IL CIMITERO DELLA MAFIA IN PROVINCIA DI MESSINA: Ora si cerca in altri due comuni. I carabinieri starebbero setacciando alcuni siti lungo la vallata per Novara

13 gennaio 2011 Cronaca di Messina

I reparti speciali dei carabinieri, con l’ausilio dei vigili del fuoco, continuano le ricerche nel girone infernale della vallata del torrente Mazzarrà, dove la cosca del clan dei Mazzarroti, la cellula mafiosa più bellicosa della famiglia dei Barcellonesi affiliata a di Cosa nostra siciliana, ha seppellito i morti, frutto dei rapimenti e delle tragiche soppressioni eseguite secondo l’atroce rito della lupara bianca. Rito che prevede il silenzio perpetuo sulla sorte toccata ai rapiti e la cancellazione di tutte le tracce necessarie per risalire alle tombe degli scomparsi occultati nel cimitero della mafia. Gli inquirenti, in particolare i reparti speciali dei carabinieri, coordinati dal pool di magistrati della Procura distrettuale antimafia diretta dal procuratore capo Guido Lo Forte, stanno cercando scoprire e rivelare il mistero della scomparsa e del perdurante del silenzio sulla sorte toccata ad almeno cinque persone, in prevalenza giovani, rapiti e inghiottiti dagli abissi della lupara bianca. Abissi che nella vallata di Mazzarrà sembrano mostrare gli esatti confini. Dal sottosuolo del territorio di quella che un tempo era conosciuta come una comunità di agricoltori laboriosi, impegnati nel settore dei vivai di piantine di agrumi e di ulivi, sono riemersi dopo anni di oblio i resti dei primi tre cadaveri, quelli del mazzarroto Natale Perdichizzi e del basicotano Antonino Ballarino. Ancora senza nome, anche se gli inquirenti conoscono esattamente l’identità della persona a cui apparteneva lo scheletro riesumato lunedì sera, i resti del terzo ritrovato. Trovati i primi tre cadaveri, dalla lista dei ricercati ne mancano ancora due. L’apparente stasi che regna a fondo valle, dove anche ieri l’escavatore meccanico dei vigili del fuoco ha compiuto poche manovre sui siti presidiati notte e giorno dai carabinieri, nasconderebbe in realtà una febbrile attività investigativa svolta sotto traccia. Il mezzo meccanico lasciato quasi inutilizzato ai margini dell’alveo del torrente Mazzarrà, rappresenterebbe in realtà una sorta di specchietto per allodole e ciò per coprire e tutelare dall’indiscrezione dei tanti curiosi e dei cineoperatori costantemente presenti in zona, la ricerca di nuovi siti dove effettuare i sondaggi del sottosuolo per riportare alla luce gli altri due cadaveri della lista. Carabinieri sono stati infatti notati mentre perlustravano altri siti, lungo la vallata in direzione per Novara dove – sparsi – esistono altri due villaggi Scellia con caseggiati del settecento che contornano i ruderi della chiesetta di San Girolamo eretta da una famiglia gentilizia nel 1748 e di Santa Barbara dove esiste l’omonima chiesa eletta ad Abbazia. La presenza costante dei militari ha fatto supporre agli abitanti del luogo che le ricerche dei morti possano essere estese a queste amene località, territori su cui da sempre i Mazzarroti hanno esercitato il controllo violento tipico dei clan mafiosi. Nulla comunque trapela dallo stretto riserbo con cui vengono proseguite le ricerche. Altre pattuglie sarebbero state notate tra le contrade a valle del Comune di Castroreale, sulle colline che costeggiano la fiumara del Patrì. Ciò farebbe supporre che i confini del cimitero della mafia disegnati dai Mazzarroti siano più vasti del previsto. Tutti questi territori, su cui adesso si cercano i giacimenti lasciati dalle azioni delittuose della mafia, da sempre hanno rappresentato luoghi di incomparabile bellezze naturali, ma anche siti archeologici molti dei quali ancora inesplorati. A Scellia, sulle sponde del torrente Mazzarrà, in territorio di Novara di Sicilia, un secolo fa furono rinvenute sepolture con tombe a fossa, con recinto a copertura di massi di pietra calcare, simili a quelli scoperti nel Foro romano. Sull’altra sponda del Mazzarrà nell’ultimo decennio è invece riemersa una grande necropoli appartenuta ad civiltà del periodo precedente a quello greco di Tindari, realizzata dagli abitanti di Abacena. Sulle sponde del Patrì, oltre alle necropoli bizantine, i resti ancora da scoprire dell’antica Longano. La mafia invece è riuscita ad inquinare e infangare con le morti violente e l’esercizio di un potere illegale durato per troppo tempo, la storia millenaria di questo territorio. LEONARDO ORLANDO – GDS