MESSINA, LO SPETTACOLO: Nulla sfugge a questo "Ufficio"… Irresistibile commedia che mette in scena una singolare, umanissima "burocrazia" celeste

13 aprile 2012 Culture

Siamo messi male, se lassù – nell’imprecisato regno dei cieli – a decidere i nostri destini c’è davvero una burocrazia del tutto identica a quella terrena, coi suoi capireparto in lotta tra loro, i suoi schedari di pratiche dimenticate, i suoi impiegati reticenti e le sue procedure farraginose. O forse siamo messi bene, se lassù c’è un dio che ci somiglia in tutto e per tutto – dal momento che ci ha creati a sua immagine e somiglianza – ed è capace come noi di entusiasmarsi, provare dubbi e dolori, agire d’impeto e poi tornare sulle sue decisioni. Intanto, la palla della Terra continua a girare vorticosa, mescolando miserie e nobiltà, delitti ed eroismi, tragedie e meraviglie. In mano agli uomini, i custodi peggiori di se stessi. Di tutto questo, e di altro ancora, ci parla, con ammirevole leggerezza e improvvise trafitture di poesia, “L’ufficio”, di cui mercoledì è andata in scena la prima nazionale – applauditissima – al teatro Vittorio Emanuele di Messina (dove si replica fino a domenica). Una commedia, perché di argomenti così enormi si può parlare con levità, grazie al prezioso equilibrio del testo, opera di Giacomo Ciarrapico e Mattia Torre (due autori della serie tv di culto “Boris”, a suo modo rivoluzionaria e metatelevisiva, che è un altro equilibrio difficilissimo da raggiungere), e alle scelte della regia di Ninni Bruschetta (il regista messinese che proprio della serie “Boris” è stato uno degli attori più amati, interprete di Duccio, lo “smarmellatore” di fiction). Sicché vediamo – attraverso inserti di filmati di grande impatto – la bellezza del pianeta versione “National Geographic” e il suo impietoso degrado, un armonioso gol di Messi e un delirante discorso di Hitler: roba che gli impiegati di quel particolare “Ufficio” devono guardare tutti i giorni, per contratto. Perché loro sono gli assistenti di Dio in persona: Piotr (un divertente Antonio Alveario), che si occupa di Politica e infatti tende a parlare un orribilmente gustoso politichese; Vassili (un estroso, esplosivo Giampiero Cicciò), ciclotimico ed emotivo sovrintendente alle Passioni; Zita (un multiforme Maurizio Puglisi), brontolone e cupo addetto all’Economia. A loro si aggiungono Marcus (un preciso Lucio Patanè), zelante neoassunto con l’ingrato compito di occuparsi dell’Ecologia, e Anna (una bravissima Adele Tirante), la segretaria, vero epicentro emotivo dell’ufficio, traduttrice simultanea di circolari ed emozioni, diplomatica da scrivania dotata in egual misura di ragione e sentimento, pratica come solo le donne, appassionata come solo le donne. Le microdinamiche di questa bizzarra comunità di burocrati s’intrecciano con le macrodinamiche del nostro povero mondo, in un continuo alternarsi di registri, dall’epocale al quotidiano, con irresistibili effetti poetici e comici. Soprattutto durante le improvvise sortite del capufficio. Dio in persona. Maurizio Marchetti – che peraltro è direttore artistico per la prosa del Teatro messinese – in redingote candida e chioma canuta ma con vezzoso codino postmoderno è a suo agio nella parte, tratteggiata con divertita misura: un Dio umorale e umanissimo, pieno di buone intenzioni e assolute distrazioni, gran tifoso di calcio e in generale di prodezze di quel suo scapestrato, geniale figliolo: l’uomo. Perché lui – come dice Anna – «non sa tutto, ma sente tutto». Quasi come un uomo, ma con molte responsabilità in più. È delicato, anche se potente, il sentimento di Dio per l’uomo. E questa potente delicatezza è la cifra ultima della messa in scena, sottolineata dalle musiche dense di suggestione dell’artista messinese Tony Canto. E la “messinesità” della produzione dell’Ente Teatro peloritano è il valore aggiunto dello spettacolo: sono messinesi tutti gli attori (tranne Lucio Patanè), il regista, la scenografa Mariella Bellantone – che s’è inventata un ufficio, sì, con telefoni e sedie girevoli, ma come piazzandolo sulla cima del mondo – , la costumista Cinzia Preitano, l’aiutoregista Laura Giacobbe. Una scelta virtuosa di valorizzazione degli artisti locali, con una produzione coraggiosa (a partire proprio dall’idea di mettere in scena un testo contemporaneo) e che punta tutto sulla qualità. Noi non lo sapremo mai, ma quegli impiegati annoiati e un poco fannulloni salveranno il pianeta da un’improvvisa – e per fortuna effimera – iradiddio. La fine del mondo, per il momento, è scongiurata: l’ufficio può continuare nel suo galattico tran-tran (anzi, il microciclo si ripete, con l’arrivo del nuovo impiegato giovane, impersonato da Livio Bisignano), esattamente come accade a noi, quaggiù. Perché in fondo non c’è grande differenza: siamo tutti umani, troppo umani. È bello quando il teatro riesce a ricordarcelo con questa forza e freschezza. Anna Mallamo – GDS