MESSINA: Processo "Vivaio", la Corte d'assise in camera di consiglio. Dopo la replica del pm dichiarato chiuso il dibattimento. A metà settimana la sentenza

27 marzo 2012 Cronaca di Messina

Una breve replica tecnica per ribadire le richieste dell’accusa, la produzione di alcuni atti da parte del difensore del boss Bisognano. E dopo tutto questo da ieri mattina giudici e giurati della Corte d’assise presieduta dal magistrato Salvatore Mastroeni per il processo “Vivaio” si sono ritirati in camera di consiglio. Impossibile fare previsioni ma probabilmente a metà settimana, forse già domani, si avrà la sentenza di uno dei procedimenti contro la mafia barcellonese più importanti e incisivi degli ultimi anni. Ieri mattina è stato il sostituto della Dda Giuseppe Verzera, che nelle scorse settimane si è alternato nella lunga e complessa requisitoria con il collega della Procura di Barcellona Francesco Massara, a reiterare le richieste dell’accusa in questo procedimento, che erano state depositate formalmente il 2 marzo scorso: 170 anni di carcere e un ergastolo, in sintesi. E sempre nelle scorse settimane si sono registrati i numerosi interventi prima delle parti civili e poi dei difensori tra i tanti avvocati che assistono i veti imputati. Tornando a ieri uno dei difensori del pentito Carmelo Bisognano, l’avvocato Maria Cicero, ha prodotto tra l’altro alcune precedenti sentenze che riguardano il suo assistito e anche un verbale delle dichiarazioni che lo stesso Bisognano rilasciò al sostituto della Dda Verzera nel 2011 spiegando per filo e per segno gli interessi della mafia barcellonese nel business della gestione dei rifiuti e delle discariche. Già prima di mezzogiorno il presidente Mastroeni ieri ha dichiarato chiuso il dibattimento e ha invitato il giudice a latere Fabio Pagana e i giurati a seguirlo in camera di consiglio. Saranno giorni di studio tra decine di faldoni, per poi emettere la sentenza di primo grado. Il 2 marzo scorso l’accusa aveva invocato l’ergastolo per Aldo Nicola Munafò in relazione all’uccisione di Rottino, e una pena elevata per Tindaro Calabrese, il boss del clan dei Mazzarroti che successe a Bisognano: 30 anni di reclusione e 2.500 euro di multa. Per il boss pentito Bisognano i pm Verzera e Massara avevano chiesto 6 anni di carcere, 1.600 euro di multa, le attenuanti generiche e quella specifica per i collaboratori di giustizia (anche l’assoluzione da uno dei quattro capi d’imputazione). Ecco le altre richieste: Bartolo Bottaro, 3 anni e 10 mesi; Antonino Calcagno, assoluzione; Agostino Campisi, 16 anni, 1.700 euro di multa e assoluzione da un capo d’imputazione; Salvatore Campanino, 12 anni, 1.200 euro di multa e assoluzione dal capo 12; Alfio Giuseppe Castro, 8 anni e 6 mesi più 1.400 euro di multa; Maria Luisa Coppolino, 6 anni e 900 euro di multa; Salvatore Fumia, 8 anni e 10 mesi di carcere e 1.200 euro di multa; Aurelio Giamboi, 3 anni e 2 mesi; Cristian Giamboi, assoluzione; Sebastiano Giambò, 8 anni e 4 mesi; Giacomo Lucia, assoluzione; Michele Rotella, 16 anni di reclusione, 1.500 euro di multa e assoluzione dei capi 7 e 8; Stefano Rottino, 10 anni e 10 mesi di carcere e 800 euro di multa; Thomas Sciotto, 3 anni e 2 mesi; Nunziato Siracusa, 17 anni e 1.800 euro di multa; Carmelo Salvatore Trifirò, 16 anni e 10 mesi, più 2.100 euro di multa; Giuseppe Triolo, 3 anni e 2 mesi. Nuccio Anselmo – GDS

La vicenda.
L’indagine “Vivaio” dei carabinieri del Ros sfociò nell’aprile del 2008 in 15 arresti e censì un’organizzazione mafiosa che si articolava nella cosca dei “Mazzarroti” (considerata una cellula della famiglia mafiosa barcellonese), nel gruppo dei barcellonesi, e nella frangia etnea dei santapaolani. L’udienza preliminare si concluse nell’aprile del 2009 davanti al gup Giovanni De Marco con venti rinvii ai giudizio e il riconoscimento della “connessione” con l’omicidio di Antonino “Ninì” Rottino (ecco il perché del processo celebrato in corte d’assise), che fu un’esecuzione mafiosa per riequilibrare la geografia criminale nell’hinterland tirrenico, un “messaggio” al boss pentito Bisognano. Oltre a certificare gli interessi mafiosi dei barcellonesi nelle due discariche di Tripi e Mazzarrà Sant’Andrea ha avuto al centro le imposizioni della “famiglia” nei subappalti e nelle forniture dei materiali delle società controllate dal gruppo criminale, le compravendite di terreni e le speculazioni sulle aree che servivano per ampliare i siti di smaltimento dei rifiuti, le richieste di denaro, gli incendi e le minacce. Una vera e propria pressione mafiosa esercitata tra Mazzarrà Sant’Andrea, Terme Vigliatore, Barcellona, Furnari, Tripi, Falcone, Monforte San Giorgio, Merì, Pace del Mela, Novara di Sicilia.