MESSINA – MAFIA, SCONTI DI PENA ALL'APPELLO ICARO SUI CLAN DEI NEBRODI

25 gennaio 2011 Cronaca di Messina

Tiene tutto anche in secondo grado. La lettura delle dinamiche mafiose tirrenico-nebroidee della provincia che è agli atti del maxiprocesso “Icaro-Romanza” è stata confermata nel primo pomeriggio di ieri dalla corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Carmelo Marino, che ha impiegato una manciata di minuti per leggere le tre pagine del dispositivo, il frutto di tre giorni di camera di consiglio. L’aula della corte d’appello era stracolma, 4 dei 24 imputati erano lì, mentre alcuni seguivano la lettura in videoconferenza, parecchi carabinieri in borghese e in divisa giravano per i corridoi del Palazzo di Giustizia per “annusare” l’aria che tirava. Sono state complessivamente 52 ore di camera di consiglio per la corte d’assise d’appello presieduta dal giudice Marino con a latere la collega Marisa Salvo, un lungo “ritiro” a conclusione del quale giudici e giurati hanno sostanzialmente confermato il verdetto con cui si era chiuso il primo grado, il 25 luglio del 2008. Cinque gli ergastoli confermati ieri ai boss Carmelo Bontempo Scavo, Rosario Bontempo Scavo, Sergio Antonino Carcione, Calogero Carmelo Mignacca e Vincenzino Mignacca (questi ultimi due latitanti dal 2008 e ancora introvabili). La pena è stata invece «rideterminata» a 17 dei 24 imputati accusati di associazione mafiosa, cinque omicidi e decine di estorsioni. Gli unici assolti da ogni accusa sono invece risultati: Nunziato Alosi, Antonino Carmelo Armenio, Filippo Cardaci e Filippo Salvatore Sidoti.

Ecco invece le 17 rideterminazioni di pena decise in appello: Cesare Bontempo Scavo (14 anni e 6 mesi); Alfio Cammareri (4 anni e 6 mesi); Marcello Coletta (9 anni); Giuseppe Condipodero Marchetta (un anno e 6 mesi in continuazione con un’altra sentenza del 2007); Carmelo Crinò (9 anni e 6 mesi); Salvatore Giglia (16 anni e 6 mesi); Giuseppe Gullotti (17 anni); Diego Antonino Ioppolo (4 anni); il pentito Santo Lenzo (10 anni e 4 mesi); Giuseppe Karra (4 anni); Giovanni Pintabona (5 anni); Antonino Raffaele (3 anni e 6 mesi, in relazione al reato associativo commesso sino all’11 febbraio del 2000); Paolo Scaffidi Gennarino (4 anni); Giuseppe Sinagra (5 anni); Maurizio Testini (8 anni e 6 mesi, è scomparso da anni, fu un caso di lupara bianca). Tecnicamente sono stati rideterminati anche i due ergastoli a carico dei fratelli Mignacca: per Vincenzino s’è registrata l’assoluzione da uno degli omicidi, quello di Giuseppe Guidara, è emerso che nel momento deliberativo si trovava ristretto in carcere. Per gli altri tre ergastolani si è trattato di conferma della sentenza di primo grado. Si sono poi registrate alcune assoluzioni parziali e dichiarazioni di prescrizione. Quindi la corte d’assise d’appello ha sostanzialmente accolto tutte le richieste avanzate lo scorso 13 luglio dal sostituto procuratore generale Enza Napoli. Decise anche conferme per i risarcimenti alle parti civili che si erano costituite, il Comune di Brolo, la Fai e le associazioni antiracket di Sant’Agata Militello e Brolo, Acis e Acib, e tre familiari di vittime della lupara bianca. Agli atti del maxiprocesso c’erano decine di richieste estorsive ai danni di imprenditori dei Nebrodi ma anche cinque omicidi, quelli di: Fabio Cozzupoli, di Capo d’Orlando, sparito l’8 maggio 1992 e rinvenuto sepolto a Polverello di Montalbano Elicona l’1 ottobre successivo; Calogero Maniaci Brasone e Maurizio Testini, due giovani di Piraino scomparsi e mai più ritrovati nel 1997; Maurizio Vincenzo Ioppolo, ucciso a S. Angelo di Brolo la notte del 5 febbraio 1994 e Giuseppe Guidara, ucciso a S. Angelo di Brolo nel giorno della festa patronale di San Michele Arcangelo il 29 settembre 1996.

Le due inchieste

Le operazioni “Icaro” e “Romanza”, tecnicamente riunite in questo procedimento, costituiscono altre due tappe investigative e processuali per conoscere meglio le dinamiche mafiose lungo la dorsale tirrenica e nelle zone dei Nebrodi, e temporalmente si legano alla maxi operazione antimafia “Mare Nostrum”, che scattò nell’ormai lontano giugno del 1994. La “Icaro” gestita dal sostituto della Dda Ezio Arcadi e dai carabinieri del Ros, scattò come atto finale dopo mesi d’indagine all’alba del 29 novembre 2003. In quella occasione i carabinieri del Ros arrestarono 44 persone e notificarono 112 denunce a piede libero nei confronti di capi, affiliati, gregari dei clan ma anche di imprenditori ritenuti contigui alle organizzazioni mafiose. Vennero in pratica studiati i rapporti criminali tra le cosche tortoriciane e dell’hinterland barcellonese con la “famiglia” di Brolo e con alcune diramazioni di quella mistrettese, strutturalmente, e da sempre, collegata a Cosa Nostra attraverso il mandamento di San Mauro Castelverde. I personaggi principali definiti nella “Icaro” sono Santo Lenzo, referente del clan di Tortorici dei Bontempo Scavo su Brolo e ispiratore dell”indagine, essendo divenuto poi collaboratore di giustizia dalla primavera 2002 (oltre ai pentiti Giovanni Brusca e Nino Giuffrè “manuzza”, già capo mandamento di Caccamo, che diedero un notevole impulso), e anche Sebastiano Rampulla, detto “‘zu Bastianu”, ritenuto il referente di Cosa nostra per l’intera provincia di Messina, attraverso anche rapporti organici con la famiglia mafiosa dei Farinella di San Mauro Castelverde (per Rampulla, che all’epoca aveva scelto il rito abbreviato, la Cassazione ha deciso la rimodulazione della pena di 7 anni e 4 mesi solo per un’aggravante). Nella “Icaro” si parla di decine e decine di richieste estorsive ai danni di imprenditori dei Nebrodi e della zona tirrenica (come il titolare di una concessionaria d’auto di Brolo, che dichiarò di avere pagato ogni due mesi il “pizzo” dal 1992 al 2003), tanti episodi di danneggiamento a mezzi di imprese, intimidazioni e minacce e anche di tre omicidi. L’inchiesta prende in esame la riorganizzazione dei clan, nella seconda metà degli anni ’90, dopo l’azzeramento seguito alla “Mare Nostrum”. L’operazione “Romanza” scattò ai primi di aprile del 2000, dopo oltre due anni d’indagine. Finirono in carcere 28 persone. In pratica l’allora sostituto della Dda Gianclaudio Mango mise nero su bianco circa due anni di dinamiche mafiose, tra il ’96 e il ’97, registrando il patto di ferro tra il boss barcellonese Giuseppe Gullotti e il boss tortoriciano Cesare Bontempo Scavo, per continuare a gestire le attività criminali della fascia tirrenica. Tutto questo fu possibile grazie ad una serie di intercettazioni telefoniche e ambientali. Una “cimice” fu piazzata sotto l’auto di Santo Lenzo, che da pentito queste cose le ha poi raccontante di persona al pm Arcadi, ma che all’epoca divenne la talpa inconsapevole degli investigatori. I suoi incontri furono monitorati per oltre un anno. NUCCIO ANSELMO – GDS

I clan che dominavano nella Ionica: pene “riformate”

Rideterminate dieci condanne ieri a conclusione del processo d’appello per i giudizi abbreviati dell’operazione antimafia “Wolf”, con cui nel gennaio del 2004 l’allora sostituto della Dda peloritana Ezio Arcadi e la polizia fecero luce sulle famiglie mafiose che opprimevano l’intero comprensorio ionico della nostra provincia, e soprattutto i centri di Taormina e Giardini Naxos, con pesanti aderenze tra i clan mafiosi etnei. Ieri hanno deciso tutto sugli abbreviati i giudici d’appello Attilio Faranda, Michele Galluccio e Carmelo Cucurullo, mentre l’accusa è stata rappresentata dal sostituto procuratore generale Enza Napoli. Ecco le variazioni di pena stabilite ieri in secondo grado rispetto al primo, che fu deciso nel marzo del 2005 dal gup Daria Orlando: Giuseppe Daniele Mazzullo 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Carmelo Ferrara 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Carmelo Le Mura, 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Giuseppe Rinaudo 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Claudio Scavo 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Rodolfo Scavo 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Salvatore Taormina 4 anni, 5 mesi e 10 giorni; Francesco Cavallaro, 5 anni; Cateno Nicotra, 5 anni; Stefano Panarello, 5 anni. Il blitz antimafia scattò il 20 gennaio del 2004 dopo oltre due anni d’indagine del Commissariato di Taormina e della Squadra Mobile di Messina. Vennero arrestate 34 persone mentre 15 sfuggirono alla cattura (si parlò all’epoca di fuga di notizie, finirono sott’inchiesta un carabiniere e un poliziotto). A tirare le fila del traffico di droga e delle estorsioni era il boss di Calatabiano Nino Cintorino, nonostante fosse ristretto in carcere in regime di “41 bis”. In primo grado Cintorino fu condannato a 3 anni ed 8 mesi di reclusione, mentre i suoi affiliati a 6 anni e 8 mesi ciascuno. Furono oltre sessanta gli indagati iniziali della maxi operazione antimafia “Wolf”. Un’inchiesta che nel gennaio 2004 aprì scenari completamente nuovi sulla zona ionica della nostra provincia, “certificando” le infiltrazioni mafiose dei clan etnei. Alle spalle di tutto secondo la Dda peloritana c’era un’associazione criminale riconducibile alla “famiglia” Cintorino di Calatabiano, che aveva intessuto relazioni criminali con la camorra napoletana e la ‘ndrangheta calabrese. Il territorio influenzato era molto vasto: oltre a Taormina e Giardini Naxos anche alcuni centri dell’Alcantara e del Catanese. Al vertice di questa organizzazione il boss Antonino Cintorino di Calatabiano, già condannato all’ergastolo, alleato storico del clan catanese dei Cappello, all’epoca in carcere a Spoleto col “41 bis”. C’era anche un luogotenente: Rosario Lizzio detto “Lupo” (ecco il nome dell’intera operazione, Wolf in inglese). Lo spaccio di droga e le estorsioni a tappeto erano i prevalenti “interessi” del clan Cintorino, che secondo l’accusa iniziale faceva riferimento sul territorio ionico a Rosario “Saro” Lizzio e Maurizio Cipolla. (n.a.)