LA LUCIDA PROVOCAZIONE DI DIEGO CUGIA, FORSE TROPPO 'ALTA' PER ESSERE CAPITA…: BERLUSCONI E' MIO FRATELLO, ATTO II

15 dicembre 2009 Inchieste/Giudiziaria

Conosco i miei gatti. Quando ieri, su Facebook, ho lanciato il sorcio di questo titolo, “Berlusconi è mio fratello”, ho sorriso: “E adesso, apriti cielo!”. Ero certo che qualcuno l’avrebbe sbranato con tutto il suo autore. Lo confesso: provocarvi mi eccita. Confesso anche di essere rimasto sbalordito dal numero e dalla foga di gatti contrari, che hanno risputato al volo il sorcio in bocca al mittente: “Berlusconi sarà tuo fratello, non certo il mio.” Confesso che affermazioni del tipo: “Siamo tutti contro la violenza, ma una statuella in faccia gliela avrei tirata pure io” mi fanno letteralmente schifo, più schifo ancora delle barzellette sui “desaparecidos” argentini che il presidente del consiglio considera spiritose. Confesso infine che circostanze personali di lavoro, in questi quindici anni di berlusconismo di destra e di sinistra, mi hanno indotto una qualche paranoia. Da oggi penso che in Italia non si è mai paranoici abbastanza. Sono felice che il disaccordo sia finalmente emerso, su temi decisivi, come la democrazia, l’amore, l’opposizione, la violenza, la libertà d’espressione, la rivolta. Nessuno ha la verità sotto al cappello. Fa comunque bene, ed è educato, che in compagnia non guasta, toglierselo il cappello, dando modo a tutti di vedere le idee che ci passano per la testa. Avrei voluto rispondere uno per uno, a tutti i vostri post, che ho letto – come si deve sempre – facendomi il vuoto dentro, senza pregiudizi, con quell’ascolto che penetra anche negli spazi bianchi tra una parola e l’altra, ma evitando, il più possibile, di proiettarvi i miei crucci o opinioni. Perché questo è un vizio comune a tutti, e si deve stare molto cauti nel farsi un film nel film di un altro, attribuendogli dialoghi che in realtà sono nostre battute interiori, sovrapponendo immagini che poco o nulla c’entrano con la visione, spirituale prima che politica, dell’altro. Perdonatemi se torno, per chiarezza, sull’incipit della mia: “Sono contro la pena di morte vuol dire che sono contrario a mandare sulla sedia elettrica anche il giudice e il boia che avessero condannato a morte un innocente. Sono contro la violenza significa che rifiuto ogni forma di tortura o di aggressione fisica anche contro chi se ne macchia ogni giorno. Siamo tutti fratelli vuol dire nessuno escluso. Berlusconi è mio fratello significa che mi considero la sua guardia del corpo.” Mi limiterò alla più semplice, almeno per me, e cioè l’amore: “Berlusconi è mio fratello.” Politicamente è l’attacco del nostro inno nazionale: “Fratelli d’Italia”. Scrostata l’enfasi ottocentesca, è ovvio che sia stato scritto proprio per un popolo storicamente diviso, o ccupato da potenze straniere, e addirittura straniero a se stesso, da Nord a Sud. Altrimenti l’avrebbero intitolato “Fratelli coltelli”, quali ci riveliamo ancora, purtroppo, un secolo e mezzo dopo l’Unità d’Italia. La quale si è “desta” solo in quarti d’ora della sua storia, e oggi giace più svenuta che addormentata. Persistere nel chiamare “fratello” anche e soprattutto il nostro avversario politico, nel mio caso Berlusconi, è un antidoto che un italiano dovrebbe, credo, cercare sempre di somministrare nei suoi discorsi, per risvegliare il proprio Paese dall’incubo avvelenato in cui giace, anche per colpa nostra. Perché noi siamo anche il nostro passato e i nostri morti. Non si possono dimenticare i milioni di morti per la libertà. Su questo blog non c’è una svastica, né è controllato come in Cina, e se possiamo scriverci anche delle efferate sciocchezze, sarà pure il minimo, o un “atto dovuto” della democrazia, ma chi l’ha pagato col sangue non siamo stati noi. Retorica? No, la storia da cui discendiamo, le nostre radici. I padri. Mi sono molto divertito nel sentirmi dare dello “squagliato”, “stupido”, “insipido”, soprattutto del “buonista” e dell’esilarante “checchina”. (Berlusconi è mia sorella?) Accolgo tutto e di peggio – in me non sopravvive una certezza che io stesso non contraddica l’attimo dopo essermici appoggiato -. Qualche dubbio su “buonista”, però, me lo concedo. Io amo in modo spietato e feroce, nulla a che vedere col buonismo. Amo più forte – se possibile – della ferocia umana. Voi non avete la più lontana idea di quanto possa essere incazzato. Capisco che la cosa non rivesta la minima importanza, tranne per i veri amici, ma è leale presentarsi in pubblico per ciò che siamo, nel bene e nel male. Le ragioni per cui sono spietatamente incazzato con questo governo, con questa sinistra, con la maggioranza dei miei “compatrioti”, con tre quarti di voi e con me stesso, sono sia innumerevoli che stucchevoli, perché riguardano un singolo e non necessariamente la comunità, quindi annedottiche, personali se non intime, e poco rilevanti. Mi limito a citarne una, di evidenza pubblica: in questo Paese non posso più fare il mio mestiere di giornalista e di autore, ormai, che gratuitamente e su Facebook. Perché? 1) Sono un professionista rincoglionito che non ha più un’idea? (Può darsi). 2) Ho un brutto carattere (E’ certo). 3) Sono “ingovernabile”, come mi è stato più volte autorevolmente assicurato? Ingovernabile è un complimento, per me. Un problema o un demerito, per altri. Tutti quelli per i quali democrazia si confonde con “controllo delle menti”. E noi siamo in un regime mediatico. Adesso non sto qui a menarvela con argomenti egocentrici (un vizio infame da cui fatico a liberarmi) detesto fare il martire e ho ben presente le tragedie di migliaia e migliaia di cassaintegrati e disoccupati che hanno pari diritti ai miei e non hanno goduto né godono di alcuna visibilità. Ciò non toglie che io sia incazzato nonché recidivo. Perché non ho mai smesso di “disturbare il manovratore”, anche quando mi sarebbe convenuto, e non per qualche stronza forma di eroismo o “resistenza” (lasciamo questi nobili termini ai veri martiri della libertà) ma semplicemente perché ho questo carattere, una qualche coerenza, e – in quanto “scrittore” – rispetto per le parole, che sono pietre solo se corrispondono a scelte di vita. La coerenza e la libertà ai propri valori e al proprio destino hanno un prezzo altissimo. Lo scrisse Sandor Marai, e lo condivido, e lo sto pagando. Che c’entra tutto questo con l’amore? C’entra eccome. Perché io non ci metto niente ad amare un nero, un clochard, un gay, un emarginato, un folle. Mio padre mi educò a rispettare ed amare i vagabondi e i poeti. I diversi e gli oppressi. Mi è più facile e sincero di bere un bicchier d’acqua considerarli fratelli. Ma l’amore per anime che ci sono simili è un sentimento da dilettanti. Quello che nessun padre ti può trasmettere o insegnare (lo si scopre nel deserto, isolati) è un’altra cosa. Faccio un esempio partendo dai vangeli. E’ Cristo che ama Pilato che m’interessa. Mi affascina il lato disturbante, rivoluzionario dell’amore. Cristo che ama Barabba, il delinquente che i “democratici” del tempo scelgono, a furor di popolo, di rendergli salva la vita, in vece sua. Amo anch’io, naturalmente, il Cristo che dice “Lasciate che i p argoli vengano a me”. Sì, ma che ci vuole? I bambini sono puri, deliziosi. Il miracolo umano dell’amore è baciare un lebbroso, la spietatezza dell’amore è rovesciare con violenza i banchetti dei mercanti nel tempio, e l’eternità dell’amore è un grido sotto le stelle fredde: “Padre, perché mi hai abbandonato?”. Mio fratello è Berlusconi, non quando mi commuovo nel vedere il suo volto anziano insanguinato. Solo perché lo “umanizza”, o mi fa pensare a mio padre. No. Comincia ad essere mio fratello quando il suo governo mi isola e non mi fa lavorare. E’ pubblicamente mio fratello, non solo, come ieri, quando lo feriscono in pieno volto, ma quando – direttamente o indirettamente – ferisce me e la mia gente, con leggi salva se stesso che ripudio, con politiche sul lavoro che non approvo, con bugie o ipocrisie che mi fanno vergognare di es
sere italiano. E devo pompare un’infinita compassione, una smisurata tenerezza, per non finire nella tela nel suo stesso inganno.
Quella in cui – a mio avviso – precipitano tutti quelli che dicono, nei più svariati modi, “se l’è meritato”. Perché se anche fosse vero, loro stessi si meriterebbero la stessa fine. In base al loro stesso principio. E tutti voi che, scherzosamente o veramente, mi avete scritto “La statuetta gliel’avrei tirata pure io”, state legittimando chiunque vi ascolti, e la pensi in modo diverso dal vostro – me, per esempio – a tirarvi un Duomo di granito sul naso. Questa è barbarie. Nè politica né, tantomeno, non violenza, e meno che mai, amore. Per amarvi, semmai, mi costringete a pompare quantità esorbitanti d’amore nei polmoni col rischio che mi venga un ictus. In questo Paese è ancora consentito votare. Se non riusciamo democraticamente a mandare a casa Berlusconi, il problema è nostro, non suo. Ed è grave; un problema antico della sinistra. Ennio Flaiano lo consacrò in un aforisma che considero, purtroppo, immortale: “In Italia i fascisti si dividono in due categorie: i fascisti e gli antifascisti”. Una verità imperdonabile per gli antifascisti della domenica. Come molti che ieri hanno risposto, con sufficienza, alla mia nota. Gli stessi che oggi dicono “Flaiano era un genio” (dopo morto). Perché alla sinistra stava sulle palle. Sempre quelli che isolarono Pasolini quando affermava verità che gli urtavano i coglioni, come quella dei sessantottini figli di papà e i poliziotti veri proletari. Meraviglioso Pasolini che aveva indovinato tutto, persino le carriere televisive o politiche di quei figli di papà. E’ la stupidità dei fascisti della seconda categoria, sempre quella, che fa progressi enormi, grazie ai quali è stato ed è materialmente impossibile fare un fronte unico delle opposizioni per mandare a casa il governo della destra. E’ questa l’Italia che mi fa più sgomento. Il nemico in casa. Quando e se mai si dovesse ripetere la tragedia (per qualunque ragione) che fossero sciolti i partiti, e ci fosse sottratto il diritto di eleggere il governo che vogliamo, solo allora sarebbe inevitabile considerare Berlusconi (o chi per lui) un fratello nemico. State certi che la “checchina” che vi parla si sarà svegliata all’alba e la troverete sulle barricate o in montagna. Ma state altrettanto certi che mi girerei continuamente alle spalle. La stupidità sta facendo passi da gigante in Italia. E l’avversario che ho di fronte, i suoi contorni netti, mi fanno meno paura dei berlusconiani inconsapevoli, degli antiberlusconiani più autoritari e verbalmente persino più violenti di lui e, alla prima occasione della vita, più servili dei suoi lacché. Mi spiace, non ci sto. E mi chiedo perché state ancora su questa pagina a perder tempo. Diego Cugia