6 Maggio 2012 Cronaca di Messina e Provincia

Una struggente testimonianza, sospesa tra la tragedia del 2009 e il legame profondo con le radici, anima della rinascita del villaggio: Giampilieri, quelle presenze vive dentro l'anima

Dalla prof. Lucrezia Interdonato, cittadina messinese residente a Giampilieri, riceviamo e pubblichiamo. Ci sono pagine della nostra vita che non possiamo assolutamente archiviare o perché l’hanno cambiata radicalmente, la nostra vita, o perché hanno generato nuove paure, angosce e incubi. Le giriamo, semplicemente, e cerchiamo di andare avanti, con quel pizzico di speranza che la nostra età ancora ci consente. E anche quando ce ne volessimo liberare, il rumore assordante di un escavatore che pulisce gli argini del torrente ci riporta prepotentemente a quei giorni, a quelle ore, a quei momenti che hanno fatto la storia di una popolazione, di un paese, di ognuno di noi. Ogni giorno facciamo i conti con la polvere, con l’odore di nafta, coi martelli pneumatici, e, quando viene l’inverno, con un via vai di mezzi della protezione civile che cercano di ridurre i disagi del fango e di eventuali cadute di pietre. Questo è oggi Giampilieri: un cantiere a cielo aperto, dove operai dalle tute fosforescenti scaricano merci di ogni genere, dove silenziosi rocciatori ingabbiano i fianchi delle montagne, cercando di rimarginare ferite profonde, dove si costruiscono muri di rinforzo per contenere possibili frane, dove si gettano chilometri di rete per far crescere quel verde rigoglioso che solo i nostri nonni ricordano ancora. Ma anche questa è vita e ci sentiamo tutti meno soli. Il giorno in cui le strade del paese saranno liberamente percorribili, in cui non si udrà più alcun rumore fastidioso e non si incontreranno volti sconosciuti, quello sarà il giorno più bello, perché vorrà dire che ogni opera sarà stata ultimata e che il paese, vestito a nuovo, potrà ripartire da dove la sua storia si era interrotta. O sarà il più brutto, perché ci sentiremo abbandonati e delusi da tanto parlare e promettere, sospesi tra un tempo che fu e uno che non sarà più. Sempre più spesso rimuoviamo il passato e consideriamo Storia con la “s” maiuscola solo quella che si scrive sui libri di scuola. Non abbiamo radici profonde, distratti dai nostri interessi e proiettati nel futuro alla velocità della luce. Ma da quando una valanga di fango si è portata via una parte della nostra vita, anche indirettamente, sentiamo più forte il bisogno di conoscere, di vedere, di sapere, di ricordare, di chiedere, di ricostruire, di rimettere a posto i pezzi di un puzzle violentemente infranto. Ed ecco che armati di videocamera e macchina fotografica, riprendiamo l’oggi e lo confrontiamo con ciò che era ieri, perché qualche altro prima di noi ha sentito il bisogno di fermare il tempo e d’immortalare gli angoli più suggestivi di un paese che vive lì, abbarbicato alle montagne, da più di ottocento anni. A noi è ora affidata la memoria, perché se si viene dal nulla si va verso il nulla. Una memoria che va oltre i gesti, pure importanti, perché rappresentano riti nei quali una comunità si riconosce, si identifica, si ritrova. Lo scorso primo ottobre, nel cortile della nostra scuola, sono stati piantati tanti alberelli quante sono state le vittime dell’alluvione. Un gesto fortemente simbolico: la vita che nasce oltre la morte. Ma anche gli alberi hanno bisogno di radici per crescere e le nostre radici sono tutte lì, in quel paese dove il lento scorrere dei secoli ha lasciato le sue impronte, dove la presenza di un torrente era un tempo fonte di vita e di giochi, dove le montagne, una volta amiche, offrivano cibo e frutti ai pazienti contadini curvi sulle piante, dove all’uscita dalla vecchia scuola elementare ci divertivamo a calpestare le foglie ingiallite dei giganteschi platani. Già da tempo non era più così e non è stata certo la frana a cancellare sistemi di vita ormai impensabili. Ma ci sono eredità genetiche che niente e nessuno potrà portarci via. L’abbiamo capito un anno fa, nel piazzale della chiesa, quando una folla prima commossa e poi impietrita ha visto le immagini di Giampilieri scorrere su uno schermo gigante. Sulle note struggenti di un pianoforte a coda ognuno, in silenzio, ha ritrovato pezzi di vita, una casa, un balcone, un arco, una fontana, una strada, un quartiere. Poi il gelo, la paura, il terrore, appena appena sopito, prendono il sopravvento e nel buio solo il battito accelerato dei ricordi e il silenzio delle lacrime che nessuno cerca di nascondere. Ci sono tutti, anche chi da anni vive fuori e che non ha mai reciso le radici. Ci sono tutti, dentro di noi, anche quelli che non ci sono più.