Addio a Gino Donè, dalla Resistenza al "Granma" con Castro e il Che

25 marzo 2008 Mondo News

Non fosse stato per il giornalista Maurizio Chierici che dopo qualche mese d´indagini lo resuscitò, quasi ottantenne, all´alba del nuovo secolo, incontrandolo sulla spiaggia di Fort Lauderdale in Florida, vecchio e annoiato come un pensionato americano: oggi di Gino Donè, il barbudo italiano che iniziò la rivoluzione cubana insieme a Fidel Castro, non si ricorderebbe quasi nessuno. Il partigiano Gino è morto nella notte di Pasqua in una Casa di cura a San Donà  di Piave, in provincia di Venezia, all´età  di 84 anni. Se n´è andato nei luoghi dov´era nato (18 maggio 1924, oroscopo Toro come il Che Guevara) dopo una vita che dalla Resistenza italiana l´aveva portato a Cuba, in Messico e negli Stati Uniti. Donè fu uno dei quattro stranieri – e l´unico italiano – che salì insieme a 78 ribelli cubani sul Granma, il piccolo yacht («c´era posto per venti ma eravamo in 82») che Fidel Castro comprò in Messico per tornare a Cuba e iniziare, sulla Sierra Maestra, la guerriglia contro il regime di Fulgencio Batista. Oltre a Donè (detto “el italiano”) gli stranieri erano: un argentino, il “Che”; un messicano, Alfonso Guillen (morto nel ‘94) e un dominicano, Ramon Mejias (morto nel ‘65). Come c´era finito Donè in quell´avventura è presto detto: dopo la fine della guerra, nel 1952, come tanti altri veneti suoi coetanei, giovane e senza lavoro, Gino partì per le Americhe. All´epoca ci fu chi finì nell´Argentina di Peròn, chi in Brasile, chi negli States, e chi – come lui – a Cuba, dopo esser passato per il Canada. Ma il suo luogo d´approdo non fu, come in molti altri casi di quegli anni, del tutto casuale. Donè – che lo ha raccontato qualche anno fa in una intervista a Juventud Rebelde – aveva letto José Martì, el libertador cubano, («e ne ero rimasto affascinato come successe a Garibaldi»). Quando arriva lavora come falegname, poi muratore. Qualche tempo più tardi si sposa. E, grazie alla moglie, entra in contatto con i ribelli anti batistiani. Nel ´56 la svolta. Fidel in Messico è senza soldi e fatica ad organizzare il suo rientro clandestino nell´isola: serve qualcuno che possa entrare ed uscire da Cuba con molto denaro senza suscitare i sospetti dei doganieri della dittatura. E chi meglio di un emigrante italiano? Donè farà  tre viaggi a Città  del Messico per portare a Castro i dollari necessari a comprare il Granma e le armi per la spedizione che cambierà  la storia dell´isola. Tra un viaggio e l´altro Gino Donè fa amicizia con il gruppo di giovani cubani esiliati a Città  del Messico e il loro medico argentino. Racconta della guerra partigiana in Italia, insegna al “Che” a tenere un fucile in mano e discute con Fidel Castro l´organizzazione della guerriglia. Di un paio d´anni più grande (Donè ne ha 32, Castro 30 e Guevara 28) viene consultato come l´esperto di guerra e sale di diritto sul Granma quando salpano per arrivare a Cuba. Qualche tempo più tardi le loro strade si dividono. Inseguito dagli ordini di cattura di Batista, Donè lascia clandestinamente Cuba nel ‘58 e raggiunge New York dove farà  il tassista, l´imbianchino, il decoratore e il cameriere. In un episodio sta forse tutto il senso della sua dignità  e della sua anima: dopo la vittoria della rivoluzione a Cuba, Gino Donè si reca dal nuovo console cubano e sollecita il visto per andare sull´isola e riabbracciare i suoi compagni. Ma non gli viene concesso e ci tornerà  solo quarant´anni dopo. Perché – chiede l´intervistatore – non disse al console che era stato sul Granma gomito a gomito con Fidel? «Non ero mica andato lì per vantarmi e fare il bullo con uno sconosciuto… ». OMERO CIAI