta clamorosa ma non aveva potuto fare nulla per impedirla. Aveva solo potuto evidenziare che la componente facente capo a lui non era coinvolta nello scontro che interessava un’altra componente (i “Vanchelli”) della famiglia Pelle. Proprio per sottolineare l’estraneità alla faida delle famiglie più potenti chiese ai familiari liberi di mandare una lettera alla Gazzetta del Sud. Un messaggio chiaro: la faida era uno scontro tra famiglie minori e Gambazza stava cercando, come già aveva fatto in passato, nel 1991, di arrivare a una pace senza vincitori. Paolo Toscano – GDS

UNIVERSITA’ DI MESSINA: E IL RETTORE TOMASELLO SI PROLUNGA DI UN ANNO IL MANDATO…

Il Senato Accademico e il Consiglio di Amministrazione dell’Università di Messina si occuperanno nelle prossime sedute delle modifiche relative allo statuto. La proposta è stata presentata ieri nel corso delle due riunioni. Tanti i passaggi nodali. A cominciare dalle modifiche degli articoli 9 e 11, con la semplificazione delle procedure deliberative di Senato e Consiglio, attraverso il ricorso a Commissioni dotate di poteri sia referenti che deliberanti. Novità di non poco conto. Così come quanto previsto dall’art. 9 comma 11-ter, volto ad evitare doppioni di competenze tra Senato e CdA con particolare riguardo agli atti normativi. Novità anche per ciò che concerne la proroga del mandato in corso di espletamento. L’art. 57, comma 1, prevede che «allo scopo di ristabilire la parità di trattamento tra coloro che, dopo aver espletato un mandato triennale, sono in atto preposti per la seconda volta consecutiva a cariche elettive di durata quadriennale e coloro che potranno essere chiamati a ricoprire le cariche stesse in seguito, il mandato dei primi è alla scadenza prorogato di un anno». È il caso del rettore Tomasello, che arriverà così a otto anni, come previsto peraltro dalla prossima riforma Gelmini. Intanto sabato, alle 10, nella Sala Senato, nel corso di una conferenza stampa sarà presentata l’inaugurazione dell’Anno Accademico 2009/2010 che si terrà sabato 21 novembre, nell’Aula Polifunzionale della Facoltà di Scienze al Papardo. La prolusione, che verterà sul tema del dissesto idrogeologico, sarà pronunciata dal prof. Giancarlo Neri, docente della Facoltà di Scienze dell’Ateneo peloritano. Ospiti della cerimonia saranno l’ambasciatore Ferdinando Alberto Salleo, il prof. Pasquale Versace, docente presso l’Università della Calabria, e il prof. Eugene H. Stanley, fisico statunitense e docente della Boston University, candidato al Premio Nobel per la Fisica. Mauro Cucè – GDS

No Ponte
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Il treno del ferro


Voci nel fango