ECOMOSTRI E DIRITTI VIOLATI: LA DIGA DELLA DISCORDIA. C'E' ANCHE L'ITALIA – CON L'UNICREDIT – TRA I FINANZIATORI DELL'OPERA IN TURCHIA!

3 Dicembre 2008 Inchieste/Giudiziaria

La tedesca DekaBank e l’italiana Unicredit finanziano la diga di Ilisu in Turchia con 114 milioni di euro – Proteste in tutta Europa contro il progetto. Almeno 55.000 i Kurdi direttamente colpiti dal progetto che potranno chiedere asilo in Italia, Germania, Austria e Svizzera!

Continua la battaglia dei curdi contro il governo turco per il bacino idrico di Ilisu. E nella lotta c’entra anche l’Italia.“Tutto è cominciato a Londra, quando ho incontrato gli avvocati del Kurdish Human Rights Project (Khrp), un’associazione che si occupa principalmente di tutela legale dei curdi, in primo luogo presso la Corte Europea dei Diritti dell’Uomo. Ho offerto la mia collaborazione, ma loro mi hanno chiesto subito di mettere la mia professionalità a disposizione per la vicenda del coinvolgimento della Unicredit nel finanziamento del progetto per la diga di Ilisu”. Una questione di diritti. Questo è il racconto di Luca Saltalamacchia, avvocato napoletano, e del suo incontro con la causa curda. “Mi hanno parlato dell’impegno di una serie di associazioni in Italia che si battevano contro la costruzione della diga di Ilisu”, racconta Saltalamacchia. “Grazie al mio lavoro di avvocato mi chiedevano di studiare il caso per valutare la possibilità di citare in giudizio la Unicredit che finanzia un progetto che viola i diritti di migliaia di persone, almeno come ulteriore strumento di pressione sull’opinione pubblica”. I media ne parlano poco, ma Ilisu è un dramma per migliaia di persone. Fin dai tempi di Ataturk, la Turchia ha in cantiere un mega progetto di dighe che sommergeranno villaggi curdi. Un enorme bacino idrico, che però sconvolgerà la vita delle comunità locali, dell’ecosistema e dei rapporti con i paesi confinanti, che finiranno coinvolti dalle scelte dell’esecutivo di Ankara. Dopo anni, il progetto della diga di Ilisu sembra pronto a essere realizzato, con il contributo di uno dei più noti istituti di credito italiano. Ma proprio in Italia i curdi hanno trovato chi li sostiene nella loro lotta. “Ho preso contatto con attivisti e associazioni che mi hanno fornito il materiale sul quale lavorare – continua l’avvocato napoletano – Dal punto di vista tecnico mi sono interfacciato con attivisti curdi che coordinano la campagna europea contro la diga, compreso un ingegnere. Messe in ordine le idee, a giugno di quest’anno, io e l’avvocato Laura Lauriti abbiamo stilato il parere legale che secondo noi permette di fare causa, in Italia, all’Unicredit”. Ma come? “E questo è un elemento interessante, perché non ci sono precendenti. E’ possibile citare un grande gruppo finanziario che ha sede in Italia per violazione dei diritti umani commessi anche in una paese terzo da cittadini italiani ma nessuno fino ad ora l’ha mai fatto. Sul tema mi sono confrontato con docenti universitari che studiano questa materia. In pratica, il finanziamento è stato concesso dalla Bank Austria Creditanstalt, austriaca, ma questo istituto è controllato da Unicredit. Non abbiamo dovuto, per fortuna, faticare a dimostrare il legame diretto tra i due istituti, perché in tutta la documentazione la Unicredit si è sempre definita come la controllante della banca austriaca”. Una battaglia dura. Capito che, tecnicamente, è possibile, come vi siete mossi? “A luglio abbiamo avuto un primo incontro con alcuni funzionari Unicrdit e gli abbiamo chiesto ufficialmente di ritirarsi dal finanziamento dell’affare, altrimenti saremmo andati avanti nella nostra battaglia legale”, racconta Saltalamacchia. “Stabilita la necessità di parlare della vicenda direttamente con l’amministratore delegato di Unicredit, Alessandro Profumo, ci è stato fissato un appuntamento per il 23 ottobre, ma è stato annullato pochi giorni prima per le note vicende della crisi finanziaria mondiale. Ne è stato fissato un altro, per il 4 novembre, ma ancora una volta non siamo stati ricevuti. A quel punto abbiamo intimato alla Unicredit di ritirarsi dal finanziamento entro il 10 dicembre. E questo è stato il nostro ultimo contatto con loro. Bisogna distinguere, perché ci sono persone di Unicredit con le quali siamo in contatto e che seguono la vicenda, ma i vertici no”. Perché proprio il 10 dicembre? “perché è una data simbolica: in primo luogo per l’anniversario della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, in secondo luogo perché l’8 dicembre scadono i sessanta giorni di tempo concessi al governo turco dalla tre Agenzie di Credito all’Esportazione, organi statali di controllo che monitorano gli affari delle loro aziende con stati esteri, dei tre paesi coinvolti nel finanziamento della diga: Germania, Svizzera e Austria (come detto in realtà l’Unicredit) per adeguarsi alle condizioni minime di rispetto dei diritti umani e della tutela ambiantale e artistica che, fino a oggi, Ankara ha compeltamente ignorato”, risponde l’avvocato. Un futuro incerto. Cosa accadrà se, nei prossimi giorni, non accadrà nulla? “Li citeremo in giudizio, credo presso il tribunale di Bologna, dove ha sede l’Unicredit”, risponde determinatoli legale. “Abbiamo anche raccolto le testimonianze di una parte dei contadini curdi coinvolti nel piano di esproprio del governo turco per realizzare la diga. Che sono i nostri veri clienti finali. In totale saranno interessate circa 78mila persone, per le quali non è stato ancora organizzato un piano reale di indennizzi e di ricollocamento, abitativo e lavorativo. Qui non è tanto in discussione da un punto di vista giuridico la possibilità di uno stato di espropriare le terre per un’opera pubblica, questa è una scelta politica, per quanto contestabile. La nostra battaglia è in merito al fatto che questo avvenga in violazione di diritti fondamentali della persona, come il diritto alla proprietà e il diritto a mantenere il proprio stile di vita. Sarebbe in generale però da discutere tutto il progetto, che non porterà alcun beneficio alle popolazioni locali. I benefici dell’operazione non giustificano i costi, umani ed economici, di un’operazione da 2mila milioni di euro. Il vero motivo, come lo stesso premier turco Erdogan ha detto, è la battaglia contro i guerriglieri curdi del Pkk che operano nella zona”. Una battaglia, però, che si combatte sulla pelle di migliaia di contadini indifesi. Avvocato, in coscienza, pensate di farcela? ”Me lo sono chiesto io e ci siamo confrontati sulla questione con le associazioni che si battono contro la diga. In questa vicenda ci sono due aspetti: la causa in sé e la notizia stessa della causa. Sotto il primo aspetto è una vittoria anche solo iniziare questa battaglia. Non ci sono precedenti, sembrava impossibile. E la causa porterà l’attenzione sulla vicenda, rendendo nota la lotta contro la diga di Ilisu e l’Unicredit subirà delle pressioni. Rispetto al solo aspetto giudiziario è dura, non ci sono precedenti E’ dura, basti pensare che l’Unicredit si cita in Italia, ma si dovrà applicare nella causa il diritto turco e le convenzioni internazionali. Ci vuole un giudice che abbia voglia di capire una materia tanto complessa. Ma se non si comincia non si creerà mai il clima giusto che serve alle grandi battaglie per i diritti civili”. Christian Elia – PEACEREPORTER

La diga di Ilisu

La diga di Ilisu è una parte del progetto per l’Anatolia del Sudest (GAP, Güney Anadolu Projesi) in Turchia. Questa diga idroelettrica creerà uno sbarramento sul fiume Tigri, nei pressi del confine con Siria e Iraq, in una regione abitata prevalentemente da Kurdi. Del consorzio di imprese incaricato della costruzione della diga fanno parte: Andritz (Austria) (ex VA Tech Hydro), Alstom, Stucky, Colenco e Maggia (Svizzera), Ed. Züblin AG (Germania) e Nurol, Cengiz, Celiker, Temelsu (Turchia). Un territorio di oltre 300 km2, la città kurda di Hasankeyf, 4 altre piccole città, 95 villaggi e 99 piccoli insediamenti saranno completamente o solo in parte sommersi.

Care lettrici, cari lettori,
vi scrivo per chiedervi di sostenere il lavoro che quotidianamente vi offriamo, anche a costo di grandi sacrifici personali. Sostenere stampalibera.it significa infatti permettere a questa testata giornalistica, che vi accompagna da oltre 10 anni e che continuate a dimostrare di apprezzare sempre più, di crescere con il supporto di collaboratori retribuiti per migliorare la qualità della nostra informazione libera ed indipendente e di lavorare con tranquillità, coraggio e senza mai dover subire i ricatti della politica. In questi ultimi anni il sito è cresciuto molto. E non finiremo mai di ringraziarvi uno ad uno. Purtroppo però i ricavi della pubblicità, sempre di meno a causa della chiusura definitiva, cagionata dalla pandemia, di molte attività già in crisi, non sono sufficienti a coprire i costi. In un momento in cui quasi tutti i siti e i giornali si assomigliano abbiamo il dovere di fare di più con nuove storie, inchieste e notizie. Ed è anche per questo che vi chiediamo un piccolo ma importante contributo economico. Grazie.


Enrico Di Giacomo

 

 

E’ possibile sostenere stampalibera.it donando tramite bonifico al seguente IBAN: IT36P0760105138282454882455

oppure tramite PayPal cliccando su Donazione