27 Febbraio 2008 Mondo News

«Yes, we can-nolo». E la «rivoluzione» di Miccichè rimase al palo

«Torno subito». Il 23 febbraio Gianfranco Miccichè si era congedato dai frequentatori del suo blog spiegando che doveva fare un salto dal capo, a palazzo Grazioli, per sbrigare la pratica della sua candidatura alla presidenza della Regione siciliana. Passano le ore ma di Miccichè non si hanno notizie. A sera si capisce perché: dal suo capo c`era andato Raffaele Lombardo, per sottrarre la candidatura proprio al cocco di Berlusconi, che il giorno dopo ha cercato di spiegare ai suoi fan che, insomma, c`era stato qualche problema, però… Però gli insulti sono arrivati lo stesso: «cazzaro», «quaquaraquà », «vergogna», «che figura!». Quanto al suo augurale «yes, we can» (l`originalità non è il tratto distintivo di Miccichè), gli è tornato indietro un po` più arricchito: «yes, we can-nolo». Ma il commento che gli sarà pesato di più, sempre che Miccichè legga, è quell`impietoso «sei peggio di Cuffaro e Lombardo messi insieme». Questo proprio non si addice a uno che aveva pensato di fare una lista e chiamarla «Rivoluzione siciliana». Da pubblicitario (viene dalla scuola di formazione politica Pubblitalia), Miccichè sa che la parola rivoluzione può evocare chissà quali suggestioni, soprattutto presso il suo elettorato, quello che nel 2001 elesse in Sicilia 61 parlamentari su 61, e qualche settimana dopo portò alla presidenza della Regione Salvatore «Totò» Cuffaro, il quale come primo atto di governo affidò la Sicilia alla Madonna, unico elemento di spicco della sua giunta. Non contento dei cinque, devastanti anni della presidenza Cuffaro, Miccichè lo ricandidò nel 2006, mentre nei confronti di don Totò c`era in corso un processo, finito il quale è arrivata la condanna. Eppure, ha affermato senza ironia lo statista siciliano di Berlusconi, «una condanna a 5 anni non me l`aspettavo, Cuffaro mi aveva assicurato che lo avrebbero assolto, altrimenti…». E allora giù contro il traditore, accusato delle peggiori nefandezze. Miccichè cuor di leone mostrò tutto il suo coraggio la sera in cui l`Assemblea regionale siciliana votò la mozione di sfiducia contro il presidente fresco di condanna, presentata dal centrosinistra: il suo «no» si aggiunse a quello di tutto il centrodestra. Arrivato a casa, quella stessa sera, dal suo blog partirono i soliti improperi contro il «cuffarismo». L`uomo è fatto così, di opinioni ne ha tante, molto diverse tra loro, e se non può seguirle tutte, ne è inseguito. Nel 2001, mentre stava creando dal nulla un altro dei suoi capolavori, il sindaco di Palermo, Diego Cammarata (anche lui rieletto nel 2006), Miccichè si ritrovò in uno stracolmo teatro Politeama per presentare la sua creatura e dare avvio alla campagna elettorale. Le sue prime parole furono: «Per un cornuto, un cornuto e mezzo». Gli esegeti del Miccichè pensiero potrebbero spiegare il significato profondo di questa espressione, noi ci limitiamo a coglierne la soavità . Da viceministro per l`Economia e da ministro per lo Sviluppo nell`ultimo quinquennio berlusconiano, il protocollo gli imponeva di dare un senso al suo ruolo, che un senso non aveva. Così, ogni tanto radunava i suoi, in Sicilia (quando gioca in casa si esalta), e li costringeva ad ascoltarlo per ore. L`adorante Renato Schifani (poi litigarono, ma non troppo) stava in prima fila lisciando il suo riporto. Con lui c`era Enrico La Loggia, che per quanto ministro degli Affari regionali, con qualche gallone accademico da far valere, acclamava con insolita passione ogni intuizione di Miccichè. Quale? I suoi piani per lo sviluppo turistico, per esempio: «Basta con questi che arrivano in Sicilia e si portano i panini da casa, noi vogliamo turisti che spendono, che vanno in alberghi e ristoranti». E giù applausi. La sintesi di questo grande progetto fu la realizzazione di campi da golf. Nella Sicilia commissariata per l`emergenza idrica si cominciarono a coltivare fili d`erba da far invidia ai prati di Edimburgo, rigogliosi fili d`erba innaffiati ogni mattina con l`acqua degli agrigentini che la ricevono un giorno sì e una settimana no.

Per restare nel tema della grande rivoluzione sognata da Miccichè, il suo più fervido sostenitore è uno che di cospirazione se ne intende: Marcello Dell`Utri, condanna di primo grado a 9 anni per mafia. Lui è uno dei volti del grande cambiamento, uno degli antagonisti di Cuffaro nella Sicilia del futuro immaginata da Miccichè. In effetti, se ci limitiamo ai numeri, Dell`Utri batte l`ex governatore 9 a 5. Ma Totò «Zelig» è sempre lì, oggi ha la faccia di Lombardo, a cui Miccichè ha garantito «sostegno reale e leale». Ma la rivoluzione è sempre in agguato. Dopo una notte insonne, ieri mattina il fuoco gli si è di nuovo riacceso grazie alle scintille dei copiosi insulti dei lettori del suo blog. Sulla sua pagina web è comparso un timido «forse ho sbagliato, ma aiutatemi a capire», illustrato da un punto interrogativo e dall`esortazione a concedergli un po` di sonno. Vedrete, torna subito.

Federico Scarcella