IN UNA CITTA` NORMALE di Claudia Fava

In una città  normale, il buon Umberto Scapagnini senza attendere il salvacondotto del Senato sarebbe stato costretto alle dimissioni da molto tempo: per ragioni, diciamo, di ordine giudiziario. In una città  normale, gli amici potenti del sindaco, beneficiati da gare d`appalto da baraccone, colpevoli di aver sventrato e saccheggiato la città  a colpi di varianti al Prg, avrebbero ricevuto (e stiamo stretti) almeno un avviso di garanzia: con la contestuale richiesta di spiegare ai comuni mortali attraverso quale gioco di prestigio un parcheggio multipiano possa trasformarsi in un centro commerciale. In una città  normale, uno di quei potenti amici del signor sindaco, l`editore Mario Ciancio, sarebbe stato chiamato prima o poi a rispondere davanti a un giudice dei silenzi e dei clamori del proprio giornale, magari cercando di spiegare cosa lo abbia spinto a difendere un noto capomafia in presenza del giovane cronista che in un articolo lo aveva precipitosamente e colpevolmente definito, appunto, `capomafia`. In una città  normale, un senatore della repubblica condannato per corruzione e indagato per mafia dovrebbe sentirsi costretto ad abbandonare la vita pubblica e politica invece di continuare a celebrare convegni e a rilasciare piacevoli interviste al suddetto giornale di Ciancio. In una città  normale. Non a Catania. Perché in una qualsiasi città  normale esistono due formidabili strumenti di garanzia democratica e di vigilanza istituzionale: la stampa e la giustizia. A Catania l`informazione è ostaggio degli interessi, delle speculazioni e delle avidità  di Mario Ciancio. E la giustizia si è adeguata, scegliendo la virtù cristiana della prudenza, dell`obbedienza e della tolleranza. Altrimenti non si capirebbe come sia possibile che pubblici amministratori capaci di ciò di cui si sono resi responsabili negli ultimi quindici anni gli amministratori catanesi, non siano quasi mai stati oggetto dell`azione penale. Alla fine s`è affermata l`immagine di una giustizia uguale `quasi` per tutti. E in quel quasi c`è la condanna civile della città , la sua regressione, la sua solitudine. Uno dei protagonisti di questa lunga svogliata stagione della giustizia catanese è da qualche giorno il nuovo capo della Procura della repubblica. Lo conoscemmo ventidue anni fa, all`epoca dell`inchiesta del ministero che rivoltò il palazzo di giustizia di Catania come un calzino, dimostrando – fatti alla mano – che alcuni giudici avevano sistematicamente garantito l`impunità  dei cavalieri del lavoro Graci, Rendo, Costanzo e Finocchiaro. Sono andato a rileggermi alcune pagine de `La mafia comanda a Catania`: `Un`amenità  dopo l`altra, la relazione degli ispettori raccontava d`una giustizia amministrata come la contabilità  di una trattoria. Che risposta dare al questore che aveva disposto il ritiro dei passaporti dei cavalieri? Riunione affannosa nell`ufficio del procuratore generale Filippo Di Cataldo, discussione concitata fino a tarda notte, consultazione frenetica dei codici… Alla fine si trovava una formula sibillina per ammonire, suggerire prudenza, sconsigliare decisioni affrettate: insomma, per invitare il questore a restituire quei passaporti senza fare troppe storie. (…) Quella notte, la risposta da dare fu formulata dal procuratore generale e scritta sotto dettatura dal sostituto Enzo D`Agata`. E` lui il nuovo procuratore: Enzo D`Agata. Da quella triste notte ricostruita dagli ispettori ministeriali è trascorso un quarto di secolo che il dottor D`Agata ha speso sempre negli stessi uffici giudiziari. Sostituto, poi procuratore aggiunto, infine procuratore. Al Csm, ha ricevuto tredici voti a favore e tredici contro. Hanno votato per D`Agata l`avvocato Saponara (uno dei legali di Berlusconi) assieme a tutti i membri laici del centrosinistra: dal Partito democratico (con immediato comunicato di felicitazione del senatore Bianco al nuovo procuratore) ai Comunisti italiani, a Rifondazione comunista (l`unica, per la verità , ad aver poi preso pubblicamente le distanze, nazionalmente e localmente, dal voto del proprio consigliere). E` prevalso, dicono, un criterio tecnico e burocratico: anzianità  di servizio, età , punteggi… Come accadde a Palermo, nell`88, quando a Falcone preferirono Meli. Palermo allora non era una città  normale. Catania non lo è nemmeno oggi. Spiace che non se ne rendano conto, per ostinata miopia, coloro che questa città  dicono di conoscerla come le proprie tasche. E non s`accorgono di certi buchi in fondo ai quali rotolano e si perdono gli ultimi spiccioli della nostra dignità . Claudia Fava