Mario Capanna, ritorno alla Cattolica e lite con la destra: "Peggio dei padri"

8 Aprile 2008 Inchieste/Giudiziaria

MILANO – Scuse per essere stato espulso 40 anni fa, come lui vorrebbe («Con Galileo ci hanno impiegato 3 secoli, spero facciano più in fretta con me»), non ce ne sono state. Però Mario Capanna varca lo stesso il portone della Cattolica col beneplacito del rettorato, che lo confina però nella sede staccata di via Carducci. Regolarmente invitato dagli studenti di sinistra e regolarmente contestato da quelli di destra («siamo trasversali, un po´ con Fiore un po´ con la Santanchè») che gli urlano: «Contro il 68 la gioventù si scaglia, boia chi molla è l´urlo di battaglia». Il teatrino è completo: c´è pure qualche reduce dei formidabili anni, stupito e per paradosso confortato, a fronteggiare i ragazzi dall´aria truce nostalgici della roccaforte sanbabilina. Lui è raggiante e solo più tardi perderà  la pazienza, quando altri esagitati gli rinfacceranno i «morti col cranio spaccato» dai katanga e la «vergognosa pensione di 8mila euro», questa volta nel cortilone dell´ateneo, dov´è penetrato passando dal retro, scortato da poliziotti in borghese, per visitare una mostra sul Sessantotto e farsi fotografare davanti all´ingresso principale di largo Gemelli con le braccia aperte come il Cristo del Corcovado. Un Capanna-day che poi è proseguito al teatro Strehler, dov´è andata in scena ieri sera la prima di uno spettacolo musicale con Giulio Casale ispirato a un libro dell´ex-leader del movimento studentesco. «La voce, la voce è ancora quella. Ma i capelli… «, commenta una signora che di anni deve averne quanti lui (63). Capanna arriva vestito in giacca e cravatta e quasi con piacere cerca di confrontarsi con i «fascistelli». Prova a spiegarsi («anche voi avete goduto delle cose buone che ha fatto il Sessantotto: lo statuto dei lavoratori… «), ma non ce la fa. Gli urlano: «Parli come Hillary Clinton», finché se ne va, sprezzante: «Non siete neanche degni dei vostri padri». E può iniziare la conferenza-dibattito in un´auletta striminzita davanti a una cinquantina di studenti. Ci sono brevi discorsi para-accademici, il ricordo – quello sì, vivace – di Maria Prandi, ex del Collegio delle Marianne, che rievoca un´epoca di grembiuli neri e muri tra maschi e femmine, di paure e grandi speranze post Concilio, finchè tocca a Capanna. Che cita a rinforzo delle sue tesi addirittura papa Ratzinger («Ha definito il ‘68 una cesura, un taglio netto col passato»): «Non va demonizzato e neanche esaltato: il Sessantotto ha indicato il cielo e dopo nulla è stato come prima. Lo definirei il più grande movimento di trasformazione nella storia dell´umanità ». Poi si parla delle “scuse”, sollecitate due settimane fa con una lettera-aperta pubblicata dall´Unità , che Capanna vorrebbe dalla Cattolica «per avermi impedito con l´espulsione di laurearmi con il mio maestro, il filosofo Emanuele Severino». «Aspetto la fine del mese, e anche un po´ di più. È chiaro che possono fare come da 2mila anni fanno: tacere e scappare. Se sarà  così, ognuno si prenderà  le sue responsabilità  e i divertimenti conseguenti». Una minaccia? Capanna resta nel vago. Ma nega che da parte sua ci sia arroganza: «ÃƒË† voglia di pacificazione, invece. Per costruire insieme una memoria condivisa». La sua proposta sarebbe di organizzare in una sede degna dell´ateneo (magari l´aula magna) un convegno sul Sessantotto. Intanto, ricorda ai giovani che «i grandi ci sembrano grandi solo perché siamo in ginocchio. Alziamoci, spicciamoci», e conclude: «Noi ci siamo divertiti un casino. Mi chiedo: ma che cazzo state aspettando a ricominciare?».

ENRICO BONERANDI

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