BARCELLONA P. G.: Usura ed estorsione, 6 anni a imprenditore agrumario Saverio Imbesi che dovrà risarcire pure la Fondazione antiracket

4 aprile 2012 Cronaca di Messina

I giudici del Tribunale di Barcellona Pozzo di Gotto hanno condannato a 6 anni e 6 mesi di reclusione e al pagamento di una multa di 2 mila euro, l’imprenditore agrumario Saverio Imbesi, 49 anni, perché riconosciuto colpevole di usura ed estorsione ai danni del titolare di una azienda zootecnica dell’hinterland che commercializzava carni con un punto vendita a Barcellona. Quest’ultimo – secondo le accuse – è stato strozzato economicamente per anni con richieste di pagamento che ben presto si sarebbero trasformate in estorsioni. Con la sentenza di condanna decisa dal Tribunale, presidente Maria Celi, componenti Sara D’Addea e Francesco Catanese, è stato stabilito che l’imputato dovrà pagare una provvisionale di 50 mila euro in favore della vittima che nel processo si è costituita parte civile con l’avv. Guido Martini. Lo stesso imputato dovrà risarcire i danni complessivi in sede civile, oltre che alla stessa vittima, anche alla Fondazione antiusura “Padre Pino Puglisi” che nel processo di Barcellona si era costituita parte civile con l’avv. Carmelo Picciotto. La richiesta di condanna, ad una pena leggermente inferiore, è stata avanzata dal pubblico ministero Francesco Massara. L’imputato, su sei diversi capi d’imputazione, ha ottenuto la sola assoluzione per il reato di detenzione e porto abusivo di un’arma, con la formula “perché il fatto non sussiste”. La vittima ha dovuto attendere sei anni per la sentenza di primo grado e ciò per la lentezza con cui furono condotte le indagini che, comunque, il 29 aprile del 2009 portarono al rinvio a giudizio di Saverio Imbesi. Secondo l’accusa, alla vittima – titolare di una azienda agricola, con annesso caseificio con allevamento zootecnico e punto vendita di carni a Barcellona –, fu prestata, nel settembre del 2003, la somma di 25 mila euro che per interessi sarebbe lievitata poi ad oltre 40 mila euro. A fronte del prestito, all’allevatore fu fatta firmare una scrittura privata, dalla quale “contrariamente al vero, emergeva che Saverio Imbesi diventava partecipe dell’azienda gestita dall’imprenditore conferendo beni sotto forma di bovini, pari a 35 mila euro, valore che la vittima prometteva di restituire in 15 mensilità di importo variabile con scadenze tra ottobre 2003 e dicembre 2004”. I problemi per l’imprenditore sarebbero iniziati quasi subito, già dal gennaio del 2004, quando Imbesi si sarebbe fatto consegnare, «esercitando costante pressione psicologica che costringeva la vittima ad una condizione di assoggettamento», ulteriori somme in più di 3 mila euro aggiuntive rispetto a quelle pattuite. A fine dicembre del 2004, l’imprenditore fu costretto a “svendere” 32 pregiati capi bovini tra i quali 9 vitelli per un prezzo irrisorio di 10 mila euro e ciò per fra fronte ad un pagamento di pari importo che non era stato onorato per evidenti difficoltà economiche.
Le richieste di denaro si sarebbero moltiplicate di mese in mese. E ciò nonostante lo stato di bisogno e necessità del debitore che non riusciva ad onorare le scadenze che erano state imposte dall’imputato. Come se non bastasse alla vittima sarebbero state richieste somme in più rispetto all’originario contratto tanto che lo stesso Saverio Imbesi per “garantire i suoi crediti” si sarebbe fatto “cointestare” nell’aprile del 2005 un libretto al risparmio acceso presso la filiale della Carige di Milazzo dove l’imputato pare avesse buoni rapporti. Sul libretto confluiva una rendita per un infortunio erogata alla vittima, il cui versamento serviva in realtà a pagare le rate di un prestito di 8 mila euro destinato all’Imbesi che risultava, come dicevamo, cointestatario dello stesso libretto bancario. La vittima doveva pagare 360 euro per 84 rate mensili. Per “convincere” l’allevatore, l’imprenditore agrumario – secondo le accuse – avrebbe “ostentato amicizie con personaggi pregiudicati di Barcellona” e avrebbe altresì “in una occasione, condotto la vittima, in un sotterraneo degli immobili in cui esercitava l’attività agrumaria, facendo avvertire allo stessa parte offesa, la presenza di terze persone che rimanevano lontano”.
Di queste persone la vittima percepiva solo le frasi minacciose. Imbesi avrebbe anche ostentato il possesso di pistola per rendere più credibili le minacce. In base alle indagini condotte dagli uomini della Squadra Mobile di Messina, agli ordini del dott. Giuseppe Anzalone, dalle minacce non sarebbe stata esclusa nemmeno la moglie della vittima che avrebbe dovuto subire l’indesiderata visita dell’imputato il quale avrebbe profferito una serie di minacce. I difensori dell’Imbesi, avv. Giuseppe Lo Presti e Carmelo Cicero, nel corso del processo hanno sostenuto che i due fossero soci in affari ed hanno annunciato ricorso avverso alla sentenza. LEONARDO ORLANDO – GDS