12 Febbraio 2008 Mondo News

Chavez minaccia di chiudere i rubinetti del petrolio

«Prendi nota, mister Bush`ha tuonato nella notte di domenica il presidente venezuelano Hugo Chavez dagli schermi della sua trasmissione televisiva settimanale`Prendi nota, mister pericolo: taglieremo le forniture di petrolio». Non è una minaccia da prendere alla leggera, visto che il Venezuela è il quinto fornitore di greggio degli Usa [a loro volta, il primo cliente del petrolio venezuelano]. «Mi rivolgo all`impero statunitense perché i padroni sono loro`ha proseguito Chavez`se continuate così non riceverete più neanche una goccia di petrolio per il vostro impero». A scatenare tanta ira è stata la decisione di alcuni tribunali statunitensi e britannici di congelare beni e fondi della Pdvsa, l`azienda petrolifera pubblica venezuelana, a causa di un`azione legale promossa dal colosso petrolifero statunitense Exxon-Mobil, la più ricca e potente tra le major dell`oro nero.

Exxon sostiene che la decisione di Chavez di nazionalizzare Pdvsa e di recuperare alcuni giacimenti in concessione alle imprese straniere che non hanno accettato le nuove regole decise dal governo, avrebbe causato un danno da dodici miliardi di dollari. I progetti nazionalizzati da Chavez sono quelli della cosiddetta Orinoco Belt, la fascia costiera alla foce del fiume Orinoco, di cui la Exxon aveva il 41,7 per cento. Una percentuale che era stata valutata corrispondente a 750 milioni di dollari. Nell`area, dove ci sono riserve valutate in 80 miliardi di barili, operavano altre compagnie internazionali [Chevron, Bp, Total e la norvegese Statoil] ma solo due, Exxon e Conoco-Phillips, non hanno accettato i cambiamenti introdotti da Chavez al regime [soprattutto fiscale] delle concessioni. Da giugno del 2007, Exxon ha cercato di ottenere un risarcimento monetario, anche se non ha mai quantificato il danno che afferma di aver ricevuto. Le azioni legali sono state avviate in tribunali di New York e Londra, oltre che in Olanda e sarebbero proprio i giudici delle due città -hub per il mercato mondiale del petrolio, ad aver ordinato, venerdì scorso, il sequestro di beni e fondi della Pdvsa, sulla base della valutazione della Exxon che ritiene la «compensazione» stabilita dal piano di nazionalizzazione del tutto insufficiente.

Il governo venezuelano ha ammesso che c`è stato un sequestro, ma di soli 300 milioni di dollari e che per di più si tratta di una misura temporanea, che quindi non risolve la disputa legale con la Exxon. «I banditi della Exxon hanno smesso di rubare», ha ripetuto Chavez durante la trasmissione televisiva. E il governo di Caracas si prepara a reagire alla sfida lanciata dalla Exxon. La minaccia a Bush non è una trovata: la Exxon è stata tra i più importanti finanziatori della campagna elettorale del presidente statunitense e senza l`appoggio politico della Casa bianca è molto improbabile che un`azione legale di così alto impatto politico avrebbe potuto essere portata avanti. Per questo Chavez ha accusato gli Stati uniti di «portare avanti una guerra economica», il cui obiettivo finale rimane quello di un «cambiamento di regime» a Caracas.

L`azione legale della Exxon, però, può avere anche altre conseguenze, non solo rispetto al Venezuela. Anche la Bolivia, per esempio, è impegnata in un programma di nazionalizzazioni [gas naturale stavolta] che irrita le aziende energetiche internazionali. Un`eventuale vittoria della Exxon incoraggerebbe altre multinazionali a seguirne l`esempio. Inoltre, sullo sfondo ma non troppo distante, c`è lo scontro tra grandi compagnie multinazionali e governi per il controllo dei giacimenti di greggio e di gas naturale. Chavez è stato negli ultimi anni uno dei più convinti sostenitori del ruolo del cartello dei paesi esportatori di greggio, l`Opec, che da almeno quindici anni le major petrolifere tentano`con un certo successo`di esautorare. La sfida legale della Exxon alla sovranità  venezuelana non ha precedenti nei rapporti spesso tesi tra compagnie petrolifere e governi. Ed è molto più di una battaglia di carte bollate.