8 Giugno 2008 Senza categoria

`SI, GLI ZINGARI ERAVAMO NOI` di ADRIANO SOFRI

Nel montaggio di certe cartoline la statua della Libertà  incombe sulle famiglie di immigrati, mucchi di stracci, come un idolo assirobabilonese. Il fotografo del Molo di Genova, o quello di Little Italy, doveva certo dire alle donne italiane con in braccio l´ultimo nato: «Sorridi!», ma non sorridevano. Lo stampato bilingue di Ellis Island per provare che il nuovo arrivato sa leggere riporta un minaccioso brano del Levitico. La mostra sull´emigrazione italiana tra Genova ed Ellis Island sollecita tre grossi problemi. Il primo: come si torni sul luogo di una tragedia quando la tragedia sia ormai consegnata alla memoria. Il secondo: se il ricordo di ciò che abbiamo sofferto in passato modelli il nostro atteggiamento verso chi sperimenta oggi la stessa sofferenza. Il terzo: che cosa sia diventata la xenofobia. Cominciamo da qui, e proviamo a dire così: xenofilia è l´amore per i ricchi, specialmente quando siano stranieri; xenofobia è l´odio per i poveri, specialmente quando siano stranieri. Essere, o sembrare stranieri – spesso è la stessa cosa, pensate ai cittadini veneziani cui un´occupazione di suolo privato vuole negare un tetto – è un abbellimento della ricchezza, oppure un´aggravante del disprezzo per la povertà . Esiste una xenofobia che è il risvolto di un fanatismo nazionalista, come nel fascismo, ed esiste un razzismo invidioso come quello antisemita, che è al tempo stesso un modello e un´eccezione agli altri razzismi: ma quella del nostro mondo privilegiato, invecchiato e persuaso d´esser democratico, è la paura e la rabbia per una povertà  giovane e selvaggia. Esattamente quella che gli italiani migranti, “oliva”, incarnavano agli occhi degli americani “bianchi”. E siamo così al secondo punto. Si insiste sulla rimozione del nostro passato di emigranti, che ci fa scandalizzare degli immigrati in casa nostra. E si moltiplicano i benemeriti sforzi per restaurare la memoria di una vicenda che ha segnato più di ogni altra la storia italiana: quasi ventisette milioni di emigrati nell´arco di centotrent´anni, quasi altrettanti discendenti di italiani nel mondo quanti i residenti nella madrepatria!
libri, film, diari, lettere, registrazioni di racconti, musei – uno per tutti: quello lucchese della Fondazione Cresci, sorto dal ricchissimo archivio di Paolo Cresci, fiorentino di Scandicci, fotografo e gran persona, morto prematuramente nel 1997 (Il museo lucchese ha dato un importante contributo alla mostra genovese). E tuttavia la domanda sul ruolo del ricordo ha cambiato sostanza, ed è diventata molto più amara. La domanda ora è: davvero la conoscenza e il ricordo sono una salvaguardia, un modo per sventare la replica dell´infamia, o bisognerà  ammettere che nemmeno conoscenza e ricordo – e commemorazione, e monumenti – mettono al riparo dall´indifferenza o addirittura dalla ripetizione del male, a parti scambiate? Abbiamo dovuto correggerla tante volte, la domanda, come quando si è consumata alle nostre porte, a Sarajevo e a Srebrenica, un´infamia per la quale non potevamo invocare, come per Auschwitz (e già  allora mentendo largamente) di non aver visto, di non aver saputo. La mostra genovese invita il visitatore a mettersi nei panni dei migranti che si imbarcavano alla volta dell´altro mondo. E tuttavia, di fronte allo stato attuale degli animi del nostro paese – l´Italia della brava gente, e dei milioni di migranti – si è costretti a dubitare che l´inferno appena attraversato induca a una speciale comprensione e compassione per chi adesso è di turno in quell´inferno. E anzi, a chiedersi se, usciti fuori dal pelago alla riva, non si sia indotti a guardare con un particolare risentimento a quelli che ci stanno affogando (non è una citazione poetica, è la cronaca di venerdì scorso, quando una gabbia da tonni ha tirato su nel canale di Sicilia vivi, tramortiti e morti, compresi gli annegati di chissà  quale naufragio precedente, così pescoso è oggi quel mare). Zingari e rumeni e musulmani possono infastidirci perché ci siamo dimenticati dei nostri padri, e abbiamo avuto cura di non farlo sapere ai nostri figli, che siamo stati fino a ieri zingari e albanesi e bastardi; ma possono esasperarci anche proprio perché ci ricordiamo benissimo di esserlo stati, perché guardare loro è come guardarci nello specchio di ieri o dell´altroieri, perché la loro puzza è di quelle che non si vogliono più sentire, una volta che ce la siamo tolta di dosso a furia di strigliate. Ed eccoci al terzo punto. Come si torna sui luoghi del dolore. La mostra genovese ricostruisce la scena dell´imbarco, la stazione marittima, il molo, la fiancata del piroscafo Taormina. Il visitatore salirà  a bordo, si cercherà  la cuccia nel dormitorio, i bagni il refettorio e la cella per i riottosi, vedrà  attraverso l´oblò passargli davanti il mare di tutte le ore del giorno e della notte, sbarcherà  a Ellis Island, e rifarà  la via crucis di controlli medici e interrogatori. Potrà  rispondere al questionario (Come ti chiami? Sei mai stato ricoverato per infermità  mentali? Sei mai stato in galera? Sei un anarchico? Possiedi almeno cinquanta dollari? Hai un lavoro che ti aspetta?) e ai ventinove test, e il cielo lo scampi da un fallimento, che lo rimanderebbe a casa mortificato. Si procurerà  un nome scorso, uno fra i milioni di italiani che passarono di lì, e proverà  speranza e disperazione di quel suo antenato. E tuttavia la simulazione più accurata non potrà  restituirgli un millesimo di quell´angoscia, e non solo perché le cuccette della mostra non saranno luride di vomito e feci e pidocchi: per quanto si immagini il pianto, l´amaro non arriverà  a serrargli la gola. Siano benvenuti i luoghi della sofferenza umana trasformati in sacrari e in monumenti. Ma correranno sempre il rischio di anestetizzare il proprio passato, di diventare il paio d´ore di un´agenda che prevede le sue tappe tutto compreso. Non ho mai visto Ellis Island, fotografie e film me ne hanno fatto tremare, come il Nuovomondo di Crialese, bello e senza demagogia. Non ho visto l´isola di Gorée, di fronte a Dakar, trecento metri per neanche un chilometro, dove tanti milioni di schiavi neri vennero ammucchiati per tre secoli alla volta del Nuovo mondo: fino al 1848. Oggi è patrimonio dell´Unesco, vengono i grandi della Terra, papi e presidenti, e giurano che mai più, e vengono torme di turisti guidati: «Colazione e partenza per l´isola di Gorée. Visita. Rientro. Ultime ore dedicate allo shopping per il centro e trasferimento in aeroporto. Partenza per l´Italia». Anche ad Auschwitz si va così, e del resto dei polacchi di spirito ci avevano aperto una discoteca, a ridosso del campo. La prima volta che andai a Ushuaia, fin del mundo, nel più famigerato penitenziario della Terra, ci camminai dentro sentendo ancora l´odore dei muri e lo stridore dei ferri: poi lo ridipinsero, e il treno a scartamento ridotto che portava nel gelo gli ergastolani a tagliare le foreste è diventato un trenino disneyano sul quale si accomodano chiassosamente i turisti. La mostra di Genova servirà  ai suoi visitatori, tanto meglio se saranno ragazze e ragazzi, e sapranno fermarsi a pensare – benché sia difficile quando si va in gruppo: in questi luoghi bisogna andare soli, se si può. Fra le cose cui pensare c´è la difficoltà  di immaginare il presente come se fosse già  passato, di vedere dentro le baracche alla periferia di Milano o lungo l´Aniene appena evacuate dai vigili e frugate oscenamente dalle telecamere – una caffettiera, un quaderno a righe, una bambola – il contenuto di un´esposizione che, di qui a cinquant´anni, richiamerà  il pubblico, vantando la cura con cui è stato recuperato l´arredo di una baracca, caffettiera e quaderno e poster di una Ferrari, e una didascalia che commenti il tutto chiedendosi: com´è stato possibile, appena mezzo secolo fa, ancora nel 2008…? L´isola di Gorée chiuse la Maison des Esclaves nel 1848. Ellis Island chiuse nel 1954. Lampedusa è aperta: ma è già  ora di pensare al museo che ci fiorirà  (Di fatto già  il prossimo 28 giugno si inaugura un monumento al migrante dell´artista Mimmo Palladino). «Quando gli albanesi eravamo noi», è il sottotitolo del libro di Gian Antonio Stella, L´orda, che più ha contribuito a divulgare la storia dell´emigrazione italiana, e ad additarne l´analogia, con un semplice scarto di tempo, con l´immigrazione altrui in Italia. Eravamo noi, gli specialisti della clandestinità . Già , ma «noi» chi? Perché quelli di «noi» che nel 1890 o nel 1925 o ancora nel 1950 avevano vita facile, e magari se la facilitavano speculando sull´emigrazione, non hanno ricordi che addolciscano il malanimo verso gli immigrati di oggi. E gli altri, i veneti e i friulani che andavano a procurarsi il pane dalle sette croste e la silicosi e a crepare nelle miniere del Limburgo, i piemontesi, le suore di Santa Maria Ausiliatrice e i contadini che avevano la faccia un po´ così perché non avevano mai visto Genova, se non per imbarcarsi nella terza classe, non è detto che questi di «noi» abbiano voglia di riconoscersi nei siciliani e nei napoletani (tanos, si chiamano per abbreviazione gli italiani d´Argentina) che salpavano da Palermo o da Napoli, e figuriamoci nei marocchini o negli albanesi o nei romeni che arrivano a Ragusa o a Brindisi o a Gorizia. Pensate a com´è recente l´ultima enorme ondata di emigrazione nostra, dal sud al nord, o verso l´Europa del nord. L´ultima struggente canzone del repertorio migrante – «Non piangere oi bella, se devo partire… Partono gli emigranti, partono per l´Europa, guardati a vista dalla polizia… i deportati dalla borghesia» – di Alfredo Bandelli, è del 1974! Pensate com´è stato impercettibile il trapasso geografico del disp
rezzo «padano» dall´Italia meridionale all´Africa propriamente detta: nelle elezioni appena consumate, un leghista che urlasse «Forza Etna!» avrebbe potuto essere preso sul serio, a incitare il suo alleato catanese. “Vu´ cumprà ” non si dice già  più: alla fine, suonava troppo affettuoso… Gli stereotipi sono demenziali, ma questo non li rende meno duri a morire. I marocchini stupratori, per esempio: avete letto l´altro giorno «Italiano stupra bambina marocchina…» e vi sarete stropicciati gli occhi, come davanti a un errore di stampa. È dell´autunno scorso la sentenza del giudice di Hannover che ha concesso al condannato per stupro le «attenuanti etniche e culturali», in quanto sardo. Che siano numerosi, i visitatori della mostra genovese. I nostri immigrati, che scoprano da dove veniamo, e abbiano un po´ più di indulgenza per noi. E noi, i «nativi», che rileggiamo le statistiche americane sulla nostra quota criminale, e rivediamo i titoli dei giornali di tutto il mondo: «Gli zingari d´Italia»; «Sono peggiori degli zingari». Gli zingari, infatti, siamo noi. E adesso avanti con le bottiglie molotov.