REGGIO CALABRIA: CONDANNATO A DUE ANNI DI RECLUSIONE PER FALSA TESTIMONIANZA IL MAGISTRATO OLINDO CANALI. IN ALTRO PROCESSO CONDANNATO, SEMPRE A DUE ANNI, IL BOSS GULLOTTI PER MINACCIA ALLA CORTE D'ASSISE D'APPELLO DI MESSINA

IL MAGISTRATO OLINDO CANALI, ASSISTITO DALL’AVVOCATO FRANCESCO ARATA DI MILANO, E’ STATO CONDANNATO DAL GUP CINZIA BARILLA’ A DUE ANNI DI RECLUSIONE PER FALSA TESTIMONIANZA, SENZA L’AGGRAVANTE MAFIOSA, COMMESSA NEL 2009 INNANZI ALLA CORTE D’ASSISE D’APPELLO DI MESSINA NEL PROCESSO MARE NOSTRUM. NEL PROCESSO PARALLELO, LO STESSO GUP HA CONDANNATO IL CAPOMAFIA DI BARCELLONA P. G. GIUSEPPE GULLOTTI A DUE ANNI DI RECLUSIONE PER MINACCIA, CON L’AGGRAVANTE MAFIOSA, ALLA CORTE D’ASSISE D’APPELLO DI MESSINA IN SEGUITO ALLE DICHIARAZIONI SPONTANEE RESE DA IMPUTATO SEMPRE DURANTE IL PROCESSO MARE NOSTRUM. IL BOSS GIUSEPPE GULLOTTI E’ STATO ANCHE CONDANNATO AL RISARCIMENTO DEI DANNI NEI CONFRONTI DELL’AVVOCATO FABIO REPICI, CHE SI ERA COSTITUITO PARTE CIVILE. EDG

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I FATTI
IL PROCESSO AL GIUDICE CANALI

La storia è quella ormai nota del memoriale scritto nel lontano 2006 e delle sue presunte “duplicazioni”. Il giorno in cui avvenne tutto è quello della sua deposizione in aula, il 15 aprile del 2009. L’11 gennaio si è aperto a Reggio Calabria il processo per il magistrato milanese Olindo Canali, per tanti anni in servizio alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, che rispondeva dell’accusa già cristallizzata in una richiesta di rinvio a giudizio nei mesi scorsi del collega della Dda di Reggio Calabria Federico Perrone Capano, controfirmata dal procuratore capo Giuseppe Pignatone. Si tratta di falsa testimonianza «con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostra ed in particolare della sua articolazione di Barcellona Pozzo di Gotto, facente capo a Gullotti Giuseppe». Quindi viene anche contestata l’aggravante prevista dall’articolo 7 della legge n. 203/1991. La falsa testimonianza, ha scritto il sostituto della Dda reggina Perrone Capano, sarebbe stata commessa nel corso della seconda parte della deposizione che Canali fece il 15 aprile del 2009 davanti alla corte d’assise d’appello del maxiprocesso “Mare Nostrum”, di cui tra l’altro il magistrato milanese era stato pubblico ministero in primo grado, applicato per questo alla Distrettuale antimafia. E si sarebbe concretizzata con una condotta specifica, perché nel corso della testimonianza resa in aula, Canali «negava il vero sostenendo di non aver redatto, nel periodo immediatamente successivo alle festività natalizie 2005, documenti e memoriali, relativi all’omicidio Alfano, diversi ed ulteriori rispetto al file inviato per posta elettronica al giornalista Leonardo Orlando e negava il vero sostenendo di non aver ricevuto confidenze da Beppe Alfano in merito all’omicidio in danno di Giuseppe Iannello». Quindi avrebbe negato l’esistenza di più memoriali. L’ex pm sostenne l’accusa nel corso del processo di primo grado per la morte del cronista de “La Sicilia”, e proprio con Alfano ebbe una costante frequentazione proprio fino alla mattina di quell’8 gennaio del 1993. La deposizione che costituisce il canovaccio dell’accusa si tenne in due parti nel corso del maxiprocesso d’appello “Mare Nostrum” a capi e gregari della mafia tirrenica, il 6 e il 15 aprile del 2009. E fu praticamente necessitata dal fatto che qualche tempo prima nel corso di una precedente udienza alcuni difensori avevano chiesto di mettere agli atti un memoriale pervenuto al loro studio in forma anonima. Solo in un secondo momento Canali riconobbe la paternità del memoriale, e la corte d’assise d’appello decise di sentirlo in aula, acquisendo il documento agli atti.

IL PROCESSO AL BOSS GULLOTTI
Il processo al boss Gullotti è stato originato da una lunga e dettagliata relazione di servizio che il 13 marzo del 2009 scrisse il sostituto della Dda messinese Fabio D’Anna, uno dei magistrati che rappresentò l’accusa al maxiprocesso “Mare Nostrum”, sia in primo grado sia in appello, in questo caso accanto al collega della Procura generale peloritana Salvatore Scaramuzza. L’atto il pm D’Anna lo inviò al capo del suo ufficio, Guido Lo Forte, e il procuratore di Messina lo girò per competenza ex art. 11 c.p.c. al collega di Reggio Calabria Giuseppe Pignatone. In quella relazione il pm D’Anna segnalava tra l’altro al capo del suo ufficio la vicenda del memoriale di Canali e la lunga deposizione del boss Gullotti («… ha concluso le sue dichiarazioni formulando quelle che, almeno a mio avviso ma questa è stata l’impressione di tutti i presenti, sono state delle vere e proprie minacce nei confronti di tutti…»).

IL COMMENTO DI SONIA ALFANO (IDV): ‘OLINDO CANALI CONDANNATO PER FALSA TESTIMONIANZA, SPERO CHE IL CSM E L’ANM PROVVEDANO DI CONSEGUENZA’.
PALERMO, 14 MAR. – “Ci sono voluti anni e moltissime energie per dimostrare chi fosse il magistrato Olindo Canali, ma alla fine la verità è venuta a galla. Mi auguro che anche il Csm e la magistratura associata – e in particolare quella parte di Magistratura Democratica che fino a oggi l’ha protetto – prendano atto della gravità di quanto accaduto e provvedano di conseguenza, almeno sospendendo un magistrato indegno, oggi anche secondo una sentenza pronunciata in nome del popolo italiano, di amministrare giustizia. Anche se non è stata riconosciuta l’aggravante mafiosa, rimane il fatto che Canali è stato condannato per falsa testimonianza, quindi per un delitto contro l’amministrazione della giustizia commesso nel maxiprocesso alla mafia barcellonese. La falsa testimonianza di Canali, infatti, consistita nel negare dolosamente circostanze utili alla conferma della condanna del boss Gullotti all’ergastolo per il duplice omicidio Iannello-Benvenga, ha contribuito a riformare in appello la condanna all’ergastolo emessa in primo grado nei confronti del boss Giuseppe Gullotti per un duplice omicidio. Su quel delitto Canali aveva ricevuto informazioni da mio padre, poche settimane prima del suo assassinio avvenuto l’8 gennaio del 1993. E’ utile ricordare che Giuseppe Gullotti era già stato condannato con sentenza definitiva in qualità di organizzatore dell’omicidio di mio padre a 30 anni di reclusione, anziché all’ergastolo, solo perché l’allora pubblico ministero Olindo Canali aveva ‘dimenticato’ di inserire nel capo d’imputazione l’aggravante della premeditazione. I depistaggi e la cattiva condotta di questo abietto magistrato in relazione alle indagini sull’omicidio di mio padre, oggi che è stato condannato, sono più evidenti a tutti. Spero che giustizia sia fatta, una volta per tutte”. Lo ha detto l’eurodeputata di IdV Sonia Alfano, commentando la condanna del magistrato brianzolo Olindo Canali emessa oggi dal Gup di Reggio Calabria Cinzia Barillà.. Il magistrato è stato oggi condannato a 2 anni di reclusione per una falsa testimonianza commessa nel 2009 innanzi alla Corte d’Assise d’appello di Messina nel processo Mare Nostrum. In parallelo processo lo stesso Gup oggi ha condannato il capomafia di Barcellona Pozzo di Gotto (ME) Giuseppe Gullotti a 2 anni di reclusione per minaccia, con l’aggravante mafiosa, alla Corte d’Assise d’appello di Messina commessa con dichiarazioni spontanee rese da imputato nel processo Mare Nostrum. Gullotti è stato anche condannato al risarcimento dei danni nei confronti dell’avvocato Fabio Repici, che si è costituito parte civile.

da GAZZETTA DEL SUD
Falsa testimonianza, 2 anni a Canali. L’ex sostituto procuratore di Barcellona non ha però favorito la mafia.

Due anni di condanna con pena sospesa per il reato di falsa testimonianza, con l’esclusione dell’aggravante mafiosa che contestava inizialmente l’accusa. È questa la sentenza decisa nella tarda mattinata di ieri dal gup di Reggio Calabria Cinzia Barillà per il magistrato milanese Olindo Canali, per tanti anni in servizio alla Procura di Barcellona Pozzo di Gotto, in provincia di Messina. L’accusa, il pm Federico Perrone Capano, il magistrato che all’epoca condusse gli accertamenti insieme al suo capo dell’ufficio, il procuratore di Reggio Giuseppe Pignatone, aveva chiesto una condanna più dura, a 4 anni di reclusione, ritenendo sussistente anche l’aggravante dell’art. 7 della legge n. 203/91. Canali infatti, che ieri era in aula a Reggio insieme ai suoi due difensori, gli avvocati Fabrizio Formica e il suo collega di Milano Francesco Arata, era originariamente accusato di falsa testimonianza «con l’aggravante di aver commesso il fatto al fine di agevolare l’attività dell’associazione di tipo mafioso denominata Cosa nostra ed in particolare della sua articolazione di Barcellona Pozzo di Gotto, facente capo a Gullotti Giuseppe». La vicenda è quella ormai nota del memoriale scritto dal magistrato nel lontano 2006 su tutta la sua esperienza barcellonese e delle presunte “duplicazioni” dell’atto, mentre il giorno in cui si sarebbe concretizzata la falsa testimonianza è quello della sua deposizione in aula, nel 2009, al maxiprocesso d’appello “Mare Nostrum”, di cui tra l’altro il magistrato fu pubblico ministero in primo grado, applicato per questo alla Distrettuale antimafia di Messina. E si sarebbe concretizzata con una condotta specifica, perché nel corso della testimonianza resa in aula, Canali «negava il vero sostenendo di non aver redatto, nel periodo immediatamente successivo alle festività natalizie 2005, documenti e memoriali, relativi all’omicidio Alfano, diversi ed ulteriori rispetto al file inviato per posta elettronica al giornalista Leonardo Orlando e negava il vero sostenendo di non aver ricevuto confidenze da Beppe Alfano in merito all’omicidio in danno di Giuseppe Iannello». Quindi avrebbe negato l’esistenza di più memoriali e le confidenze di Alfano sull’omicidio Iannello. L’ex pm sostenne l’accusa nel corso del processo di primo grado per la morte del cronista de “La Sicilia” Beppe Alfano, ucciso dalla mafia, e proprio con Alfano ebbe una costante frequentazione proprio fino alla mattina di quell’8 gennaio del 1993, il giorno in cui fu ucciso. La deposizione che ha costituito il punto fermo dell’accusa si tenne in due parti nel corso del maxiprocesso d’appello “Mare Nostrum” a capi e gregari della mafia tirrenica, il 6 e il 15 aprile del 2009. E fu necessitata dal fatto che qualche tempo prima nel corso di una precedente udienza alcuni difensori avevano chiesto di mettere agli atti un memoriale pervenuto al loro studio in forma anonima. Solo in un secondo momento Canali riconobbe la paternità del memoriale, e la corte decise di sentirlo in aula, acquisendo il documento agli atti. NUCCIO ANSELMO – GDS

Inflitti 24 mesi di reclusione a Gullotti.
SEMPRE IERI MATTINA lo stesso gup di Reggio Calabria, Cinzia Barillà, ha condannato a due anni di reclusione il boss mafioso barcellonese Giuseppe Gullotti detto “l’avvocaticchio” con l’accusa di minaccia ad un corpo giudiziario, per la lunga deposizione in videoconferenza che il boss rilasciò all’udienza dell’11 marzo del 2009 tenutasi a Messina davanti alla corte d’assise d’appello del maxiprocesso alle cosche mafiose tirreniche e nebroidee, denominato “Mare Nostrum”. Il pm Federico Perrone Capano aveva invece chiesto per l’accusa una condanna a 2 anni e 8 mesi di reclusione. Il gup Barillà ha anche disposto la condanna di Gullotti a un risarcimento di 8.000 euro a favore dell’avvocato Fabio Repici, che in questo procedimento si era costituito parte civile. Il boss Gullotti, che è stato assistito dagli avvocati Franco Bertolone e Tommaso Autru Ryolo, nel corso di quella deposizione fece tra l’altro pesanti allusioni ai giudici popolari. Il processo è stato originato da una relazione di servizio che il 13 marzo del 2009 scrisse il sostituto della Dda messinese Fabio D’Anna. In quella relazione il pm segnalava tra l’altro la vicenda del memoriale di Canali e la lunga deposizione del boss Gullotti. (n.a.)