17 Maggio 2012 Cronaca di Messina e Provincia

MESSINA, TUTTI I RETROSCENA DELL'OPERAZIONE DELLA PS 'RAIS': Finiscono in manette dieci "mercanti di uomini". Custodia cautelare in carcere per sette nordafricani e tre catanesi. Tariffa di 8mila euro a viaggio

Ottomila euro a testa per cercare di lasciarsi alle spalle una vita di stenti e voltare pagina. Migliaia di clandestini erano disposti a pagare fior di quattrini, pur di arrivare in Italia. Stipulavano una sorta di accordo accompagnato dalla clausola “soddisfatti o rimborsati”. Era prevista un’altra chance, se il viaggio della speranza non fosse andato a buon fine: in caso di rimpatrio nuova odissea e a destinazione raggiunta toccava ai familiari versare l’importo pattuito. Tutto questo fino al 25 ottobre 2010, giorno in cui la Guardia di finanza intercettò un barcone carico di disperati diretto a Riposto, nel Catanese. Colpo decisivo inferto a un’organizzazione criminale con sede ad Alessandria d’Egitto e cellule in Italia. La Squadra mobile di Messina, in collaborazione coi colleghi di Ancona, Catania, Siracusa, Milano e Roma, coordinata dalla Procura peloritana e dal Servizio centrale operativo, ora ha chiuso il cerchio su un traffico di migranti nordafricani. E ieri mattina gli agenti hanno notificato un’ordinanza di custodia cautelare in carcere a dieci componenti del gruppo. Tra i destinatari Mohamed Mohamed Abd Rabbo, 27 anni, originario del “Paese dei faraoni”, alias Mohamed El Shiek, meglio noto come Batraman. Per gli inquirenti era lui la mente, anzi il “sovrano”. Da qui il nome dell’operazione Raìs. Analoga misura cautelare disposta dal gip del Tribunale di Messina Antonino Genovese, su richiesta del sostituto procuratore della Dda Giuseppe Verzera, nei confronti dei connazionali Mohamed Elsobhy, 26 anni, Zakaria El Sayed Attia El Sobhy, 42 anni, Mohamed Mohamed Rabie Abdel Aal, 27 anni, Monir Morsi Mohamed Morsi, 31 anni, Mohamed Shalpy Garpua Fathi Abdelkader, 47 anni, Reda Gharib, 25 anni, e di Massimo Greco, 26 anni, nato a Giarre e residente a Mascali, Salvatore Greco, 57 anni, nato ad Acireale e residente a Riposto, e Fabio Fanizza, 21 anni, anch’egli originario di Giarre ma residente a Mascali. Tuttora irreperibili altri quattro. Sono ritenuti responsabili, a vario titolo, di appartenere a un’associazione a delinquere di tipo transazionale dedita al favoreggiamento dell’immigrazione clandestina e al sequestro di persona a scopo di estorsione. La complessa e articolata attività d’indagine ha preso il via il 24 luglio 2010, quando la sottosezione della Polstrada di Giardini Naxos fermò sull’A18 un Tir in cui erano stipati 84 migranti provenienti dal “Continente nero”. In manette finirono il conducente del mezzo, Pierpaolo Corsini e gli egiziani Adel Riad Said Gouhar, Maher Ali Ouda e Shokry Abovelnaser Mohamedhagag, con l’accusa di avere organizzato il loro trasporto e l’ingresso sul territorio nazionale. I clandestini arrivarono via mare sulle coste agrigentine di San Leone. Grazie ai racconti degli stranieri e alle intercettazioni telefoniche venne fuori che anche gli sbarchi intercettati successivamente venivano condotti con modus operandi analogo. I viaggi alla volta di Grotteria a Mare, nel Reggino, avvenuto l’1 settembre 2010, Ribera, nell’Agrigentino, datato 28 settembre 2010, e Riposto, il 25 ottobre dello stesso anno furono pianificati e condotti dalle stesse persone arrestate. A capo c’era sempre Batraman, peraltro al timone del peschereccio bloccato da due guardacoste delle Fiamme gialle in occasione dell’ultima odissea. RICCARDO D’ANDREA – GDS

L’ORDINANZA
Il sodalizio criminale era foraggiato da un magnate arabo.

«Alcuni collaboratori hanno rivelato che l’organizzazione era finanziata da un multimiliardario arabo, che contava su relazioni molto forti in Egitto». Particolare retroscena fornito dal procuratore capo di Messina Guido Lo Forte, soffermandosi sulla grande professionalità e sulla ramificazione della banda con sede nel Nord Africa. Perché, allora, non è finito in manette? A dare una riposta il dirigente della Squadra Mobile peloritana, Giuseppe Anzalone, il quale ha spiegato che il soggetto è stato individuato ma è necessario un accordo bilaterale tra Roma e Il Cairo per poter procedere. Quanto all’ordinanza di applicazione di misura coercitiva, siglata dal gip Antonino Genovese, vengono ricostruite nei dettagli le attività dei 18 indagati. Alcuni dei quali utilizzavano diversi pseudonimi, anche per sfuggire alle maglie delle forze dell’ordine. Oltre a Batraman, considerato il coordinatore, figurava il “Mastro”, detto anche Abu Said o Mimmo o Arafa o Hamam Arafa: pseudonimi utilizzati da Mohamed Mohamed Badawi Hassan Arafa per celare la reale identità. La parentesi degli sbarchi accertati si apre con quello del 24 luglio: «Alle 13.10, personale della Polizia stradale di Giardini Naxos… notava transitare un autotreno con motrice e rimorchio. Il mezzo insospettiva gli agenti, poiché dal telone si intravedevano persone all’interno». Il Tir fu fermato all’uscita della galleria Taormina, sull’A18: a bordo 84 passeggeri, tutti cittadini extracomunitari privi del permesso di soggiorno. Nella cabina di guida identificati il conducente Pierpaolo Corsini e il passeggero Gouhar Said Riad Adel. Tra i trasportati Ali Ouda Maher, ritenuto il coordinatore del clandestini. Qualcuno fuggì. Tra questi Adovelnaser Mohamedhagag Shorky, rintracciato da un’auto civetta dell’Arma dei carabinieri mentre percorreva la via Garipoli, a Taormina: «Chiedeva un passaggio offrendo 50 euro per il disturbo», resosi conto della presenza delle forze dell’ordine, mutava atteggiamento, manifestava difficoltà a esprimersi in italiano, sebbene inizialmemte avesse mostrato confidenza con la lingua corrente, nella sua disponibilità due telefoni e tre sim card, sottoposti a sequestro», si legge nell’ordinanza. In coincidenza con l’arresto, uno degli stranieri rese dichiarazioni di natura collaborativa: «Chi si occupa di questi trasferimenti è Abu Islam Abu Kareem, un uomo di circa 40 anni, molto ricco, che ha conoscenze nella Polizia egiziana e che a fronte di lauti compensi corrompe gli agenti per porre in atto i suoi traffici illeciti», disse. Il costo di ciascun viaggio era fissato in 55000 pound egiziani, somma corrispondente a circa 8000 euro. «L’accordo prevedeva che la somma sarebbe stata pagata dai miei genitori non appena giunto in Italia», aggiunse. E minacciavano di uccidere chi si permetteva di non rispettare l’accordo preso. Quindi la descrizione della sua odissea: «Sono partito dal mio villaggio il 9 luglio, all’ora della preghiera del pomeriggio, alle 16 circa, insieme ad altri 5 miei compaesani per giungere l’indomani mattina, verso le 2.30, nei pressi di una città che si trova a nord del deserto egiziano, denominata Wadyalnatron. Questo primo viaggio è avvenuto a bordo di un minibus di colore bianco». Poi, «è giunto un camion sul quale siamo saliti a bordo e dove già si trovavano sessanta, settanta persone». Quindi tappa in una moschea abbandonata: «Abbiamo aspettato 9 giorni perché la barca che ci doveva portare in Italia non era disponibile». Una volta saliti sul natante, la traversata è durata 5 giorni e sei notti: «Ci davano da mangiare solo pane ammuffito e acqua in quantità razionata». Appena sbarcati nell’Agrigentino, «siamo stati prelevati da un Tir, guidato da un italiano. Dovevamo arrivare a Roma, dove ci avrebbero lasciati al nostro destino». Il viaggio della speranza fu però interrotto dalla Polstrada e i migranti condotti a Messina e poi al Centro per immigrati di Crotone. «Il 13 agosto 2010 Abu Youssef contattò i suoi referenti sul territorio lombardo affinché si adoperassero a ricevere un nuovo carico di clandestini: «Ascolta la strada è perfetta ed è ottima, qua è tutto a posto. Vogliamo fare viaggi unici». Batraman, a bordo dell’imbarcazione salpata dal Continente nero, annunciò il suo arrivo: «Se vuole Dio, per domani sera». La carretta del mare giunse a Grotteria a Mare, nel Reggino, l’1 settembre 2010. In una struttura alberghiera in disuso, sequestrata nel 2007, la polizia rintracciò 35 migranti e fermò tre membri del sodalizio.(r.d.)

Quei tragitti non convenzionali definiti “invisibili”.
Secondo gli investigatori i cosiddetti “mercanti di uomini” mettevano a punto un viaggio ogni dieci giorni sull’asse Egitto-Italia (Sicilia o Calabria). Su ogni carretta del mare venivano ammassati oltre 100 disperati. Per un business equivalente a circa 800 mila euro ad “avventura”. Quattro gli sbarchi accertati. Decine e decine quelli definiti «invisibili» dal procuratore capo Guido Lo Forte, durante la conferenza stampa di ieri in Questura. Standard gli “ingredienti” della tratta di esseri umani: accordo raggiunto nel Paese d’origine, pagamento di un acconto e del resto a “missione compiuta”, opportunità di lavoro in Italia da cui trarre guadagni per il sostentamento della famiglia rimasta in Egitto, sequestro di documenti di riconoscimento, soldi e telefonini prima della partenza. E ancora: imbarco su un natante in cui venivano segregati e percossi, il vitto «composto da mezzo bicchiere d’acqua e da poche fette di pane raffermo», ha sottolineato il funzionario della Squadra mobile peloritana Rosalba Stramandino. La durata della traversata di circa una settimana, l’accoglienza gestita dalle cellule sul territorio italiano. Inclusa nel prezzo la fornitura di vestiti nuovi per non consentire un facile riconoscimento delle forze dell’ordine. Nel corso delle indagini, rimpatriati 277 clandestini e arrestate 33 persone. I provvedimenti siglati ieri, quindi, sono solo l’ultimo atto dell’operazione Raìs. «Si tratta di un’attività molto complessa, con carattere transnazionale e con rotte insolite», ha affermato il questore Carmelo Gugliotta. «È la prima volta che si scopre un fenomeno “invisibile”, cioè caratterizzato da rotte non convenzionali che ad esempio escludevano Lampedusa. Il sodalizio gestiva il traffico in maniera professionale», ha aggiunto Lo Forte. Il capo della Mobile di Messina, Giuseppe Anzalone, si è soffermato, tra le altre cose, sulla prosecuzione dei viaggi lungo il territorio italiano: «Abbiamo trovato migranti con biglietti di taxi e treno addosso. Dal punto di vista tecnico, è stato difficile ricostruire il significato delle conversazioni, tenute in vari dialetti arabi, e risalire ai reali intestatari delle utenze telefoniche». (r.d.)