LA LETTERA DELL'AVV. FABIO REPICI: LA QUERELA DEL SETTIMANALE 'CENTONOVE' E QUEI VESTITI NUOVI DELL'IMPERATORE…

4 maggio 2010 Inchieste/Giudiziaria

RICEVIAMO E OSPITIAMO UNA LETTERA DELL’AVVOCATO FABIO REPICI, CHE DENUNCIA QUELLA CHE NON E’ SOLO UNA VICENDA PRIVATA.

9 - Gli avvocati Parmaliana e Repici

Caro Enrico,

chiedo per l’ennesima volta la tua ospitalità per queste mie righe. Lo faccio per non confinare al perimetro ristretto della mia dimensione privata (e della conoscenza di poche altre persone, evidentemente interessate a mantenerne la segretezza) una vicenda che ritengo doveroso far diventare di pubblico dominio. Giorni fa ho ricevuto comunicazione di una querela (l’ennesima) sporta nei miei confronti. Non è la prima, com’è noto, e magari non sarà nemmeno l’ultima. Questa querela, però, ha caratteristiche affatto peculiari. A sporgerla, infatti, è stata niente di meno che una testata giornalistica. Di solito i giornali sono destinatari delle querele: in fondo, per loro è un rischio del mestiere. Ma che un giornale sporga querela è un fatto davvero abnorme, il mondo a testa in giù. E invece io da un giornale sono stato querelato, manco fossi un Berlusconi qualunque che intimidisce i giornalisti a lui invisi. Per la precisione, sono stato querelato da un settimanale messinese che si chiama Centonove. Si tratta di una piccola testata con un passato pure significativo (un suo redattore ricevette il premio Saint Vincent ai tempi del verminaio di Messina), con un bacino di lettori oggi ridotto ai minimi termini e con vendite che certamente non sono sufficienti a coprirne i costi. Centonove mi ha querelato per alcune affermazioni da me fatte il 2 maggio 2009 in una conferenza tenutasi a Messina sulle distorsioni nella giustizia e nell’informazione. Fra i relatori, quel giorno ci fu anche Clementina Forleo. Si era a sette mesi dalla morte di Adolfo Parmaliana e proprio nelle settimane in cui nel processo Mare Nostrum, davanti alla Corte di assise di appello di Messina, erano capitate evenienze memorabili: il testamento del pubblico ministero (Olindo Canali) letto in udienza (ma solo a metà) dal difensore del boss Gullotti; la falsa testimonianza dello stesso Canali, ammesso a deporre contro il divieto espresso del codice di procedura penale; le strumentalizzazioni che ne erano state fatte (fra gli altri, da Centonove) contro alcune persone: non contro i mafiosi e nemmeno i magistrati o gli avvocati collusi con i mafiosi, bensì contro di me e alcuni familiari di vittime di mafia. Come ho già spiegato in varie sedi, la morte di Adolfo Parmaliana provocò scompensi e reazioni in alcuni settori del potere messinese, in specie giudiziario. E in tanti si adoperarono a fornire sostegno a Franco Cassata e Olindo Canali. Anche la stampa messinese si adoperò e Centonove lo fece con impegno devoto. Racconterò tutto, per l’ennesima volta, anche al magistrato titolare del fascicolo nato dalla querela di Centonove, in modo che anch’egli non possa fare finta di niente: i fatti sono obiettivi, giganteschi e incontrovertibili. Come al solito mi toccherà assumere le vesti del bimbo della fiaba di Andersen e additare le nudità dell’imperatore. Lo farò anche questa volta: oltre che a me stesso lo devo ad Adolfo. Centonove si aggiunge alla nutrita lista di soggetti che negli ultimi tempi mi hanno denunciato o fatto causa civile: il frate parente dei mafiosi, l’imprenditore Sebastiano Buglisi, il circolo Corda Fratres, il dr. Antonio Franco Cassata, il maresciallo depistatore delle indagini sull’omicidio Campagna, l’ex sindaco di Villafranca Tirrena ed il falso colonnello coinvolti nelle vicende del processo per l’omicidio Campagna… Certo, devo confessare che la querela di Centonove mi ha sorpreso. Non per altro: solo perché la settimana dopo la conferenza incriminata, Enzo Basso (padre padrone di Centonove) mi dedicò un salace corsivo ricolmo di insulti e di sbeffeggiamenti, con il quale comunicò urbi et orbi che comunque quel giornale, tanto poco era il rilievo che meritavo, non mi avrebbe querelato. Oggi sappiamo quanto vale la parola di Enzo Basso: certo, per un giornalista non è il massimo. AVV. FABIO REPICI