VENT'ANNI FA MORIVA LEONARDO SCIASCIA: Sciascia e il sonno della ragione. «Il ruolo dell'intellettuale? È sempre quello di stare all'opposizione»

19 Novembre 2009 Culture

Vent’anni fa moriva Leonardo Sciascia. La sua assenza si è sentita e si sente eccome. Ma la sua memoria, la sua opera, le sue teorie, le sue riflessioni sono ancora vive, lucide, potenti. La distanza temporale ci permette di capire sino in fondo quanto preziosi fossero in questa società sempre più globale, e pasolinianamente omologata, il suo rigore etico, il suo spirito vigile, la sua libertà di pensiero, la sua partecipazione intellettuale. Certo è mancata una grande voce ai siciliani, la voce di uno scrittore che ha ripreso la tradizione dell'”homme de lettre” del Settecento, come osserva Claude Ambroise, e che ha fatto della sua terra, della sua Sicilia, una metafora universale. «L’energia è al servizio della ragione», sosteneva lo scrittore di Racalmuto. Ed era sempre lì, Sciascia, pronto a battersi e a polemizzare, se il caso, contro ogni forma di riflusso culturale e sociale su posizioni o linee più o meno irrazionalistiche. Per lui il celebre pensiero del Goya «il sonno della ragione genera mostri» era ancora valido. «Questo riflusso verso l’irrazionale io naturalmente non posso accettarlo e tanto meno approvarlo. Credo che la salvezza sia sempre nella ragione» disse in un’intervista che gli feci nell’ormai lontano 1986. Le risposte dello scrittore, rileggendo adesso quell’intervista pubblicata per la prima volta sulle colonne della “Gazzetta del Sud” e poi confluita nel volumetto “L’altra faccia dell’isola” (1996), nulla hanno perso di attualità e di valore letterario, anzi, rivelano perfino chiaroveggenti virtù sciasciane («Il dialetto tende a scomparire, su questo non c’è dubbio. Ma d’altra parte voler conservare quello che deve morire mi pare un’operazione un po’ necrofila. Quindi se il dialetto deve morire, lasciamolo morire. Vuol dire che sarà studiato nelle università, sarà conosciuto da pochi, insomma, però insorgeranno altri dialetti, altre forme di dialetto»). Sciascia, fra l’altro, era famoso anche per certe provocazioni, magari un po’ parossistiche, che si possono non condividere naturalmente, ma che comunque hanno sempre un qualche fondamento di verità («L’insularità è un fatto. Gli uomini che vivono sulle isole sono un po’ diversi da quelli che vivono in terraferma, come diceva il mio amico Tono Zancanaro. La Sicilia ha avuto e ha una stagione che direi non accenna a finire, dall’Unità ad oggi. La letteratura italiana è in gran parte siciliana»). La “sicilitudine” dello scrittore, tuttavia, va vista in un’ottica non riduttiva, è l’altra faccia del pianeta Sciascia, rappresenta la peculiare risorsa – e che risorsa almeno dal punto di vista storico e culturale – di un moderno illuminista europeo. La ricordo bene questa intervista fatta a Sciascia. Non la si può non ricordare per la genesi travagliatissima. Lo scrittore, già allora non più in buone condizioni di salute, si era come chiuso in se stesso, era diventato quasi sospettoso, nel senso che non amava concedere interviste con leggerezza per sentirsi fare domande scontate o, peggio ancora, stupide, come lui diceva, soprattutto per la paura che venissero riportati non fedelmente suoi giudizi su uomini e cose. Fu laborioso convincerlo che non si sarebbe trattato della solita intervista “usa e getta”. Alla fine acconsentì. Mi recai a Palermo accompagnato dal comune amico Nino De Vita, che aveva condotto positivamente la “trattativa”, e si andò insieme a casa dello scrittore. Ma l’appuntamento lì sfumò perché quella mattina, era il 7 aprile del 1986, Sciascia si era dovuto recare al maxiprocesso per scrivere con urgenza un articolo per il “Corriere della Sera”. A deporre quel giorno era stato chiamato Tommaso Buscetta. Da casa sua, quindi, ci spostammo in casa editrice da Elvira Sellerio. Ci avrebbe raggiunto lì. Da Sellerio lo aspettava anche una troupe della Rai per registrare una sua dichiarazione, da mandare in onda, non so più in quale telegiornale, sulla Costituzione italiana (ricorreva il quarantennale della convocazione dell’Assemblea costituente incaricata di redigere la nostra Carta fondamentale, entrata poi in vigore, come si sa, nel 1948). Sciascia, abituato a una vita molto regolata, refrattario a ogni forma di mondanità che finiva per distoglierlo dal suo lavoro intellettuale e di scrittura, era visibilmente contrariato da tutto questo chiasso attorno a lui. Temevo che non sarei riuscito a portare a buon fine l’impresa. E invece, proprio quando stavo perdendo ogni speranza, ci disse che per stare più tranquilli avremmo fatto l’intervista alla galleria d’arte del pittore Maurilio Catalano, l’unico luogo a Palermo dove lo si poteva incontrare, fuori dalle occasioni ufficiali, in compagnia dei suoi fedelissimi amici, tra i quali c’erano Aldo Scimè e, appunto, il poeta De Vita. C’incamminammo insieme verso via Mazzini. Sciascia aveva il passo lento e lievemente incerto, lo guardo pensieroso, teneva una mano in tasca, con l’altra impugnava un elegante bastone. La gente lo riconosceva per strada, lo additava, si fermava a guardarlo. Sembrava una figura d’altri tempi che passeggiava per le vie inquiete e caotiche di Palermo. Anche in questo caso la sua presenza era confortante, quasi rassicurante in una città che, a causa del maxiprocesso e dei delitti eccellenti di mafia, sembrava sotto il coprifuoco per il continuo, straziante urlo delle sirene e per la forza pubblica in assetto di guerra ad ogni angolo, ad ogni crocevia. Giunti a destinazione, lo scrittore, rilassatosi, fu molto disponibile con mio grande sollievo; concesse l’intervista e ne rimase contento: ormai gli chiedevano di parlar di tutto fuorché di letteratura. Ce l’aveva veramente nel sangue, Leonardo Sciascia, la letteratura; per lui era un impegno civile e una ragione di vita. «Il ruolo dell’intellettuale – sono le sue ultime parole nell’intervista – è sempre quello di stare all’opposizione. Comunque non assegnerei all’intellettuale ruoli particolari, perché altrimenti saremmo a forme di fascismo, di stalinismo. L’intellettuale faccia quello che vuole, insomma, a un certo punto si scoprirà che, facendo ciò che vuole, è più impegnato di colui che predispone il suo impegno». Sergio Palumbo – GDS

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