IL REPORTAGE DI ETTORE MO: NELL'INFERNO DEI MIGRANTI. Sulle orme dei clandestini in Chiapas tra droga e contrabbando di vite umane

4 Gennaio 2009 Inchieste/Giudiziaria

TAPACHULA (Chiapas, Messico) – Se la politica del governo messicano sul problema emigrazione-immigrazione dovesse continuare a correre sui binari del rigore e dell’inflessibilità, legioni di centro-americani del Guatemala, Honduras, El Salvador e Nicaragua, entrati illegalmente in Messico per raggiungere e varcare la frontiera con gli Stati Uniti, dovrebbero rassegnarsi alla deportazione forzata, com’è avvenuto negli ultimi anni per migliaia di stranieri sprovvisti di visto e senza documenti. «Il Messico – continuano a ripetere fino alla noia i funzionari dell’Ufficio emigrazione – è un Paese di transito. Vi si può accedere senza difficoltà alcuna dal Guatemala. Ma chi intende fermarsi e lavorare lo può fare solo dietro richiesta o invito da parte di una famiglia o azienda messicane: quando non si tratti di lavoratori agricoli stagionali, cui viene solitamente concesso il permesso di soggiorno per la durata di tre mesi. Queste le regole da rispettare, se non si vuol correre il rischio di essere rispediti senza troppe cerimonie al Paese d’origine». Contrada incantevole, il Messico. Ma le ragioni che spingono dentro i suoi confini fiumane di gente sono molte e non di rado oscure e complesse: una miscela esplosiva alimentata, da una parte dalla disperazione di migliaia di poveracci in cerca di lavoro e di un minimo di benessere (i tre quarti del cocktail) e dall’altra dallo sciroppo dell’illusione (un quarto soltanto) per chi sogna di avvicinarsi all’Eden dell’America del Nord. Secondo l’amara definizione di padre Flor Maria Rigoni, che vive qui da oltre vent’anni e ha fondato quattro Casas del Migrante, il Messico non è solo un Paese di transito ma di «espulsione, rifiuto e deportazione » ed è ormai diventato «un campo minato» e «un cimitero senza croci». Il sacerdote appartiene all’ordine fondato da Giovan Battista Scalabrini che dal 1800 si occupa degli emigranti sparsi in ogni parte del mondo. Inconsueta figura di frate missionario la sua, a 64 anni è agile e quasi sbarazzino, i sandali ai piedi, bianca la tonaca di lino, la barba grigia fluttuante sul petto e su un grosso crocifisso di legno appeso al collo, vivacissimi gli occhi dietro le lenti. Instancabile viaggiatore, si esprime disinvoltamente in sei lingue, arabo incluso. Non si ha neanche il tempo di finire una domanda che si è già travolti dalla sua risposta. Vita densa di avvenimenti, sempre in salita e tutta di corsa: e raccontata con la stessa rapidità, senza enfasi e ridondanze. Dalla nascita, nell’ottobre del ’44, in un paesetto della Val d’Ossola invaso dai partigiani, all’infanzia in quel di Bergamo, alla giovinezza in seminario fino al giorno dell’ordinazione, che lo vide prete a 25 anni. Ma la tonaca non gli impedisce di imbarcarsi come marinaio-elettricista (mestiere appreso nel porto di Genova) su una motonave della flotta Lauro che lo avrebbe portato fino al largo del Madagascar: e lì c’è il racconto di una rissa scoppiata a bordo, di rimorsi, pentimenti e messaggi che il mare gli ha lanciato ogni giorno durante la circumnavigazione del Sudafrica: un’esperienza, ammette, che lo ha segnato per sempre. «Da un punto di vista profano – scriverà -, segnato dalla mano del destino; da un punto di vista teologico, da quella della Provvidenza». Quando mette piede in Messico, il 6 gennaio dell’85, alla funzione del missionario aggiunge quella del medico, professione che era in grado di esercitare dopo il regolare e sudato conseguimento della laurea e che inoltre gli consentiva di entrare nei campi profughi delle Nazioni Unite, dove «il prete non contava niente». E a giustificazione dei suoi continui spostamenti nell’orbe terrarum, aggiunge: «Un missionario, quando si ferma, è come l’acqua stagnante, marcisce». Da tempo, la sua base fissa è Tapachula, frenetica «capitale» dello Stato del Chiapas e città di transito con una popolazione esorbitante e in continuo aumento, grazie alla presenza di vastissime comunità del Centro America, che vi hanno messo le radici. Il timore che i messicani siano stati messi in minoranza non può essere accantonato a cuor leggero, anche se il delegato dell’Ufficio emigrazione, Jeorge Umberto Yzar, ci scherza sopra: «Spesso, quando salgo sull’autobus – dice con un sorriso – mi sembra d’essere in un altro Paese, che so… il Nicaragua, l’Honduras, El Salvador. Ognuno di loro parla spagnolo con accento diverso. Ma a questo punto mi viene in soccorso il fiuto: e fiutandoli uno per uno, riesco a capire se vengono da Managua o da San Pedro Sula o non piuttosto da Santa Ana o da Puerto Barrios. Ciò che hanno in comune è l’azzurro del Mar dei Caraibi». «Il Chiapas è l’inferno dell’emigrazione», sostiene Carmen Fernandez, una dei tanti «volontari» delle organizzazioni non governative scese in campo per fronteggiare un problema che, aggiunge, «è di una gravità e dimensioni allarmanti, mentre le riserve d’acqua a nostra disposizione sono appena sufficienti a contenerne l’espansione ma non a spegnere le fiamme». Alla soluzione del problema non contribuisce certo il fatto che per le autorità come per gran parte della popolazione messicana gli emigranti non sono altro che dei «delinquenti». Definizione estremamente grave, anche se non si può negare che spesso i narcotrafficanti si servono di loro per far transitare oltre frontiera la propria merce: col duplice vantaggio di compensare questi innocui, improvvisati «corrieri» con una manciatina di pesos e di non doversi preoccupare qualora fossero arrestati, dal momento che nessuno correrebbe in loro difesa col rischio di svelare l’identità dei veri capi del vapore, cioè dei leader del business della droga. Valanghe di denunce accumulate negli appositi uffici di Tapachula, Arriaga, Ciudad Hidalgo e Veracruz la dicono lunga sulle condizioni disumane in cui vive (o meglio, sopravvive) gran parte degli emigranti entrati illegalmente o senza documenti nello stato del Chiapas: storie di poveracci sfruttati, sottoposti ad ogni tipo di abuso, ingaggiati dalla malavita locale per lavori sporchi e poi subito derubati, gente che si schianta dalla fatica come sanno molto bene i lavoratori agricoli guatemaltechi ammassati nelle grandi piantagioni del Sud, cui arride la fama di contadini più sottopagati del mondo. Nel tentativo di respingere quelle accuse, proprietari terrieri e facoltosi rancheros passano al contrattacco definendo sbrigativamente i propri dipendenti – o schiavi – «una massa di fannulloni e scansafatiche». «Ma è assurdo! – è la reazione indignata di padre Rigoni, che per quei «fannulloni » ha sempre pronto un piatto di minestra nella Casa del Migrante a Tapachula -. Sono dei gran lavoratori, io li conosco, è gente coi calli sulle mani. Scansafatiche? Non vanno mica in vacanza queste migliaia di persone che camminano per settimane e mesi o viaggiano per giorni sui tetti di lamiera dei treni-merci: vanno in cerca di lavoro». Il timore di fermarsi a «marcire» sprigiona le riserve d’energia del frate bergamasco, che sembra non avere alcuna intenzione, per il momento, di rassegnarsi alla vita mistico-contemplativa. Tuttavia, la sua attività a favore degli emigranti suscita il sospetto e le apprensioni dei governi di Messico e Stati Uniti che in sostanza lo accusano di favorire l’immigrazione illegale dei centro-americani. Altri sacerdoti che gestiscono i loro centri di soccorso (ospitalità per tre giorni, vitto e alloggio) sulla «strada dell’emigrazione» vengono incriminati per lo stesso reato. È toccato a padre Herman Vasquez, che incontro ad Arriaga nel suo rifugio di sapore evangelico che si chiama «Hogar de la Misericordia» e ricorda la parabola dei discepoli di Emmaus. «Inizialmente – ricorda – le autorità messicane erano ostili alle Casas del Migrante perché ci accusava
no di agire nell’illegalità. Gli immigrati in Messico non hanno alcun diritto. Io, come altri confratelli, davanti alla legge ero un pollero o un coyote: nomi con cui vengono definiti tutti coloro che aiutano i fuggiaschi a varcare clandestinamente la frontiera. Ho passato i miei guai, amico». A padre Alejandro Salalinde Guerra, 63 anni, elegante, vestito di lino bianco, è andata anche peggio. «Nel mio ostello – racconta – passano circa duecento pellegrini al giorno, per una sosta minima di tre giorni. Molti arrivano affranti, sfiniti. Lungo la strada sono stati malmenati e derubati dagli agenti di polizia e dai banditi locali. Io stesso sono finito in prigione per avergli dato ospitalità. Li hanno pestati a sangue e quando gli ho chiesto il perché di tanta barbarie, la risposta è stata: sta’ zitto, stronzo di un cura, se non vuoi finire con un proiettile in testa». Dopo una pausa, nella quale il silenzio è più greve dell’angosciosa testimonianza appena resa, padre Alejandro conclude: «Il Messico non è più quello d’un tempo. La sua religiosità, forte, drammatica e anche eroica nei giorni della Rivoluzione nonostante la persecuzione dei preti, si è illanguidita e spenta: tutto ciò che è rimasto della fede di allora è la sbiadita immagine folcloristica della Madonna di Guadalupe». Anche Olga Sanchez, una signora cinquantenne che dai primi anni Novanta sta spendendo tutto le sue energie e i pochi soldi di cui dispone nella «catastrofe emigranti» (così la definisce), ha dovuto fare i conti, all’inizio, con le ostilità delle istituzioni. «In sostanza – precisa – mi accusavano di favorire i responsabili dell’emigrazione clandestina. Il mio reato? La mia piccola casa s’era trasformata in una specie di reparto d’emergenza o pronto soccorso per quei poveretti che avevano perso una gamba tentando di salire sulla Bestia, il treno- merci che ogni giorno portava vagonate di disoccupati verso la frontiera settentrionale. Il premio di 20 mila dollari che ho ricevuto per la mia attività l’ho investito nella costruzione della Casa del Migrante. Dal governo ho avuto solo critiche, mai un aiuto. Per chi voglia farsi un’idea delle condizioni sociali della nostra regione basta fare un salto alla discarica comunale: vedrà un sacco di bambini che frugano nelle immondizie». È sullo sfondo nero di questa miseria che fiorisce il contrabbando degli uomini, esercitato con guadagni astronomici da coyotes e polleros: un traffico che, secondo le valutazioni degli esperti in materia, frutta qualcosa come 10 miliardi di dollari l’anno e si colloca quindi al secondo posto, dopo il narcotraffico, nella lista dei profitti illeciti del Messico. Per accompagnare una sola persona dal Centro America agli Stati Uniti – 1.500 miglia – un coyote chiede in media cinquemila dollari: in un anno, se il vigore fisico necessario per queste estenuanti camminate non lo abbandoni, il suo guadagno potrebbe assurgere a centomila dollari. Esentasse. Un’avventura, quella del contrabbando umano, attorno a cui sono nate storie e leggende. Padre Rigoni, che ha seguito il cammino dei coyotes fin nella «rotta della morte » (cento chilometri di deserto), si libera delle fiabe romantiche e osserva, amaramente: «Ci sono coyotes in guanti bianchi, c’è l’industria ormai, il coyotismo s’è trasformato in industria. Noi creiamo delle rotte, creiamo i punti d’appoggio, creiamo la logistica e paghiamo già anticipatamente il costo della corruzione». Tra i costi da affrontare e pagare quotidianamente c’è pure quello di Mara Salvatrucha, una banda armata di pandillas (giovani, adolescenti, ragazzini di 10, 12 anni) che si potrebbe definire pittorescamente solo per il fatto che i suoi membri sono coperti di tatuaggi dalla testa ai piedi come gli antichi Maya. In lotta contro le istituzioni e contro tutti, il loro mestiere, che compiono col massimo zelo, è ammazzare. Chi ammazza un uomo ha diritto a un tatuaggio speciale sul volto e da soldato semplice diventa immediatamente ufficiale. L’organizzazione, bollata come «criminale» da tutti i governi del Centro America, è nata negli anni Ottanta in California dove il suo primo nucleo composto da immigrati di El Salvador costituì una banda di guerriglieri cui via via si aggregarono altri fuorusciti provenienti da Guatemala, Honduras e Nicaragua. Tremila di questi Maras, equipaggiati al meglio, sarebbero schierati sulla Franja Fronteriza, il confine meridionale, pronti ad entrare in azione: e, manco a dirlo, sono già tutti ufficiali. Ma il loro primo obiettivo è il reclutamento massiccio tra ragazzi della zona: che una volta entrati nell’organizzazione difficilmente potranno uscirne. E infatti per togliersi la «divisa» e buttarla alle ortiche dovranno raschiar via dalla pelle, uno per uno, tutti gli indelebili tatuaggi. Meglio una fucilata. Nessuno sembra più dubitare, a questo punto, che all’efficienza operativa dei Maras e ai loro successi – se mai ci sono stati – abbiano contribuito i finanziamenti segreti della Cia: il cui scopo è di mantenere nel territorio un clima di terrore per intimorire e allontanare gli emigrati, costringendoli a rinunciare per sempre al progetto di uno sbarco clandestino in Nord America. E alla fine tutti concordano che la politica migratoria messicana non ha alternative alla detenzione e deportazione degli stranieri che non hanno le carte in regola. Per il frate degli emigranti, Flor Maria Rigoni, questo è un dramma personale: e credo voglia viverlo fino in fondo insieme alla sua gente, prima che la barca affondi. Non sembra abbia alcuna intenzione di cercarsi un altro posto. Qui rimane. Anche a costo di marcire.

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