REGGIO CALABRIA: Medici e avvocati al servizio di "Gambazza". Col boss di S. Luca arrestati moglie, figlio, un sanitario del 118, un penalista e il direttore di una clinica di Mendicino. Il boss ordina, il dottore obbedisce: «Scrivi che ho crisi e voglio suicidarmi»

21 gennaio 2012 Mondo News

RISERVA AUREA

Si fingeva malato per non finire in cella. Giuseppe Pelle detto “Gambazza” aveva giocato in forte anticipo. Il boss della ‘ndrangheta di San Luca sapeva bene che certe malattie sono incompatibili con il regime detentivo. Così, con la complicità di medici compiacenti aveva collezionato certificazioni attestanti che era affetto da “sindrome depressiva maggiore con tratti psicotici e manifestazioni melanconiche”, una patologia astratta, alquanto difficile da provare. Dopo un paio di scarcerazioni, al terzo tentativo il piano del boss è stato scoperto. E le conseguenze si sono manifestate con l’arresto di due medici e un avvocato con l’accusa di falsità ideologica commessa nelle vesti di pubblico ufficiale, con l’aggravante delle finalità mafiose. È stata un’inchiesta dei carabinieri a scoprire il diabolico piano di Pelle che nel 2005 e nel 2008 aveva funzionato consentendo al boss di uscire dal carcere. Tutto era basato sull’utilizzo di una voluminosa cartella clinica precostituita, fatta di falsi certificati, esami specialistici attestanti una patologia inesistente. La scoperta è stata fatta grazie alla famosa microspia a suo tempo piazzata dal Ros nell’abitazione di Bovalino dove il boss risiede con la famiglia. Intercettando i dialoghi con quanti si recavano a fargli visita gli inquirenti sono riusciti a identificare non solo i capi di altre cosche e i politici in cerca di sostegno elettorale (arrestati i due precedenti fasi della stessa inchiesta), ma anche alcuni “colletti bianchi” compiacenti. All’alba di ieri è scattata l’operazione “Ippocrate”, quarta fase dell’inchiesta della Dda denominata “Reale”. I carabinieri del Ros e del Comando provinciale hanno dato esecuzione a un’ordinanza di custodia cautelare a carico di sei persone. In carcere sono finiti Guglielmo Quartucci, 59 anni, di Celico (Cosenza), medico responsabile della casa di cura privata per malattie neuropsichiatriche “Villa degli Oleandri” di Mendicino (Cosenza), di cui è anche socio (le sue quote sono state sottoposte a sequestro), Francesco Moro, 57 anni, di Bagaladi, all’epoca dei fatti in servizio al 118 di Locri, e Marianna Barbaro, 45 anni, moglie del boss. Lo stesso provvedimento firmato dal gip Vincenzo Pedone è stato notificato in carcere a Giuseppe Pelle e a figlio Antonio, 25 anni. Ai domiciliari è finito, invece, un avvocato del foro di Cosenza, Francesco Marcello Cornicello, 39 anni. A casa di Quartucci, durante una perquisizione, i carabinieri hanno trovato 135 mila euro in contanti. Tre gli indagati in libertà: il medico psichiatra in servizio nel carcere di Cosenza, Giuseppe Moro, fratello di Francesco; Rosaria Quartucci, sorella di Guglielmo, direttore sanitario di “Villa degli Oleandri”; Mario Puntillo, dipendente della Telecom (a lui, secondo l’accusa, si era rivolto Quartucci nel tentativo di accertare se le sue utenze telefoniche fossero sottoposte a intercettazione). I particolari dell’operazione sono stati resi noti in conferenza stampa dal procuratore Giuseppe Pignatone, insieme con il comandante del Ros, gen. Antonio Parente, il col. Pasquale Angelosanto, il suo vice, ten. col. Carlo Pieroni, il comandante del ros provinciale ten. col. Stefano Russo, il maggiore Michele Miulli. A portare i carabinieri sulle tracce dei medici, come detto, sono state le intercettazioni. Dai colloqui a casa Pelle è tracimata l’esistenza (mutuando l’espressione usata dal gip) di un «bacato reticolo di rapporti». Significativa una frase pronunciata da Francesco Moro nel rassicurare il boss che per certificare falsamente la sua malattia avrebbero messo in scena «un film… bello pulito». Tutto predisposto nei dettagli: Pelle doveva simulare un malore dovuto al suo stato d’ansia e poi far chiamare il 118 da un congiunto. Ci avrebbe pensato il dott. Moro a soccorrerlo, curarlo e certificare la grave patologia depressiva. Pelle, però, si sarebbe avvalso di altri professionisti. In particolare di Quartucci che già in passato lo aveva fatto ricoverare a “Villa degli oleandri”, diagnosticandogli la “depressione maggiore”. L’aiuto, secondo l’accusa, emergeva da una intercettazione del 1 settembre 2010, dopo l’arresto di Pelle. Quartucci ribadiva di assecondare le richieste di Pelle perché sapeva delle sua appartenenza alla ‘ndrangheta («…mi hanno mandato, da Reggio, i Pelle! … il secondo giorno venivo ammazzato… Dice che il padre, è il vangelo, era…»). E giustificava il suo assoggettamento alla potente famiglia mafiosa («la legge? Se ne frega di te! Quando venivano quelli da Reggio, i Pelle i così… che gli dicevo “non ti visito”? Quelli il secondo giorno venivano qua e mi mangivano»). Le indagini hanno avuto anche il riscontro delle parole di un collaboratore di giustizia, Samuele Lovato, un tempo affiliato al clan Forastefano operante nell’alto cosentino. Ma Quartucci, secondo l’accusa, non aveva favorito solo il boss. Per gli inquirenti avrebbe “aiutato” anche un poliziotto, Andrea Conforti, arrestato per il tentato omicidio della moglie. Grazie al medico e all’intercessione del suo difensore, l’avv. Cornicello, il poliziotto era tornato in libertà nel giro di pochi mesi. Paolo Toscano – GDS

Samuele Lovato, l’ex picciotto di Cassano diventato “professore” in psichiatria.
Il maestro dell’inganno. Samuele Lovato, 37 anni, detto “il siciliano”, ex picciotto del clan Forastefano di Cassano, è uno psichiatra mancato. Senza laurea in Medicina ma con un lungo “tirocinio” nella casa di cura “Villa Verde” di Cosenza, è diventato il miglior “medico dei pazzi” possibile per un incredibile numero di ‘ndranghetisti “depressi”. Già, perchè il “male oscuro” – così lo definiva Indro Montanelli – è diventata da qualche anno la patologia più sicura per scampare alla galera e ai rigori del 41 bis. Lovato l’ha rivelato ai magistrati antimafia di Reggio Calabria con disarmante chiarezza. Per ottenere le scarcerazioni occorre soffrire di «depressione maggiore». E occorre godere della complicità di consulenti compiacenti che attestino condizioni patologiche non compatibili con la detenzione carceraria e con la residenza in strutture sanitarie carcerarie. «Queste parole sono importanti – ha spiegato l’ex mafioso pentito – altrimenti non si ottengono i risultati». Come nel caso del suo capo, il pluriomicida Antonio Forastefano, rimasto dietro le sbarre perché il perito nominato dal giudice non aveva usato la giusta terminologia medica. Le parole sono come le pietre – diceva Ennio Flaiano – e possono fare davvero male. Il “maestro” Samuele Lovato lo sa bene e precisa ai pubblici ministeri: «Con il discorso della depressione bisogna però fare attenzione, perché non si deve fare mai cenno alla schizofrenia o alla pazzia altrimenti si finisce automaticamente a Barcellona Pozzo di Gotto». Il resto è come un gioco. In carcere, infatti, il malavitoso comincia una cura dimagrante e, contestualmente, si mostra ansioso e stralunato. Poi ci pensano i compari di “collegio” a supportarlo. «Tante volte – racconta il collaboratore – sono gli stessi compagni di cella o di sezione ad aiutarli, dando l’allarme…». E inizia la trafila con l’obiettivo finale d’essere ricoverati agli arresti domiciliari presso cliniche compiacenti. Dove, di volta in volta, viene attestata la persistenza della depressione o, quando è necessario, un suo imprevedibile aggravamento. «Io prima non sapevo niente di queste cose – ha detto Lovato – ho imparato tutto stando a Villa Verde». Quando si dice una buona scuola… L’ex picciotto aveva assunto una tale dimestichezza con la psichiatria – la pratica val più della grammatica – da suggerire il contenuto dei certificati che lo riguardavano. «Stilavo proprio io, quando mi servivano certificazioni di questo tipo, quello che dovevano mettere sul referto». Insomma, un maestro. Anzi, un “professore” di ‘ndrangheta e d’inganni. Arcangelo Badolati – GDS

Il boss ordina, il dottore obbedisce: «Scrivi che ho crisi e voglio suicidarmi».
Il boss ordina, il medico obbedisce. Il dialogo intercettato dagli inquirenti nel corso delle indagini non lascia spazio ad alcun dubbio e allo stesso tempo disegna uno scenario criminale chiaro e inquietante. Eccolo.
PELLE – Se mi abbreviano due mesi, compare, che mi devono togliere due mesi di carcerazione vecchia… Siccome ho questa cosa di crisi, di crisi, di nervi, di cose… Vi chiamiamo come se mi sono sentito male… vi chiamiamo da casa, no? E poi mi fate un certificato voi… di te che mi sono sentito male… che mi sono venute queste crisi, cose…
MORO – Vi scrivo che vi risultano una crisi, una crisi di ansia… una crisi di panico… E che poi vi ho dato una terapia e vi ho fatto una puntura… vi ho dato delle gocce! Lo possiamo organizzare martedì… quando vi piace a voi… Voi chiamate il 118, gli dite che non respirate…
P. – Gli dico che sto male… ho stanchezza… ansia… depressione….
M. – Crisi di panico, sì sì! Depressione.
P. – Depressione maggiore!
M. – Depressione maggiore, sì, sì, sì…
P. – Scrivete il fatto che la famiglia… problemi… mi vengono le crisi di panico… che voglio suicidarmi!
M. – In questo modo la facciamo bella! Facciamo un film bello pulito! Eheh! Intanto vi preparo un bel certificato! I nostri paesani di San Luca lo sanno che sono assai generoso…
Non solo questa circostanza. Le intercettazioni a carico del medico Guglielmo Quartucci hanno consentito agli inquirenti di accertare che il professionista avrebbe rilasciato certificati compiacenti anche in favore di un agente di polizia, tale Andrea Conforti, arrestato per il tentato omicidio della moglie, nei confronti del quale era stata diagnosticata una sintomatologia depressiva, che gli consentì di tornare libero. Difensore del poliziotto era l’avvocato Francesco Cornicello. In quest’occasione è il legale che dà gli ordini e il medico, ancora una volta, obbedisce senza batter ciglio.
CORNICELLO – Siccome (il giudice) ha fissato l’interrogatorio di quello scemo di Conforti, no?
QUARTUCCI – Ah!
C. – Ora… Innanzitutto fagli una… una bella lezione di come deve muoversi… non deve dire di complotti… non deve dire tutte quelle minchiate che dice sempre! E deve dire che lui si prende le medicine e che sta bene… E poi fammi stampare un’altra relazione va’!
Q. – Va bene!
C. – Lunedì abbiamo l’interrogatorio in tribunale, e quindi ci andiamo con un’altra relazione, vediamo di farlo ancora. Costruiamo tutto il cappello, per poi mandarlo in libertà piano piano! Quando va dal giudice lunedì, senza che dice che ci sono complotti e cose! Gli dici che comunque ora stai bene, che ti stai prendendo le medicine… che sei tranquillo, punto e basta
Q. – Ah!
C. – E non dire sempre quelle solite minchiate stupide!
Q. – Va bene!
Domenico Malara – GDS