LA RIFLESSIONE di FABIO MAZZEO: "Il Moro", che sapeva correre assieme al dolore

16 aprile 2012 Commenti e appelli

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Morosini è la storia di un ragazzo che correva con la morte al suo fianco. Quella di Piermario è stata una di quelle storie che raccontata non ci credi e intanto, mentre lo dici che non ci credi, le lacrime ti riempiono gli occhi e ti bagnano il viso. Morosini ha sempre giocato a pallone. Anche mentre suo padre stava morendo per un male incurabile. Mario, lo chiamavano così, aveva 14 anni, che doveva fare se non continuare a correre per il suo sogno, anche perché gli allenatori gli dicevano che aveva talento, che lui poteva davvero sfondare. E così ha continuato a correre e giocare. Poi due anni dopo gli è morta la madre. Ma il nome di Morosini era già stampato sulle maglie dell’Atalanta, allora il miglior vivaio del calcio italiano. Lui aveva 16 anni e il suo allenatore gli disse di non fermarsi, di correre ancora, perché la mamma non c’era più ma il calciatore poteva essere il suo mestiere, anche per tenere in piedi la famiglia perché sì, c’era la famiglia anche senza papà e mamma. C’era una zia, che accudiva suo fratello e sua sorella, entrambi disabili. Col calcio “il Moro” ci sapeva fare e quando arrivò il primo contratto vero, con l’Udinese, arrivò anche la notizia che il fratello aveva deciso di farla finita, si era suicidato. Fu allora che Morosini confidò: “Non capisco perché questo dolore tutto per me. Non lo capisco e mi fa ancora più male”. Ma non si fermò. Il dolore correva con lui, un peso in più inseguendo il pallone. Sei anni in giro per l’Italia. Ritiro, allenamenti, nazionale Under 21, grandi speranze. Si, grandi speranze nonostante il dolore. E poi Anna, la sua ragazza, i progetti di una vita “perché la vita va avanti –diceva – non posso fermarmi”. Oggi l’autopsia non ha detto perché la vita lo ha fermato. Arresto cardiaco, d’accordo. Tutti ci fermiamo per quello. Cosa lo abbia determinato non si sa, l’autopsia non ha rilevato cause eclatanti. Tra una settimana il referto, giovedì il funerale. E in mezzo mille dubbi. Perché non si capisce un calcio milionario che non si attrezza di defibrillatori nei campi. Costano meno di duemila euro e per usarli correttamente basta un corso di sei ore. Lo avrebbe salvato? Ma il dubbio resta anche sulle visite di idoneità che questi superatleti devono superare. Siamo sicuri che le certificazioni avvengano secondo norma e non secondo gli interessi dei presidenti, degli allenatori, degli stessi atleti, che per guadagnare devono esserci sempre? Venti anni fa un calciatore di serie B giocava, amichevoli comprese, 40 partite l’anno; oggi ne gioca 60. Quelli di serie A anche di più, quelli che fanno coppe europee e nazionali vanno oltre le 80 gare. Corrono a un terzo della velocità in più, si schiantano l’uno contro l’altro. Sempre a tavoletta, per non perdere la grande chance. E quando le figurine si incollavano con la Coccoina, per riprendersi dallo sforzo li vedevi zoppicare, con l’acido lattico che bloccava muscoli e pensieri. Doping? Magari no, ma che è il doping? Cosa prendono per smaltire la fatica e tornare in campo dopo due giorni per una nuova partita? Trent’anni fa l’infortunio era notizia, ora le infermerie di quasi tutte le squadre sono un pronto soccorso permanente. Un dubbio viene. Non sul destino di Morosini. Lui ha corso per 25 anni con la morte al suo fianco. Ha vinto lei, la morte puttana. Però lui sabato era felice. Perché correva e giocava col pallone. Come a 13 anni, quando a vederlo c’erano ancora suo padre, sua madre, i fratelli. Come un bambino. Un bambino cresciuto triste. Ti sia lieve la terra ragazzo. Corri lassù, mentre qui c’è chi ti piange, chi ti ricorderà per sempre, chi ti dimenticherà. Perché come dicevi tu, la vita va avanti. Anche se il mondo del calcio potrebbe approfittare, prima di ricominciare, per rispondere a tutti i dubbi che abbiamo avuto vedendo un ragazzo, un atleta, forte e controllato dai medici, stramazzare al suolo durante una partita. FABIO MAZZEO