MESSINA: Mafia e rifiuti, 11 richieste di condanna al processo su Messinambiente

19 aprile 2012 Cronaca di Messina

Vicino alla fine, otto anni dopo gli arresti, il processo di primo grado sulle infilitrazioni mafiose nella società mista per la raccolta rifiuti Messinambiente. Il pubblico ministero Fabio D’Anna oggi ha formulato le proprie richieste, alla fine della requisitoria durata poco più di un’ora, alla Corte della II sezione penale del Tribunale, presieduta da Mario Samperi. Il pm ha sollecitato la condanna a 5 anni per i boss dei clan messinesi alla sbarra, e condanne da 4 a 2 anni e mezzo per gli ex vertici della società, imputati di concorso esterno. Le sapienze del “rito peloritano”, invece, potrebbero giocare a favore di altri quattro tra dirigenti e dipendenti, per i quali l’accusa ha sollecitato la prescrizione. Dopo aver ripercorso la genesi dell’inchiesta e i fatti che svelò, il magistrato ha sintetizzato in poche battute il cuore del processo e delle proprie conclusioni: il business rifiuti in riva allo Stretto, ed in particolare la nascita di Messiambiente, è stata la principale torta, spartita equamente, intorno alla quale la criminalità organizzata messinese ha siglato la “pax mafiosa” che dalla fine degli anni ’90 dura fino ad oggi. Tutto ciò grazie alla complicità dei vertici della società mista, che ben conoscevano i reati che si consumavano all’ombra di Messinambiente e che, in qualche caso, hanno fatto persino esplicito ricorso alla “manovalanza criminale” per scopi politici. Convivato di pietra del processo, esplicitamente citato dall’accusa, l’onorevole democristiano Giuseppe Astone, sponda politica dell’impresa, cioè il gemellaggio di interessi ennesi e messinesi. Ecco le richieste di condanna: 5 anni di reclusione per associazione mafiosa per i boss Puccio Gatto, Carmelo Ventura e Giacomo Spartà, tre anni e sei mesi di reclusione, anche loro per 416 bis, per Raimondo Messina e Gaetano Nostro, 4 anni per Tommaso Palmeri. 3 anni per l’ingegnere Tonino Conti, allora amministratore delegato della società, Maurizio Ignazio Salvaggio e Francesco Gulino, cioè rispettivamente il braccio destro e l’ex presidente di Confindustria Enna nonché presidente di Altecoen, la società che assorbì le coop che svolgevano il servizio di smaltimento in città negli anni ’90 e che, insieme al Comune, diede vita alla società Messinambiente. Due anni e mezzo per Gaetano Munnia e l’armatore Sergio La Cava, allora presidente della società; sono tutti accusati di concorso esterno. La prescrizione, infine, è stata sollecitata dal pm per i reati ambientali contestati ( dal “cimitero dei frigoriferi alle modalità di smaltimento dei rifiuti raccolti in discarica ) per l’attuale assessore comunal al bilancio Orazio Miloro, Filippo Marguccio, l’ingegner Benedetto Alberti, Giovanni e Gaetano Fornaia. Al termine della requisitoria il presidente Samperi ha aggiornato l’udienza a fine maggio per dare la parola ai difensori, ponendosi come scadenza ultima il luglio prossimo per emettere sentenza. Il processo si è aperto nel 2008; tra rinvii da un’udienza all’altra e rimpalli da una corte all’altra per problemi di composizione dei collegi giudicanti, arriva a chiusura soltanto adesso. L’inchiesta, condotta dalla Direzione investigativa antimafia di Messina e dall’allora pm della Dda Ezio Arcadi, nacque dalla mega informativa nazionale denominata Smalto sul business dei rifiuti. Ad orientare i fari degli investigatori sul versante messinese fu l’ingresso della società ennese Altecoen. Il complesso lavoro degli inquirenti, condotto su più sponde, passò al setaccio ogni aspetto della società, dai bilanci all’attività amministrativa, passando per i rapporti tra i vertici societari e i dipendenti e senza trascurare ovviamente le modalità di smaltimento e spazzamento dei rifiuti. La Dia scoprì così che tra i dipendenti erano arruolati diversi pregiudicati dei clan locali, impiegati attraverso una precisa spartizione dei posti di lavoro tra i vari gruppi cittadini, operata in base al peso dei gruppi stessi negli assetti di potere mafiosi. Le intercettazioni telefoniche suggerirono loro che i funzionari della società erano al corrente di tale spartizione e che non avevano esitato a sfruttare loro stessi la levatura criminale della manovalanza, quando era stato necessario far pressione sulla politica per salvaguardare gli interessi della società; come quando, cioè, all’inizio del decennio scorso, il consiglio comunale di Messina, prendendo atto della scarsità dei risultati nella gestione della raccolta rifiuti a fronte di costi elevatissimi, discusse di rescindere la convenzione con Altecoen. Così, la spazzatura non veniva raccolta volutamente, o raccolta male, in quei giorni di discussione politica accesa, per far leva sull’opinione pubblica e creare l’idea che i servigi della società fossero più che mai indispensabili. Oppure venivano inviati chiari messaggi di “pressione” ai consiglieri comunali più critici. Contestata a tutto tondo dagli inquirenti, infine, la gestione della raccolta e smaltimento dei rifiuti, dallo spazzamento al compostaggio. Alla fine dell’inchiesta il pm Arcadi domandò all’allora gip Alfredo Sicuro l’arresto di quasi tutti i principali indagati. Il giudice nel 2004 accordò la misura solo per i referenti criminali, disponendo la sospensione temporanea dalle funzioni per Conti, Gulino e La Cava. Nel 2005 la Corte di Cassazione, dando ragione al Tribunale del Riesame, fece salire a 10 il numero degli arresti e per qualche giorno anche i “colletti bianchi” visitarono le celle del carcere, per uscirne dopo poco per il venir meno delle esigenze cautelari. In udienza preliminare approdarono in 17 e il voluminoso castello delle accuse perse alcuni pezzi: inutilizzabili le dichiarazioni del pentito Luigi Sparacio, che raccontò dello del consenso della mafia all’ingresso a Messina degli ennesi e della “benedizione” politica di Astone, e una buona parte delle intercettazioni telefoniche. Nel frattempo, infatti, Messinambiente com’era inzialmente non esisteva più. Sulla scorta dell’azione civile condotta dal pm Arcadi, il Tribunale ne aveva dichiarato il commissariamento, una sorta di fallimento della società mista, affidando la gestione all’avvocato Antonino Dalmazio. La convenzione tra Altecoen e Comune, infatti, stabilirono i periti, attraverso un gioco di scatole cinesi, finiva per far sì che all’ente pubblico il servizio fornito dal socio privato, sottodimensionato e mal reso, costasse quasi tre volte tanto. A dispetto del fatto che la società mista era nata proprio per mettere ordine nella costellazione di cooperative. Un meccanismo che fece dire all’allora assessore al bilancio, l’economista Mario Centorrino, che l’esperimento della società mista a Messina aveva finito per produrre effetti criminogeni. Le curiosità: tra i consulenti che spulciarono tra i conti di Messimabiente per conto della Procura ci fu anche quel commercialista di Milazzo, Benito Andronaco, poi finito ai domiciliari nel 2010 e indagato da più procure. Tra gli indagati eccellenti, poi archiviati, insieme all’onorevole Astone, Totò Cuffaro e il rosso ennese Vladimiro Crisafulli, patron politico dei Gulino, indagati per una fuga di notizie sull’inchiesta. di Alessandra Serio – NORMANNO.COM