Riesplode la "polveriera" Tibet e la Cina rivive l«´incubo dell«´89

15 marzo 2008 Inchieste/Giudiziaria

Sulla pacifica protesta dei monaci tibetani è scattata feroce la repressione cinese: dagli ospedali di Lhasa giungono notizie di numerosi morti e feriti. La capitale è in stato d´assedio e sotto coprifuoco, tutti i principali monasteri buddisti della regione sono circondati da reparti della polizia antisommossa. È la più grande rivolta popolare in Tibet dal 1989, un anno di infausta memoria: allora il plenipotenziario del partito comunista cinese a Lhasa era Hu Jintao, oggi presidente della Repubblica popolare. Hu Jintao l´8 marzo 1989 non esitò a dichiarare la legge marziale e a scatenare l´esercito contro la popolazione indifesa. Si acquistò i galloni dell´uomo forte, i suoi metodi servirono da prova generale per il massacro di Piazza Tienanmen tre mesi dopo. Sono passati quasi vent´anni ma il Tibet non ha mai smesso di essere una polveriera dove si accumulano le tensioni create dalla politica di “assimilazione forzata”. La fiammata di questi giorni può sembrare improvvisa e inaspettata, in realtà  da mesi si segnalavano episodi di protesta nei monasteri, arresti, deportazioni e torture dei religiosi fedeli al Dalai Lama. C´è una logica stringente dietro questa escalation. Una maggioranza dei tibetani continua a considerare illegittima l´invasione dell´armata maoista che nel 1950 ha annesso il loro territorio. Sentono che il tempo gioca contro di loro, per l´invasione continua di immigrati “han” (l´etnia maggioritaria cinese) che sconvolge gli equilibri della popolazione locale e ne snatura l´identità  culturale. Il precedente della rivolta birmana nel settembre scorso è stato seguito con passione, solidarietà  e sofferenza da parte dei buddisti tibetani: anche questo popolo ha un attaccamento straordinario alla propria religione, e non tollera le violenze contro i monaci. La gente di Lhasa che ha osato protestare in queste ore sogna di avere miglior sorte del popolo birmano. Si affida all´influenza del Dalai Lama, un leader spirituale che gode di un immenso prestigio nel mondo. Inoltre la Cina non è un piccolo paese arretrato e isolato come la Birmania. Mentre a Lhasa vige il terrore poliziesco, a poche ore di volo Pechino si appresta a celebrare i Giochi come una prova della sua apertura verso il resto del mondo, accogliendo milioni di turisti stranieri. Ora o mai più: è il sentimento che ha spinto molti tibetani a scendere in piazza. C´è la speranza che nell´anno delle Olimpiadi, con gli occhi del mondo puntati su Pechino, Hu Jintao avrà  qualche esitazione prima di ordinare una nuova carneficina. Per gli occidentali la politica cinese in Tibet appare non solo ignobile ma anche assurda. Con realismo e moderazione, il Dalai Lama ha smesso da decenni di rivendicare l´indipendenza e chiede solo una ragionevole autonomia. Basterebbe applicare al Tibet il sistema in vigore a Hong Kong: porre dei limiti all´immigrazione dal resto della Cina, consentire forme di autogoverno per preservare la fisionomia culturale e proteggere l´ambiente naturale, pur lasciando a Pechino le competenze in materia di politica estera e difesa. Ma anche un modesto federalismo appare al regime cinese come una concessione intollerabile, destabilizzante. Pechino continua a bollare il Dalai Lama come un “secessionista” con cui è impossibile dialogare. La paura che provano i tibetani è, specularmente, la certezza di Hu Jintao: il fattore tempo gioca in favore della Cina. Con 3,8 milioni di km quadrati di superficie, quanto l´Europa occidentale, il Tibet occupa un terzo della Repubblica popolare ma i suoi sei milioni di abitanti sono appena lo 0,5% dei cinesi. Lo squilibrio demografico è immane, è difficile resistere alla “sinizzazione”. Il regime può contare anche su un consenso reale fra la maggioranza dei cinesi sulla questione tibetana. Imbevuti di nazionalismo fin dalle scuole elementari, imparano sui manuali di storia solo la versione della propaganda ufficiale: il Tibet è “sempre” appartenuto alla Cina; dietro le velleità  di autonomia ci sono forze che vogliono indebolire la nazione, proprio come nell´Ottocento e primo Novecento quando gli imperialismi occidentali e giapponese “amputarono” l´Impero Celeste di pezzi di territorio, da Hong Kong alla Manciuria. Nazionalismo cinese, superiorità  demografica, sviluppo economico, sono i rulli compressori che lavorano ad appiattire il Tibet. Mentre la nuova ferrovia rovescia fiumane di “coloni”, vasti quartieri di Lhasa già  hanno subito uno stravolgimento: ipermercati, shopping mall di elettronica, banche e uffici turistici sono gestiti prevalentemente dai cinesi han, più istruiti e abili negli affari. Lo stesso turismo di massa violenta l´anima dei luoghi: il Potala Palace, ex dimora del Dalai Lama trasformato in museo, è circondato dai torpedoni, invaso da comitive cinesi volgari e arroganti. Eppure dietro la sicumera di Hu Jintao traspare il germe di un dubbio. L´incapacità  di aprire un dialogo col Dalai Lama rivela un´insicurezza. Il partito comunista cinese non accetta che dentro la società  civile vi siano movimenti organizzati, autorità  alternative. I culti religiosi sono stati autorizzati dopo la fine del maoismo ma sono sottoposti a controlli stringenti, indottrinamenti politici, obblighi di fedeltà  assoluta al governo. La figura del Dalai Lama è inaccettabile perché è un´autorità  spirituale indipendente. Al di fuori del Tibet la Cina ha altri 150 milioni di buddisti praticanti: guai se dovesse insinuarsi nel resto del paese l´idea che la religione può diventare il tessuto connettivo di una società  civile autonoma. Tra gli incubi della nomenklatura c´è lo scenario Solidarnosc, proiettato in versione buddista. Nonostante le sue fobie totalitarie, la classe dirigente cinese gestisce tuttavia una superpotenza fortemente integrata nelle relazioni internazionali. La Repubblica popolare è membro permanente del Consiglio di Sicurezza Onu, dell´Organizzazione del commercio mondiale; è il principale partner commerciale dell´Unione europea e degli Stati Uniti. Ha l´ambizione di essere un attore responsabile nella governance globale. E´ indispensabile che l´Occidente eserciti ogni pressione per far capire a Hu Jintao i rischi che corre in Tibet: vanno ben al di là  dei Giochi olimpici. Lo sviluppo con cui i dirigenti di Pechino si garantiscono un consenso reale fra una parte della popolazione, può incappare in serie turbolenze se la Cina decide di presentarci un volto odioso e minaccioso.

Sangue sulla rivolta dei monaci, decine di morti in Tibet

L´ultima notizia arriva dal parente di un funzionario che lavora per il governo in esilio del Dalai Lama. «Lhasa è in mano ai tibetani», dice. Ha quasi le lacrime agli occhi. Non sa se piangere o se ridere dalla gioia, perché il prezzo delle rivolte contro il governo cinese sembra altissimo, eppure la notizia lo rende euforico come tutti i suoi connazionali che non parlano d´altro nelle strade della cittadina indiana di Dharamsala, dove vive gran parte dei tibetani esuli. Le cifre ufficiali fornite dalle autorità  cinesi sono infatti di due morti, ma quelle dei testimoni oculari, i tibetani che possono parlare al telefono e spedire email e foto, dicono che in un solo punto sono stati contati 31 cadaveri. La protesta pacifica dei monaci di qualche giorno fa si è trasformata da ieri nella insurrezione di una popolazione quasi intera. In poche ore è esploso tutto l´odio verso i cinesi che hanno trasformato il volto del paese, distrutto monasteri, costruito case e negozi per le migliaia di immigrati han che oggi dominano l´economia e la società , imposto perfino lama e culti religiosi di loro gradimento. Le informazioni più dettagliate di quanto sta avvenendo non solo a Lhasa, ma perfino in Amdo, Gansu, nel lontano Kham, paradossalmente giungono proprio a Dharamsala attraverso la rete dei parenti rimasti in Tibet. Qui vivono centomila anime, soprattutto monaci ma anche laici che hanno costruito le loro case attorno alla residenza del loro leader spirituale, il Dalai Lama. È lui che le autorità  cinesi hanno subito accusato ieri di essere il mandante delle rivolte, affermando che «i disordini a Lhasa sono orchestrati dalla cricca del Dalai», accusa che lo stesso Lama ha definito «totalmente infondata». Ma a scatenare l´improvvisa fiammata di questi giorni sono state parecchie cause: il recente anniversario della fallita insurrezione del 1959, la vicinanza delle Olimpiadi e soprattutto l´inasprimento della repressione contro religiosi e popolazione civile denunciata proprio pochi giorni fa dal Dalai Lama nel discorso che celebrava la rivolta di cinquant´anni fa, alla quale seguì la sua fuga nell´esilio indiano. A Dharamsala un pulmino con altoparlante diffonde in lingua tibetana le ultime drammatiche notizie dalla capitale sotto occupazione cinese. Si parla di un possibile stato d´emergenza, di incendi di mercati, negozi, auto, di cortei di monaci e laici caricati e colpiti a colpi d´arma da fuoco dalla polizia, di ferimenti e scioperi della fame, di tentati suicidi all´interno dei monasteri. La notizia dei morti nelle strade giungerà  più tardi, con la conferma di due vittime vicino al monastero di Ramoche, un monaco e una ragazzina di 16 anni. Dappertutto circola la foto di due monaci del più grande complesso religioso attorno a Lhasa, Drepung, dove è cominciata la protesta. Lottano tra la vita e la morte dopo essersi tagliati le vene. Si chiamano Lobsang Kelsang e Lobsang Dhamchoe, entrambi sono poco più che ventenni. È solo una delle tante notizie che escono dai perimetri dei grandi monasteri circondati dalle forze dell´ordine dopo le loro marce dei primi giorni. Testimonianze di proteste giungono da regioni remote come l´Amdo, che ha dato i natali al Dalai Lama, dal Gansu, dove i tibetani sono minoranza, da Kandtze, e perfino dalla regione orientale del Kham, che fu la prima a essere invasa dai cinesi e dove vivono i guerrieri tibetani Khampa, da anni in attesa dell´occasione giusta per ribellarsi. A Dharamsala gli esuli ascoltano le informazioni con un misto di eccitazione e allarme. Sanno che nella loro capitale, dove per ogni tibetano ci sono almeno quattro, cinque cinesi han, i propri familiari potrebbero restare coinvolti direttamente o indirettamente nelle repressioni che – ne sono tutti certi – seguiranno alle proteste. Phuntsok Wangchuk, il segretario generale di Gu Chu Sum, l´associazione degli ex prigionieri politici arrestati durante le analoghe rivolte di Lhasa avvenute esattamente vent´anni fa, è in costante contatto con i suoi informatori. Spiega che dopo giorni di proteste dei grandi centri religiosi come Drepung, Sera e Ganden, oggi sigillati dalla polizia, ieri è stato il popolo laico a scendere in piazza, perché ai religiosi è impedito ogni movimento e stanno effettuando un massiccio sciopero della fame. Le prime proteste al mattino sono avvenute al mercato Tromsikhang, costruito di recente nel Jockang, cuore di Lhasa e luogo più sacro della città . Una folla inferocita ha dato alle fiamme auto, bus, negozi e banchi, senza prendersi cura che le fiamme devastassero anche le attività  commerciali dei pochi tibetani e musulmani Hui che fanno affari fianco a fianco coi cinesi. Poi sono giunti in città  a protestare i monaci del tempio di Ramoche, e a loro si sono uniti altri cittadini, scatenando una delle reazioni più violente della polizia. Le manifestazioni sono andate avanti fino a notte inoltrata. A Nyangra, un villaggio a 50 chilometri dalla capitale, una gran parte della popolazione è scesa in strada per difendere i monaci del vicino monastero di Sera che erano stati picchiati e arrestati, com´era avvenuto per una settantina di altri loro compagni del monastero di Drepung. Phuntsok riferisce anche delle proteste nel tempio di Labrang nell´Amdo, mentre altri gruppi del dissenso parlano di cortei nelle strade di Sangchu Conty Kanlho, nella Prefettura autonoma tibetana. È un susseguirsi di informazioni che lasciano Dharamsala col fiato sospeso. Ma anche le autorità  di Pechino, che avevano finora minimizzato gli eventi, adesso tremano: l´agenzia ufficiale Nuova Cina parla di «numerosi poliziotti gravemente feriti» a Lhasa, di incendi divampati ovunque e di una moschea data alle fiamme. L´organo d´informazione del governo afferma che le violenze delle ultime ore sono state provocate da «agitatori» e da «vandali», alcuni dei quali «avevano zaini pieni di sassi e di bottiglie incendiarie». Le autorità  sanno che l´immagine di pace e armonia del Tibet costruita dai loro media era solo illusoria. E che questo condizionerà  le Olimpiadi fortemente volute per aprire il Paese al mondo.