MESSINA, ATM: Interruzione di pubblico servizio, 49 condanne. Determinanti le annotazioni della Digos. Quel giorno lo sciopero non era stato preannunciato. LE REAZIONI DEL PDCI-FDS E DEL SINDACALISTA MARIANO MASSARO

25 gennaio 2012 Cronaca di Messina

Interruzione di pubblico servizio. Questo il reato penale per il quale sono stati condannati 49 tra sindacalisti e dipendenti dell’Atm. Il decreto è stata emesso dal gup Maria Vermiglio, che accogliendo le richieste del pm ha inflitto la pena di 570 euro di multa ciascuno, risultato della conversione in pena pecuniaria dei 20 giorni di reclusione, ridotti a 15 per la concessione delle attenuanti generiche. I 49 sono stati condannati perché, in concorso tra loro, occupando nel corso di uno sciopero del 6 novembre 2008 l’ingresso della sede di via La Farina dell’Atm, «impedivano il movimento degli automezzi così cagionando l’interruzione di pubblico servizio». Determinanti, per sostenere la tesi dell’accusa, le annotazioni della Digos. Questi i nomi dei 49 condannati: Salvatore Insana, Mario Gugliotta, Giovanni Burgio, Salvatore D’Onofrio, Francesco Luna, Maria Eleonora, Giuseppe Iannelli, Carmelo Cordaro, Vincenzo Alessandra, Antonino Visicaro, Federico Colone, Nicola Costa, Paolo Rodilosso, Giovanni Calapai, Francesco Urdì, Nunzio Bonina, Domenica De Francesco, Paola Bombaci, Cettina Bombaci, Filippo Iannelli, Paolo Frigione, Antonio Campo, Giuseppe Maiorana, Giovanni Raineri, Angelo Baglio, Edoardo Montebello, Antonio De Domenico, Giovanni Conti, Carmelo Altadonna, Tommaso Bertolone, Francesco Occhino, Antonino Parisi, Giuseppe Sottile, Filippo Muscolino, Francesco Smeralda, Pasquale Silipigni, Tommaso Gugliandolo, Francesco Alizzi, Nicolò Daniela, Antonino Botindari, Nicolò Silvio Paternò, Domenica Barbaro, Giuseppe Spadaro, Alessandro Rinaldi, Aurelio Abate, Benedetto Zappalà, Antonio Di Pietro, Filippo Sutera e Mariano Massaro. Per la maggior parte si tratta di dipendenti dell’Atm, molti sono sindacalisti, alcuni dei quali rappresentanti di vertice delle rispettive sigle. Si tratta, in ogni caso, di un decreto di condanna destinato a lasciare il segno nella storia degli scioperi, delle proteste cittadine e delle lotte sindacali, giungendo, tra l’altro, proprio nei giorni in cui l’intero Paese, dopo la Sicilia, è bloccato dalle manifestazioni degli autotrasportatori. I fatti che hanno portato alla condanna di lavoratori e sindacalisti risalgono al 6 novembre 2008. Quel giorno, senza i crismi dello sciopero “ufficiale” (era previsto quello nazionale dei trasporti per il 13 novembre, dunque per legge non ne potevano essere proclamati altri nè dieci giorni prima nè dieci giorni dopo), scoppiò in tutta la sua drammaticità la rabbia dei dipendenti dell’Atm, con una clamorosa protesta “spontanea” che paralizzò, di fatto, il trasporto pubblico in città. In quel periodo gli stipendi mancavano da tre mesi, i sindacati (seppur spaccati) erano perennemente sul piede di guerra e gli scontri lungo l’asse Messina-Palermo tra il sindaco Buzzanca ed il presidente della Regione Lombardo erano ancora allo stato embrionale, ma pronti ad appalesarsi. Quel giovedì 6 novembre fin dalle prime ore della mattina vennero bloccati tutti gli autobus e fermato anche il servizio del tram. «Non ci sono le condizioni fisiche e psicologiche per poter continuare a lavorare», dissero in coro i rappresentanti dei sindacati autonomi, che erano in disaccordo con i Confederali. Tutti, quel giorno, finirono per incrociare le braccia ma non mancarono i momenti di altissima tensione nel piazzale della sede dell’azienda, dove i tentativi di mediazione fallirono tutti miseramente. Un dipendente a bordo di un bobcat tentò anche di rimuovere gli ostacoli che impedivano l’entrata e l’uscita dei mezzi, per poi venire accerchiato dai colleghi, mentre un altro lavoratore si fece soccorrere da un’ambulanza in seguito ad una caduta. Insomma, una giornata di grande disperazione, sedata a fatica dalle forze dell’ordine. Ma fu solo l’incipit di una vertenza infinita (che, in fondo, non si può dire nemmeno conclusa a più di tre anni di distanza), che portò al blocco del trasporto pubblico in città per quattordici lunghi giorni. Dopo quella dura mattinata si susseguirono le assemblee, ci fu il corteo lungo la linea tranviaria, i sit-in di fronte Palazzo Zanca, l’incontro serale nella sede della “Gazzetta” con il governatore Lombardo. Oggi, a tre anni e mezzo di distanza, arriva la significativa condanna. Coi problemi dell’Atm sempre lì, immutati, ancora sul tappeto. Sebastiano Caspanello – GDS


LAVORATORI E SINDACALISTI CONDANNATI A MESSINA: MARTINO (PDCI-FDS), LA LEGGE SIA UGUALE PER TUTTI. SI CONDANNI ANCHE CHI NON PAGA GLI STIPENDI, METTENDO A RISCHIO LA VITA DEI DIPENDENTI.

“L’interruzione di pubblico servizio è un reato e, in quanto tale, va sanzionato ma bisognerebbe far valere il principio dell’isonomia, in base al quale tutti i cittadini sono uguali davanti alla legge”. Lo afferma Federico Martino, portavoce regionale del Partito dei Comunisti italiani-Federazione della Sinistra, commentando la sentenza di condanna di quarantanove persone, fra lavoratori dell’Atm di Messina e sindacalisti che nel 2008 al culmine di una protesta – esasperati perché da mesi non percepivano lo stipendio – impedirono l’uscita degli autobus dalla sede di via La Farina. Una provocazione che invita a riflettere quella di Martino, secondo il quale perché la legge sia davvero uguale per tutti, “sarebbero da condannare anche i vertici dell’Atm per tentato omicidio, perché se per sei mesi non paghi i lavoratori c’è il rischio che muoiano di fame”. Il dirigente del Pdci-FdS fa rilevare infine la solerzia e lo zelo con i quali le forze dell’ordine in Italia siano solite intervenire nei confronti dei lavoratori in lotta per difendere il posto di lavoro o il salario, “mentre per una settimana, presumibilmente dietro disposizioni ben precise, sembrano non essersi accorte di un’intera regione, la Sicilia, paralizzata e ‘interrotta’ in tutte le sue attività da un movimento di ispirazione quanto meno dubbia, come quello dei forconi”.

IL COMUNICATO DI MARIANO MASSARO
Sembra il remake della caccia alle streghe per distogliere l’attenzione dei cittadini dal pubblico disservizio che ha azzerato il trasporto pubblico locale di Messina, in buona sintesi si è verificato che qualche lavoratore, esasperato per assenza di salario da oltre tre mesi, ha ritenuto di accendere i riflettori sul proprio dramma posizionando dei cassonetti all’ingresso dell’ATM, motivo sufficiente per condannare in contumacia 49 lavoratori e qualche sindacalista che magari si trovava in loco per calmierare la vertenza e tentare di trasferire la discussione nei tavoli istituzionali. Non è mia intenzione fornire discolpe pubbliche personali, nonostante tutto è ancora integra la mia fiducia nella Legge, quando mi sarà notificato ciò che ho appreso dalla stampa non mancherò di esporre la mia versione dei fatti nelle sedi opportune ma al momento non posso omettere di rappresentare le ragioni dei lavoratori A.T.M., ancora una volta sbattuti agli onori della cronaca, spesso con l’infamante nomea di fannulloni, questa volta con l’accusa di interruzione di un pubblico servizio che nei fatti non esiste da oltre 10 anni. Evidentemente in una città anomala come Messina le condanne in contumacia (senza possibilità di discolpa) di una quarantina di lavoratori esasperati fa più notizia di 620 padri di famiglia senza stipendio da oltre tre mesi e di un servizio di trasporto che si pone ad emblema nazionale di mala gestione della cosa pubblica. Anche se nessuno ne parla, all’epoca dei fatti centinaia di lavoratori presentarono un Esposto Denuncia alla Procura della Repubblica per segnalare il reato di “Interruzione di servizio pubblico” perpetrato dall’Azienda partecipata dal Comune di Messina che esigeva le prestazioni lavorative senza erogare i corrispettivi stipendi, mi chiedo che fine abbiano fatto le denunce dei lavoratori che, fra l’altro, rappresentavano la difficoltà, indotta, di raggiungere il posto di lavoro con i propri mezzi, qualcuno ha dovuto vendere la macchina per garantire il sostentamento della famiglia, altri non erano nelle condizioni di rinnovare le assicurazioni né di acquistare il carburante necessario a raggiungere giornalmente il posto di lavoro e, manco a dirlo, il trasporto pubblico locale di Messina non garantisce collegamenti nelle ore notturne in cui cominciano i turni dei lavoratori A.T.M. E’ lecito consentire a un qualsivoglia datore di lavoro di pretendere il mantenimento della produzione senza pagare i lavoratori? In ATM è diventato normalità, perchè nessuno paga? Attualmente i dipendenti ATM attendono la tredicesima e gli stipendi di dicembre e gennaio, si aspetta di vederli esasperati per poi denunciarli? E’ questo il modo di affrontare la conclamata incapacità delle Amministrazioni di fornire i servizi per cui i cittadini pagano esose tasse? L’Azienda e l’Amministrazione che non garantiscono i mezzi pubblici e non pagano gli stipendi non commettono il reato di interruzione di pubblico servizio? Mi sia consentito di asserire che si sta ruotando intorno al problema per evitare di centrare l’obiettivo, se rispetto della legalità dev’esserci non può essere evocato unicamente in occasione delle manifestazioni dei lavoratori che ancora oggi sono costretti a mendicare il salario indispensabile per campare, per affrontare il problema alla radice bisognerebbe rivolgersi agli occupanti delle poltrone che negli anni hanno governato Messina e l’ATM. La Legge impone al Comune di ripianare le fisiologiche perdite di esercizio delle aziende partecipate, tutti sanno che le Amministrazioni succedutesi negli anni hanno omesso di ripianare il debito dell’ATM trascinando l’azienda all’attuale crac (oltre 50 milioni di debito pubblico), nessuno ha pagato e nessuno paga, tutto procede all’interno del silenzio connivente, eppure la Legge in merito è chiara: se i bilanci dichiarati dall’azienda sono plausibili il Comune ha il dovere di coprire il disavanzo necessario al mantenimento del servizio, se invece i bilanci aziendali non corrispondono al vero o presentano spese non compatibili con la gestione del servizio non è sufficiente bocciarli in Consiglio Comunale, l’Amministrazione avrebbe il dovere di denunciare i vertici aziendali che hanno prodotto eventuali bilanci “falsati”. Nulla di tutto questo, “chi ha avuto ha avuto chi ha dato ha dato”… liquidiamo l’azienda e scordiamoci il passato… per coprire il debito pregresso c’è sempre il cittadino Pantalone mentre la parte produttiva dell’azienda è destinata ad essere trasferita in mani private… e se i lavoratori reagiscono al diktat è sufficiente denunciarne qualcuno per educarli tutti. Per non parlare della cogestione politico/sindacale più volte denunciata anche da alcuni apicali aziendali… Quando assisteremo ad un’inchiesta sulle carriere facili, Posti al sole, discutibili investimenti di denaro pubblico, favoritismi e nepotismi su cui nessuno intende ficcare il naso? Chi giudicherà le disastrose gestioni commissariali che hanno bruciato denaro pubblico senza pagare fio? Il problema dell’ATM sono i lavoratori esasperati che dopo tre mesi senza stipendio tentano di svegliare le istituzioni scendendo in piazza? Come Or.S.A. Affronteremo tutti i passaggi necessari per la tutela dei nostri iscritti coinvolti nella spiacevole vicenda facendoci carico delle spese legali, ma sia chiaro a tutti che “l’incidente di percorso” non servirà da deterrente alla nostra azione sindacale trasparente, volta a sfruttare ogni strumento lecito per tutela dei diritti dei lavoratori ATM che la campagna denigratoria, costruita ad arte, descrive come il peggio della società per coprire le malefatte e l’incapacità gestionale degli amministratori sui quali nessuno osa indagare.
Cordiali Saluti
Mariano Massaro