IL CONVEGNO: Per capire cos'è la 'ndrangheta basta "studiare" l'autostrada A3. Le intercettazioni sulle tangenti spiegano bene i meccanismi interni

18 aprile 2011 Mondo News

La pervasività delle criminalità organizzata, ormai ramificatasi capillarmente in tutta Italia e all’estero, nei gangli socioeconomici della Calabria e dell’intero meridione al centro della tavola rotonda sulla “Salerno – Reggio, la strada lastricata di cattive intenzioni”. Un avvenimento svoltosi nell’università Magna Græcia di Catanzaro alla presenza del docente di Storia e Dinamiche della Mafia dello stesso ateneo Tano Grasso, che ha coordinato la discussione, nonché di relatori quali il procuratore aggiunto della Dda del capoluogo Giuseppe Borrelli, lo storico Enzo Ciconte, il magistrato della Dda della città dello Stretto Michele Prestipino, l’economista Vittorio Daniele, il sociologo Vittorio Mete e la coordinatrice dell’associazione Antiracket della Calabria Maria Teresa Morano. In apertura Grasso: «La A3 – ha detto – è un progetto frutto di scelte sbagliate e irrazionali, determinate dal costante condizionamento della ‘ndrangheta. In tale considerazione si ha la riprova di come le attività mafiose non siano mai neutrali rispetto alla vita della comunità. Un secondo spunto di riflessione è su cosa abbia rappresentato per le ‘ndrine questa via di comunicazione. Io, al pari di altri, sostengo che gli ha permesso di compiere il salto di qualità anche sotto il profilo della legittimazione della sua funzione parassitaria, con la possibilità di fare concorrenza sleale alle imprese legali». A seguire Ciconte: «La Calabria negli anni Sessanta era attraversata da significativi cambiamenti. Vi era un processo di emigrazione verso il Nord e soprattutto di urbanizzazione. La gente si spostava dalle colline verso la costa, in cui si edificava senza osservare piani regolatori, e le città. È il periodo in cui nascono le commistioni fra la politica, che concedeva le licenze edilizie, e le cosche. Una fase nella quale i boss potevano diventare ricchi e stringere accordi con la classe dirigente, che ha facilitato l’infiltrazione dei clan nell’aggiudicazione dei maxibandi e nella realizzazione delle opere pubbliche. Un intreccio perverso con conseguenze nefaste». Sulla attività investigativa si è soffermato il dott. Borrelli: «Quando ero alla procura di Salerno – ha ricordato – condussi un’indagine sulla eccessiva onerosità e lentezza dei lavori della A3. Vi era un anomalo monopolio delle forniture e dei subappalti, in cui l’egemonia delle consorterie malavitose appariva incontestabile. Il problema era addirittura tutto interno all’organizzazione con conflitti per la richiesta del pizzo alle aziende estranee al contesto mafioso. Ecco spiegato il perché di attentati e danneggiamenti nei cantieri. Senza contare le lotte intestine per la spartizione dei proventi, prima che si raggiungesse l’accordo sul coordinamento delle commesse da assegnare nei vari tratti». «Ma col passare del tempo – ha aggiunto il magistrato – gli appetiti sono esponenzialmente aumentati, derivandone l’esigenza di accrescere parallelamente i profitti con tutta una serie di reati funzionali allo scopo. Basti pensare a quanto avvenuto con le Soa, società private incaricate di rilasciare le attestazioni di qualità richieste dalle normative vigenti per poter partecipare a certe manifestazioni d’interesse, in taluni casi costituite dalle stesse cosche che si sono autocertificate. Fatti che hanno spinto lo Stato a ricorrere a una mirata, seppur non risolutiva, attività di contrasto all’imprenditoria macrocriminale. Uno degli esempi è l’istituzione del Codice degli Appalti, che però non basta». In conclusione l’intervento del Pm Prestipino: «La grande arteria del Meridione è l’emblema e il laboratorio, se così possiamo definirlo, per capire cos’è la ‘ndrangheta. Dalle attività si va verso la struttura e da quest’ultima ai rapporti e alle relazioni esterne, che costituiscono la chiave di volta per operare una disamina corretta. Ascoltando le intercettazioni sull’esazione delle tangenti sugli interventi da compiere nella medesima autostrada campana e calabrese si scopre la complessa rete, articolata e gestita da un organismo unitario. La catena di comando, che parte dai capobastone e si snoda attraverso una pianificazione decisa a livello centralizzato, termina ai gradini più bassi in cui si eseguono materialmente gli atti stabiliti al vertice. Un meccanismo che va in corto circuito quando la ripartizione degli illeciti proventi non soddisfa uno dei clan affiliati, il quale si ribella con ferocia». Danilo Colacino – GDS