GIOIA TAURO: Nel porto affari cinesi per le 'ndrine della Piana. Ventiquattro in carcere, ai domiciliari l'ex direttore e un funzionario della Dogana. Sequestrati immobili per 50 milioni

23 dicembre 2009 Mondo News

Un’ inedita forma di operatività transazionale della ‘ndrangheta realizzata sulla base di un patto criminale con contrabbandieri cinesi. Il porto di Gioia Tauro era diventata la principale via d’ingresso per merce contraffatta proveniente dall’Oriente e destinata a invadere il mercato nazionale ed europeo. A portare alla luce i nuovi interessi della criminalità organizzata calabrese è stata un’inchiesta coordinata dalla Dda sfociata, all’alba di ieri, nell’operazione “Maestro”, con l’arresto di 26 dei 27 destinatari di un’ordinanza di custodia cautelare emessa dal gip Domenico Santoro. Oltre gli arresti c’è stato il sequestro di beni per un valore di 50 milioni di euro, costituiti da una società di import-export e da una importante struttura alberghiera in provincia di Roma. Dalle indagini condotte dai carabinieri del Ros in stretta collaborazione con l’ufficio antifrode doganale, sotto la direzione dei magistrati della Dda Michele Prestipino, Roberto Di Palma e Roberto Pennisi, è emerso che spedizionieri collegati alle cosche della Piana di Gioia Tauro agevolavano l’importazione di merce contraffatta proveniente dalla Cina, ottenendo ingenti plusvalenze dalla vendita dei prodotti sul mercato nero. Il Porto, dunque, continua a essere crocevia degli interessi mafiosi e nella gestione degli affari criminali. Per eludere il sistema di controllo automatico l’organizzazione si avvaleva della complicità di due funzionari infedeli dell’Agenzia delle dogane. L’organizzazione introitava guadagni da capogiro e li reinvestiva, quasi per intero, in una imponente struttura immobiliare nella zona di Monte Porzio Catone, “Villa vecchia”, composta da un lussuoso complesso alberghiero e due avviati ristoranti, acquisiti dalle cosche con ripetute intimidazioni nei confronti dei precedenti gestori e del proprietario, costretti a cedere l’attività per compensare i debiti maturati con il sodalizio. Le persone colpite dall’ordinanza emessa dal gip Domenico Santoro sono accusate di associazione di tipo mafioso, associazione per delinquere finalizzata all’introduzione in europa di ingenti quantitativi di merce contraffatta, con l’aggravante della transnazionalità, e altri reati doganali. Nell’elenco spiccano i nomi di Cosimo Virgiglio, imprenditore di Rosarno, amministratore della società di import-export “Cargo service”, arrestato a Roma, dell’imprenditore romano Angelo Boccardelli e quelli di Adolfo Fracchetti e Antonio Morabito, entrambi finiti ai domiciliari, il primo quale ex direttore dell’ufficio doganale presso il porto di Gioia Tauro e il secondo in qualità di funzionario del medesimo ufficio addetto al settore verifiche. Fracchetti, secondo quanto riferito in conferenza stampa, aveva lasciato l’Agenzia delle dogane ed era diventato direttore tecnico dell’impresa che interessata all’importazione clandestina delle merci. Al carcere era destinata anche Rossella Speranza, moglie del defunto boss Rocco Molè. Essendo madre di una bimba con meno di tre anni, però, in serata ha avuto il beneficio dei domiciliari. L’operazione ha interessato la Calabria, il Lazio e la Toscana. I provvedimenti restrittivi scaturiscono da un’attività investigativa che si è avvalsa del contributo informativo dell’Agenzia della sicurezza interna sulle infiltrazioni della ‘ndrangheta nella gestione delle attività imprenditoriali nel porto di Gioia Tauro. Con particolare riferimento alla cosca Molè, storicamente attiva nella Piana, documentando le precedenti interazioni mafiose con le ‘ndrine dei Piromalli, alleati di un tempo, e quelle attuali con i Pesce di Rosarno. Gli investigatori hanno individuato in Cosimo Virgiglio, indicato quale uomo di fiducia di Rosso Molè, lo spedizioniere interessato all’importazione fraudolenta di merce contraffatta di provenienza cinese in particolare di articoli di abbigliamento. A fare da intermediari una coppia di cinesi, Wanli Lyn e Rong Rong Dai, che dal loro negozio di oggettistica di piazza Vittorio a Roma organizzavano le spedizioni. La coppia aveva programmato di spostare completamente il giro d’affari dell’organizzazione da Napoli a Gioia Tauro, con un cambiamento di destinazione per qualcosa come 10 mila containe. Per eludere il sistema di controllo automatico dell’agenzia delle dogane si faceva ricorso al meccanismo della sottofatturazione con evasione di quote rilevanti di dazi e iva. La stretta collaborazione tra i carabinieri e l’ufficio antifrode doganale, ha permesso il sequestro di numerosi container di merce contraffatta e l’accertamento, tra il 2007 ed il 2009, di sistematiche violazioni a favore di esportatori di nazionalità cinese, attivi sull’intero territorio nazionale, ed in particolare nelle città di Roma, Napoli, Salerno Firenze, Palermo e Mantova, con un danno per l’erario di decine di milioni di euro. L’inchiesta ha accertato diversificati interessi della cosca Molè e la capacità di condizionare il tessuto sociale ed imprenditoriale dell’area, prima e dopo l’omicidio del reggente, Rocco Molè. L’eliminazione di quest’ultimo, il 1 febbraio 2008, aveva incrinato definitivamente l’equilibrio mafioso e la pacifica coesistenza con la cosca Piromalli, legata anche da vincoli di parentela, scatenando uno scontro per il controllo delle attività economiche e produttive dell’area e determinando nuove alleanza mafiose. L’attività ha infine consentito, la sera dell’11 giugno scorso, dopo l’individuazione di numerosi bunker sottorranei ricavati all’interno di abitazioni, l’arresto del ricercato Girolamo Molè, inserito nell’elenco dei latitanti più pericolosi e cugino dell’omonimo capo clan detenuto, che dal carcere continuava a dirigere la cosca, impartendo precise disposizioni agli affiliati sulla gestione degli affari e dei rapporti con gli altri sodalizi. L’indagine ha confermato la presenza delle cosche della Piana negli affari del porto di Gioia Tauro, fondamentale per la gestione delle rotte dei traffici illeciti e per mantenere una posizione di forza nei rapporti con le altre consorterie criminali. Proprio intensificando i controlli nel porto, in collaborazione con l’agenzia delle dogane, i carabinieri hanno sequestrato centinaia di chilogrammi di cocaina, sostanza che continua a costituire l’iniziale fonte di arricchimento della ‘ndrangheta, mentre gli ingenti sequestri di beni mobili ed immobili nella capitale ne confermano la vocazione imprenditoriale e commerciale. Paolo Toscano – GDS