MESSINA: Requisiti ai Lamonica beni per 30 milioni. I fratelli sono ritenuti contigui alla mafia tirrenico-nebroidea. Interessi nell'edilizia e nel settore eolico

La poderosa quanto rapida ascesa degli imprenditori Lamonica di Caronia sarebbe contrassegnata da attività poco lecite. E la contiguità con esponenti di spicco di gruppi mafiosi operanti nella fascia tirrenico-nebroidea della provincia di Messina avrebbe creato terreno più che fertile. È quanto sostengono gli inquirenti, che hanno disposto di “congelare” i frutti raccolti dai fratelli Antonino e Teodoro nel corso dell’ultimo decennio. Così gli uomini della Direzione investigativa antimafia peloritana hanno messo sotto chiave un patrimonio per un valore di circa 30 milioni di euro, innanzitutto capitali sociali e beni di 5 società, operanti nel settore dell’edilizia, e un impianto per la produzione di calcestruzzo e pietrisco. Distinti i provvedimenti di sequestro emessi dalla Sezione misure di prevenzione del Tribunale di Messina. Destinatario del primo, Antonino Lamonica, 46 anni, imprenditore, mentre il secondo interessa il fratello Tindaro, 52 anni, attivo nel campo dell’imprenditoria e non solo: è anche consigliere comunale di Caronia, eletto nel maggio dello scorso anno nel gruppo di minoranza. Ai due, molto conosciuti nell’hinterland nebroideo, sono stati requisiti la “Co.Ge.Gam srl”, “Eco Serv srl”, “Lamonica Giuseppe srl”, “Lamonica costruzioni snc di Lamonica Giuseppe & figli”, tutte con sede a Caronia, e la “Società appalti Petrano srl”, con sede legale a Cagli, in provincia di Pesaro e Urbino. Misura “ablativa” anche per 13 appartamenti, taluni di particolare pregio, 2 terreni di notevole estensione, numerosi rapporti bancari, polizze vita e 50 veicoli, tra cui vetture di grossa cilindrata (Bmw X5 e X6, un’Audi A6), macchine operatrici, autocarri e autobetoniere. È l’esito di una complessa indagine diretta dal sostituto procuratore della Repubblica presso la Direzione distrettuale antimafia di Messina Vito Di Giorgio, sotto il coordinamento del procuratore capo Guido Lo Forte. Avvalendosi del prezioso operato della Dia peloritana , guidata dal tenente colonnello Danilo Nastasi, sono state ricostruite le “conquiste” dei Lamonica, da tempo a capo di un consolidato gruppo con interessi anche al di fuori della Sicilia, con un fatturato di oltre 2 milioni di euro l’anno. Lente indirizzata sul sospetto profilo sperequativo tra i beni posseduti e i redditi dichiarati, sui rapporti di amicizia e di frequentazione con soggetti di spicco di Cosa nostra, di cui si sarebbero serviti per conseguire facilitazioni nell’aggiudicazione di commesse pubbliche, come subappalti nel completamento dell’autostrada Messina-Palermo o nei lavori di metanizzazione in alcuni comuni dei Nebrodi. Gli investigatori ritengono pure che le imprese riconducibili ai due fratelli avrebbero operato nella costruzione di parchi eolici nell’Isola e in altre regioni. Fondamentali si sono rivelate l’analisi dei procedimenti penali per associazione mafiosa che hanno coinvolto i Lamonica, gli esiti delle verifiche finanziarie e le dichiarazioni di alcuni collaboratori di giustizia del calibro di Ruggero Anello e, più recentemente, Carmelo Bisognano. Questi ultimi, tra le altre cose, avrebbero confermato la vicinanza dei due imprenditori a Pino Lo Re, della “famiglia” palermitana San Mauro Castelverde. Riccardo D’Andrea – GDS

Il sequestro.
Ai due imprenditori Antonino e Tindaro Lamonica sono stati sequestrati i capitali sociali e i beni di cinque società, tutte operanti nell’edilizia: la “Co.ge.g.a.m.” srl, la “Eco Serv” srl, la “Lamonica Giuseppe” srl, la “Lamonica Costruzioni snc di Lamonica Giuseppe & figli”, tutte con sede a Caronia, nonché la “S.a.p. – Società appalti Petrano” srl, con sede legale a Cagli (Pesaro Urbino).
Gli altri beni sottoposti a sequestro sono: 13 appartamenti (alcuni di pregio), due terreni di notevole estensione, ubicati nel comune di Caronia, 50 veicoli (tra cui vetture di grossa cilindrata quali una Bmw X5, una Bmw X6 ed una Audi A6 3.0), macchine operatrici, autocarri ed autobetoniere, nonché numerosi rapporti bancari e polizze vita. Il valore complessivo dei beni e delle disponibilità sottoposte a sequestro è orientativamente stimato in circa 30 milioni di euro.

Quello scomodo capocantiere licenziato e le controversie con il clan dei Batanesi.
Dal procedimento, che trae origine da una segnalazione del procuratore della Repubblica di Mistretta all’omologo di Messina, scaturiscono due diverse ordinanze: una colpisce Antonino Lamonica, l’altra il fratello Tindaro. In entrambi i casi a pronunciarsi è il Tribunale di Messina, Sezione misure di prevenzione, composto dai giudici Nunzio Trovato (presidente), Antonino Giacobello e Maria Luisa Materia, che ha disposto il sequestro dei beni, per un valore di 30 milioni. Il patrimonio sarà gestito dallo stesso Trovato e dagli amministratori Giuseppe Giuffrida, di Catania, e Massimo Galletti, avvocato messinese, fino all’udienza dell’8 maggio. Giorno in cui si discuterà la proposta di applicazione della misura di prevenzione personale e della conseguente confisca. Per «inquadrare la posizione assunta da Antonino Lamonica nella vicenda in esame – scrive il presidente Nunzio Trovato – si riportano alcuni passaggi chiave della sentenza relativa all’operazione “Barbarossa, conclusa in primo grado con la sua condanna a 4 anni e 6 mesi di reclusione, per estorsione aggravata in concorso con Ruggero Anello, Giuseppe Lo Re, Francesco Biondo e Gaetano Letizia». I lavori relativi alla costruzione del tratto autostradale indicato come lotto n.25, 1° stralcio, denominato “Galleria Caronia”, per un importo di circa 26 miliardi, furono aggiudicati in appalto all’ente “Caronia Uno”. A causa di «alcune scelte antieconomiche, il cantiere era precipitato in una profonda crisi, accumulando un passivo consistente». Quindi «veniva mandato in Sicilia il geometra Mario Ambrosi. Uno dei primi accorgimenti fu quello di ripianare il deficit, realizzando direttamente all’interno del cantiere un impianto di calcestruzzo, piuttosto che acquistarlo da terzi». Ambrosi ottenne il via libera dalla sede centrale e ne venne a conoscenza anche Antonino Lamonica, che, si legge nel decreto, «viene casualmente in possesso del fax con il quale la sede centrale autorizzava il geometra Ambrosi a realizzare l’impianto, incaricandolo di individuare un’area idonea allo scopo». Alla fine, grazie all’interessamento «dei suoi referenti locali (Giuseppe Lo Re di Tortorici e Gaetano Letizia, che chiedono l’intervento di Ruggero Anello e quindi dei fratelli Biondo), il piano va a buon fine e il geometra, nonostante gli ottimi risultati ottenuti, viene licenziato». Un importante riscontro viene da una conversazione intercettata il 21 dicembre 1997 tra Antonino Lamonica, Letizia e Anello. Il primo dice, riferendosi ad Ambrosi: «Uno anche quando ci ho detto l’equilibrio… non è che… si possono rompere… io non mi sottometto a nessuno… quello è sicuro dei fatti suoi non si spaventa di niente». E ancora: «Non ha senso… che deve montare l’impianto lui…». La conversazione si conclude con la seguente frase di Anello: «Ora l’aggiustiamo questa cosa». E così fu. Nella parte del provvedimento relativa all’operazione “Montagna” vengono ripercorsi gli «scambi di favori» tra Pino Lo Re e gli imprenditori Lamonica. «Nel 2005», rileva il presidente Trovato, «si comprendeva che Lo Re avesse forti cointeressenze nella gestione di alcuni lavori pubblici a Caronia, gestiti dall’impresa di Tindaro Lamonica. Si rivolgeva agli operai come, se di fatto, fossero suoi dipendenti e chiedeva… un escavatore in prestito». Citate, poi, le controversie tra i “Batanesi” e i Lamonica e i danneggiamenti subiti da questi ultimi. Tra le opere contese la metanizzazione sulla Sp 168 Caronia-Capizzi: nel 2005, «personale del Norm dei carabinieri notava fiamme provenienti dall’impianto di calcestruzzi e inerti di proprietà dei fratelli Lamonica», attentato «messo a segno dal commando batanese».(r.d.)

«Hanno approfittato dei legami con Cosa nostra».
L’ascesa dei Lamonica si può inquadrare alla fine degli anni Novanta, quando vennero a galla «i rapporti tra mafia e imprenditoria». Il procuratore capo Guido Lo Forte ha ricostruito il “cammino” di Antonino e Tindaro, rimarcando i legami tra la famiglia Lo Re, attiva nella zona di Cefalù, e le cosche che controllavano il territorio tra S. Agata Militello, S. Stefano di Camastra e Caronia. La torta da spartirsi era costituita dai lavori di realizzazione dell’A20: «Un’importante conferma arriva dalle dichiarazioni del collaboratore di giustizia Ruggero Anello, che ha fatto una ricostruzione “interessante e corretta” delle geografia mafiosa della parte occidentale della provincia di Messina», ha detto Lo Forte. Il quale si è soffermato sui collegamenti tra la mafia di Mistretta e il mandamento di San Mauro Castelverde. «Le testimonianze di Anello sono state prima utilizzate nell’operazione S. Lorenzo e poi trasmesse per competenza a Messina per ricostruire le attività criminali della provincia». Emblematica la vicenda di uno stralcio dei lavori dell’A20, tra i capoluoghi peloritano e palermitano. «Alla fine degli anni ’90 dettava legge la “famiglia” di Giuseppe Lo Re, la cui impresa di fiducia era quella dei fratelli Lamonica. Il subappalto del Consorzio Caronia 1, per la fornitura di calcestruzzi e il movimento terra, fu assegnato alla loro ditta. Quando arrivò un nuovo direttore dei lavori, che si accorse di diseconomie di gestione e sospettò sull’affidamento dell’appalto a una ditta locale, venne rimosso, grazie all’intervento di Cosa nostra palermitana», ha affermato il procuratore capo. Secondo il sostituto Vito Di Giorgio i Lamonica «non sono organici alla mafia ma contigui». Avrebbero «stipulato un accordo che prevedeva vantaggi reciproci in tempi rapidi». Il capo della Sezione operativa della Dia, Danilo Nastasi, ha invece ricordato che «i subappalti si estendono pure al settore dell’eolico in Calabria, aspetto su cui sono in corso indagini». Alla conferenza stampa hanno preso parte anche Giuseppe Ruà e Michele Viola (entrambi della Dia di Messina).(r.d.)

I guai con la giustizia iniziano alla fine degli anni Novanta.
Caronia – Fissata il prossimo 8 maggio l’udienza al Tribunale di sorveglianza di Messina, durante la quale i fratelli Antonino e Tindaro Lamonica, assistiti dall’avvocato Alessandro Pruiti Ciarello, chiederanno il dissequestro dei beni messi sotto chiave dalla Dia. Nel frattempo, l’11 aprile, nell’aula della Corte d’appello, inizierà il processo di secondo grado relativo all’operazione “Barbarossa”, che vede tra gli imputati proprio Antonino Lamonica che, con il rito abbreviato, è stato condannato alla pena di 4 anni e 6 mesi di reclusione, e il fratello Tindaro, per il quale il pubblico ministero aveva chiesto la condanna a 12 anni, fu assolto. Nell’inchiesta “Barbarossa”, scattata il 28 luglio 1999 e culminata con l’esecuzione di 46 ordinanze di custodia cautelare, 33 eseguite dalla Dda di Palermo (filone denominato operazione “San Lorenzo”) e 13 dai colleghi di Messina, comparve per la prima volta il nome di Antonino Lamonica nelle cronache giudiziarie. Ad arrestarlo furono i carabinieri della compagnia di S. Stefano Camastra. Contestato il reato di associazione mafiosa nell’ambito dei lavori di completamento dell’autostrada Messina-Palermo, nel tratto compreso tra l’allora svincolo di Furiano di Caronia e S. Stefano di Camastra. In particolare, l’impresa dei Lamonica, che si occupava delle forniture di calcestruzzo, aveva ottenuto uno dei subappalti, in maniera regolare, almeno secondo il bando di gara. La Dda di Palermo contestò i rapporti con Giuseppe “Pino” Lo Re, considerato il referente su Caronia per conto di Cosa Nostra palermitana. Antonino Lamonica tornò in libertà nel marzo 2000 e per la tranche palermitana, relativa all’operazione “San Lorenzo”, fu assolto, sia in primo che in secondo grado. Successivamente, il procedimento legato al filone della Dda di Messina, seppur con notevole ritardo sui tempi, approdò al dibattimento: Antonino Lamonica venne giudicato e condannato, come detto, a 4 anni e mezzo in attesa del prossimo appello. Sempre Antonino Lamonica, inoltre, è stato recentemente ammanettato e poi tornato in libertà dopo la convalida dell’arresto, per la vicenda dello sversamento di percolato della discarica di contrada Formaggiara, a Tripi. Giuseppe Lazzaro – GDS