L'OMICIDIO A BARCELLONA P. G. DI GIUSEPPE ARTINO: L'hanno ucciso a colpi di lupara sotto casa. Personaggio di primo piano era divenuto "scomodo" dopo l'avvio della collaborazione del suo ex capo

14 aprile 2011 Cronaca di Messina

La cosca dei Mazzarroti legata alla famiglia mafiosa dei Barcellonesi temeva il “pentimento” di Ignazio Giuseppe Artino, 58 anni, originario di San Teodoro, da un trentennio trapiantato a Mazzarrà Sant’Andrea, personaggio di primo piano della criminalità organizzata, divenuto scomodo dopo l’avvio della collaborazione con la giustizia intrapresa dal boss Carmelo Bisognano. Per questo Artino è stato trucidato a colpi di lupara nella serata di martedì, poco dopo le 21, in un agguato teso nel buio del cortile delle case popolari di contrada Giarrisi. Ignazio Artino, a bordo della sua Bmw, stava per rientrare a casa dopo aver incontrato delle persone sulla strada del ritorno, quando – dopo aver parcheggiato l’auto sotto una tettoia realizzata nel cortile del complesso che ospita 20 famiglie -, è stato raggiunto e affrontato da due killer che imbracciavano fucili a canne mozze, sbucati improvvisamente da dietro un muretto di cinta di un agrumeto dove si erano nascosti in attesa di entrare in azione, per compiere la spedizione mortale. L’obiettivo designato è rimasto praticamente al centro del fuoco incrociato, aperto da due sicari incappucciati che imbracciavano fucili a canne mozze caricati a pallettoni. Quattro i colpi esplosi dai sicari che avrebbero centrato e devastato il bersaglio raggiunto da distanza ravvicinata, come testimonierebbero le borre espulse dalle armi e ritrovate sul selciato dalla polizia. La vittima, sfigurata dalla devastazione provocata dai pallettoni esplosi dalle armi degli assassini, è rimasta accasciata su sé stessa al centro del cortile condominiale dove sono poi accorsi i familiari, tentando una vana rianimazione. I killer, compiuta la sanguinaria azione, hanno nuovamente imboccato il cancello della porta carraia e, attraversata la stradella di contrada Giarrisi, sono saltati al di là del muretto di cinta dell’agrumeto per inoltrarsi nel buio tra la vegetazione, e fuggire tra i poderi circostanti che conducono in direzione del torrente Mazzarrà, dove con molta probabilità ad attenderli ci sarebbe stato un complice con l’auto servita per fuggire. Dal torrente, da sempre un impervio dedalo di strade in terra battuta, è possibile raggiungere qualsiasi direzione, dal centro urbano di Mazzarrà, alla megadiscarica dei rifiuti di contrada Zuppà e da lì fino a Terme Vigliatore e Barcellona. I sicari hanno dimostrato di conoscere perfettamente i luoghi e per questo si ipotizza che il commando entrato in azione nel cortile delle case popolari di contrada Giarrisi sia stato costituito da persone del luogo, vecchi e nuovi affiliati della potente cosca mafiosa dei Mazzarroti, la costola più temibile del clan dei Barcellonesi. Molti i sospettati condotti dagli investigatori negli uffici del commissariato di Barcellona per essere sottoposti ad accertamenti sull’alibi e alla prova “stub” per verificare se nelle ultime ore possano avere utilizzato armi da fuoco. Sulla cerchia dei nomi delle persone sospettate di aver fatto parte del gruppo di fuoco entrato in azione martedì sera a Mazzarrà, vige il massimo riservo da parte della polizia che conduce le indagini. Sul luogo del delitto, già martedì notte, si sono recati magistrati e investigatori. Ieri per tutta la mattinata la polizia ha effettuato rilievi e sopralluoghi, per ricostruire i momenti che hanno preceduto l’atroce delitto, le fasi di appostamento e quelle successive di allontanamento attraverso la via di fuga dell’agrumeto che avrebbe consentito ai sicari di raggiungere la sicura via di fuga rappresentata dall’alveo del torrente. La vittima aveva trascorso il pomeriggio, fino a tardi, nel florido vivaio di contrada Oliveto ai margini della bretella che conduce al ponte sul torrente e alla provinciale per Furnari. Subito dopo, salito a bordo della sua Bmw, si sarebbe diretto al centro del paese incontrando delle persone passando per qualche istante dalla sala giochi “Las Vegas 2000”, nella centralissima via Umberto I, gestito da uno dei figli e del quale si occupava direttamente anche il padre. Poi il ritorno a casa, dove ad attenderlo c’erano i killer, nascosti dietro il muretto del fondo agricolo, comparsi all’improvviso nel cortile del condomino per sparare e uccidere. Leonardo Orlando – GDS

C’è il rischio di una nuova mattanza
Il blocco mafioso barcellonese ha reagito. La “pulizia interna” è cominciata proprio da Mazzarrà Sant’Andrea, il paese della variabile-pentiti vecchi, nuovi e possibili che preoccupa non poco la famiglia sanguinaria del Longano. Hanno ammazzato un uomo indiscutibilmente molto vicino da sempre a Carmelo Bisognano “il traditore”, quello che ha scelto la strada del pentimento, che ha scritto sul foglio dei suoi verbali l’organigramma dei mafiosi di ogni livello, che ha destabilizzato il “quieto vivere” e ha raccontato del cimitero di mafia a Mazzarrà. Anche Artino, forse, voleva pentirsi, era un “pericoloso” che avrebbe potuto scegliere la strada del vecchio amico d’un tempo. È molto probabile che la scia di sangue prosegua come ai tempi terribili degli anni ’90, che sia l’inizio di una mattanza vera e propria. Il clima è irrespirabile. Di sicuro in questi mesi è tornato prepotente nel Barcellonese il “coprifuoco mafioso”, molti soggetti non mettono il naso fuori di casa per tutto il giorno. Nuccio Anselmo

I Barcellonesi vogliono contrastare il pentimento di Bisognano
Certo non è facile capire cosa significa per un territorio “blindato” ai pentimenti come quello barcellonese la “scelta” del boss dei Mazzarroti Carmelo Bisognano. Eppure questo nuovo corso coltivato in tempi non sospetti da qualche investigatore lungimirante, con pazienza e tenacia, si è rivelato fondamentale in questi mesi per scardinare un sistema di potere mafioso collegato a doppio filo al cosiddetto “terzo livello” barcellonese, quello dei colletti bianchi e degli insospettabili che adesso non dormono affatto sonni tranquilli, perché sanno che il loro tempo delle vacche grasse è finito, finirà presto. La prima prova di credibilità Bisognano l’ha data facendo scoprire nel gennaio di quest’anno il cimitero di mafia a Mazzarrà Sant’Andrea, quello dei cadaveri dimenticati, poi ha raccontato molto altro, ha disegnato la geografia mafioso-politico-criminale che conosceva bene perché l’ha frequentata in primo persona con costanza e impegno almeno fino al 2006. Questa svolta clamorosa e devastante, che può fare da apripista per altri pentimenti, preoccupa non poco la famiglia mafiosa barcellonese. Che comincia a rispondere alla sua maniera, come sempre ha fatto. Il panorama delle collaborazioni con la Giustizia però in questi mesi si è progressivamente allargato, magistrati e investigatori hanno un piano di conoscenze nuovo e il più aggiornato possibile, per capire la “mafia del giorno prima” e non quella degli anni passati, come spesso è successo nella nostra provincia. C’è per esempio la storia del geometra “straniero”, Enzo Marti, che s’è trovato invischiato nella ragnatela mafiosa, oppure quella dell’uomo di rispetto catanese vicino ai Santapaola, Alfio Giuseppe Castro, o l’altra dell’imprenditore vittima del pizzo, Giacomo Venuto, che ha deciso coraggiosamente di voltare pagina, dopo che i clan gli avevano cannibalizzato l’azienda di inerti e movimento terra, messa in piedi con il lavoro di trent’anni. E al centro di tutto negli ultimi mesi ci sono state indubbiamente le dinamiche processuali dell’inchiesta “Vivaio” e poi della “Sistema”, con le rivelazioni del pentito Maurizio Marchetta. Nuove possibilità conoscitive del fenomeno mafioso sono venute quindi oltre che da Bisognano anche dal geometra marchigiano Enzo Marti, dal catanese Alfio Giuseppe Castro, ritenuto personaggio di primo piano del gruppo etneo dei Santapaola, e dall’imprenditore di Merì Giacomo Venuto, titolare della “Mediterranea srl”. I primi due nei mesi scorsi hanno riempito pagine e pagine di verbali davanti ai magistrati della Distrettuale antimafia svelando non pochi particolari sulle infiltrazioni mafiosi nella gestione delle discariche di Mazzarrà e Tripi, il terzo un paio di mesi fa ha reso proprio nell’ambito del processo “Vivaio” una clamorosa testimonianza, raccontando particolari inediti.(n.a.)

L’ex elettricista temeva per la sua vita
Ignazio Giuseppe Artino, l’ex elettricista giunto a Mazzarrà nei primi anni ’80 al seguito di una ditta che stava effettuano impianti di pubblica illuminazione, diventato provetto vivaista, dopo il pentimento di Melo Bisognano temeva di essere arrestato. Soprattutto in ragione delle rivelazioni del suo ex amico e complice che aveva consentito agli investigatori la clamorosa scoperta del cimitero della mafia, i cadaveri occultati dalla cosca dei Mazzarroti per ordine della famiglia dei Barcellonesi sulle alture del paese e nel greto del torrente. L’uomo trascorreva le sue giornate, dedicando parecchio del suo tempo alla famiglia in ragione del timore di un imminente arresto, la moglie e quattro figli, di cui uno fino ad ottobre scorso dipendente della discarica gestita dalla società TirrenoAmbiente, improvvisamente licenziato per un asserito e prolungato assenteismo dal lavoro. Dopo qualche giorno si verificò in paese, davanti alla farmacia, l’incendio della nuova auto aziendale di proprietà della società mista e in uso al presidente Francesco Cannone. Artino, il più adulto del gruppo, sarebbe stato colui che avrebbe instradato sulla via della criminalità il giovanissimo Carmelo Bisognano, tanto che assieme all’ex boss di Mazzarrà, furono arrestati per la prima volta il 12 aprile del 1988 per ordine dell’allora pretore di Novara di Sicilia, per ricettazione di assegni circolari frutto di una rapina all’ufficio postale di Fantina. Assieme ai due finirono in carcere anche gli amici di sempre Enrico Fumia e Ninì Rottino. Da quel momento per il gruppo inizio un’ascesa per conquistare nuovi e maggiori spazi nel contesto criminale dell’area, fino all’arresto del 6 giugno del 1994 per l’operazione antimafia “Mare Nostrum”, in cui fu condannato in primo grado a 5 anni e 6 mesi di reclusione e assolto in appello «per non aver commesso il fatto», sentenza impugnata con ricorso pendente in Cassazione. Dopo l’arresto di Melo Bisognato nell’autunno del 2003 e la prolungata assenza da Mazzarrà del boss, Ignazio Artino, si allontanò dal suo ex amico, “alleandosi” con la fazione vincente di Nicola Aldo Munafò e con Enrico Fumia. Alleanza alla quale non sarebbe rimasto estraneo il nuovo capo cosca, il pastore Tindaro Calabrese. In questo nuovo contesto di alleanze del gruppo vincente fu decretato l’omicidio di Ninì Rottino, ucciso la notte del 22 agosto del 2006, sempre in contrada Giarrisi, a poche centinaia di metri dalle palazzine popolari dove abitava Ignazio Artino e Nicola Aldo Munafò, quest’ultimo sospettato di essere stato uno dei sicari entrati in azione quella notte. Nel caso di Ignazio Artino, l’esecuzione avrebbe una duplice valenza: lanciare un terribile monito a chi volesse intraprendere la strada del “pentimento” e impedire ogni possibile riscontro investigativo alle dichiarazioni di Bisognano, tenuto conto che la vittima – nei cruenti fatti criminosi che dal 1986 ad oggi hanno interessato il territorio di influenza dei Mazzarroti – avrebbe rivestito un ruolo di primo piano, a cominciare dalle vittime delle lupare bianche, agli agguati mortali, agguati dove la vittima in passato potrebbe aver rivestito il ruolo di carnefice. (l.o.)