VERGOGNA NAZIONALE: ««Niente grazia al prigioniero Sofri«»

16 marzo 2008 Inchieste/Giudiziaria

In una lettera che risponde a un editoriale sul manifesto, la presidenza della Repubblica fa sapere che non ha intenzione di intervenire: «Non ci sono esigenze umanitarie, è agli arresti domiciliari». Sta male ma non abbastanza, il detenuto Sofri. Visto che il tribunale del riesame l`ha messo agli arresti domiciliari, non c`è ragione per cui il Quirinale debba intervenire a «far fronte ad eccezionali esigenze di natura umanitaria». E` duro il contenuto della lettera con cui il direttore dell`ufficio quirinalizio «per la concessione delle grazie e la commutazione delle pene», Loris D`Ambrosio, ha risposto all`appello che Franco Corleone aveva indirizzato a Napolitano lo scorso 3 marzo, pubblicandola sul manifesto. Il garante dei detenuti di Firenze aveva scritto al presidente Napolitano spiegando di attendere da tempo una sua iniziativa in favore di Adriano Sofri, l`ex leader di Lotta continua in carcere dal 2000 con l`accusa di aver sparato al commissario di polizia Luigi Calabresi nel 1972. Un anno e mezzo prima, il 3 novembre 2006, lo stesso D`Ambrosio aveva scritto che «l`esistenza di situazioni nuove, connesse allo stato di salute e all`applicazione della legge sull`indulto, imponeva aggiornamenti istruttori per l`ulteriore corso della relativa procedura». Allora, Sofri era fuori dal carcere dopo una grave malattia e rischiava di tornarci proprio nei giorni di Natale, quando il tribunale del riesame di Pisa decise di concedergli gli arresti domiciliari. La nuova missiva di D`Ambrosio, che dice di parlare «su incarico del capo dello stato» chiude ogni spiraglio. Il Quirinale non può intervenire, si spiega, perché il tribunale del riesame ha messo Sofri ai domiciliari «ritenendo, per un verso, che le condizioni di salute – pur serie – non erano tali da imporre un nuovo differimento dell`esecuzione e, per altro verso, che la detenzione domiciliare era funzionale alla fruizione delle cure necessarie e al reinserimento sociale». Quindi, niente da fare: «Nessun elemento fa oggi ritenere che le esigenze umanitarie debbano essere garantite ricorrendo a istituti diversi da quello penitenziario in atto». Fino ad oggi, nello scegliere le persone cui concedere la grazia il presidente Napolitano ha badato poco alle condizioni di salute dei detenuti, sebbene la sentenza costituzionale in cui si parla di «esigenze di natura umanitaria» sia stata emessa giusto dopo la sua nomina. Ivan Liggi aveva trentaquattro anni quando il presidente della repubblica decise di graziarlo, nel dicembre 2006. L`uomo, ex poliziotto, era accusato di omicidio volontario per aver sparato contro un guidatore che non aveva rispettato un posto di blocco. Nessun problema di salute neppure per i cinque altoatesini graziati il 3 agosto 2007, quattro dei quali dovevano scontare solo le pene accessorie. Persino per Bompressi, condannato assieme al leader di Lotta continua, questa valutazione non è stata applicata, visto che al momento della grazia era già  ai domiciliari (a causa di gravi condizioni di salute) esattamente come accade oggi a Sofri. Dal Quirinale spiegano che il criterio «di salute» è speciale perché speciale è la condizione di Sofri, che non ha mai chiesto la grazia. Eppure di questa regola non hanno mai parlato né la Corte costituzionale né nessun altro presidente della Repubblica. Sofri ha lasciato il carcere, per la prima volta, il 25 novembre del 2005, quando fu sottoposto ad un intervento chirurgico d`urgenza perché una rara malattia gli aveva causato una lesione all`esofago di 6 centimetri. Fu salvato in extremis e da allora «motu proprio» il tribunale di sorveglianza di Pisa l`ha messo ai domiciliari, perché le sue condizioni di salute non sono compatibili col carcere. La decisione, temporanea, sarà  riesaminata il prossimo giugno. A pesare sulla scelta di Napolitano potrebbe essere stato l`«incidente» con la famiglia Calabresi. Nel 2006, appena eletto il presidente concesse la grazia ad Ovidio Bompressi, ponendo fine al lungo braccio di ferro tra l`ex ministro Castelli e il suo predecessore Ciampi. La famiglia Calabresi apprese la notizia dalla stampa e, sia il ministro Mastella sia Napolitano dovettero scusarsi per lo sgarbo. Da allora, il tema della grazia ad Adriano Sofri è finito in un angolo.

Sofri: Napolitano, serviva coraggio

Quello di Sofri è un corpo sotto sequestro. Ha ragione Marco Pannella quando ricorda che nel caso di Adriano Sofri la pena ha perso la sua funzione costituzionale. Chi mai può pensare che la sanzione nei suoi confronti abbia ancora una valenza rieducativa? La grazia è stata negata (rinviata?) perchè mancherebbero «le eccezionali esigenze di natura umanitaria». Sofri fortunatamente non sta morendo e quindi non può essere graziato. Nella storia delle grazie italiane sono però ben pochi i moribondi. La grazia è stata concessa per compensare sanzioni eccessive, processi irragionevoli, vessazioni o pene inutili. La pena nei confronti di Sofri è appunto una pena inutile. Non si comprende chi ancora abbia interesse e determinazione nel vedere una persona in galera (o chiusa in casa) a trentasei anni dai fatti in questione. Per un periodo della mia vita ho fatto il vicedirettore di carcere. Così ho conosciuto Sofri al Don Bosco di Pisa. Era il 1997 quando Sofri e io arrivammo a Pisa. Lui proveniva, nel cellulare, dalla sua casa di Firenze, io libero dal carcere di Padova dove lavoravo dal 1993. Nelle prime settimane successive all`arresto una pletora di visitatori illustri faceva mormorare ingenuamente che la grazia sarebbe stata già  in agenda dell`allora presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro. Tutti a dire che la lobby di Lotta Continua aveva colpito ancora. Poi i visitatori – illustri – si sono diradati. Le visite a Sofri sono però fortunatamente continuate. Una non la dimentico. Si trattava di un gruppo di ragazzi e di amici di Sarajevo sorpresi, amareggiati, intristiti, arrabbiati per l`incomprensibile reclusione di una persona che per loro aveva accettato di sfidare le bombe di un assedio iniziato nell`aprile del 1992 e durato ben 1000 giorni. Cinque anni dopo mi è capitato di andare a Sarajevo come osservatore Osce per le prime elezioni del dopo-guerra. In un bar del centro c`era un adesivo «So-free». Intanto qui scorrevano gli anni di carcere. Da quel 1997 sono passati altri 11 anni. Vari guardasigilli hanno fatto finta di niente. C`è chi volutamente e dichiaratamente non ha passato le carte per la grazia al capo dello stato, chi non le ha passate per paura. Dopo Scalfaro c`è stato Carlo Azeglio Ciampi. Questi fu molto vicino a concederla, tanto da giungere a un conflitto con il guardasigilli risolto poi dalla Corte Costituzionale che ha stabilito il dovere da parte del ministro della Giustizia di controfirmare la richiesta di grazia promulgata dal presidente della Repubblica. Giorgio Napolitano, appena insediato, ha concesso la grazia a Ovidio Bompressi. Alla fine del 2005 Sofri è stato colpito da una malattia piuttosto rara che gli ha comportato la rottura di cinque centimetri dell`esofago. Le cattive condizioni di salute hanno avuto come conseguenza la sospensione della pena e la detenzione domiciliare. Il fine pena è previsto per il 2017. Allora avrà  75 anni. Ad oggi ha scontato ben più della metà  della pena inflittagli e ha avuto in questo decennio un comportamento impeccabile e dedito al prossimo. Il regolamento penitenziario prevede per chi abbia dimostrato o per chi abbia compiuto atti meritori di valore civile che possa essere attivata la proposta di grazia. Sofri in questi anni ha scritto sulle pagine di Repubblica, Panorama, Foglio. È uno degli intellettuali più lucidi di questo paese. Ha parlato di non-violenza, di guerra e pace, di diritti umani. Si può o no essere d`accordo con le sue tesi. È stato tra i pochi uomini di cultura a difendere con dignità  l`indulto per il quale lo stesso Napolitano aveva sfilato per le strade di Roma. «Correre il rischio del bene»: così aveva intitolato il suo editoriale su Repubblica all`indomani dell`approvazione del provvedimento di clemenza. Nel frattempo tutti gli altri tacevano o attaccavano sgraziatamente l`indulto. Presidente Napolitano, lei non ha avuto il coraggio di «correre il rischio del bene». Patrizio Gonnella