Trattativa stato-mafia, i magistrati sentono Maniero per i rapporti con i servizi segreti. Obiettivo: individuare i nomi dei suoi referenti istituzionali per i furti di opere d'arte avvenuti nei primi anni Novanta

24 dicembre 2012 Mondo News

Fino a qualche anno fa si chiamava Luca Mori, ma forse ora il suo nome è cambiato. Dicono che si sia sottoposto a operazioni chirurgiche per non essere riconosciuto. La sua non sarà più una “faccia d’angelo”, ma Felice Maniero, oggi quasi 60enne, ha un passato indelebile che lo rincorrerà ovunque, anche nel suo nido protetto in un paese del centro Italia, dove ora gestisce un’impresa commerciale. Un passato che qualche mese fa ha bussato ancora alla sua porta: Maniero infatti è stato ascoltato dai magistrati della Direzione nazionale antimafia in relazione alla presunta trattativa Stato-mafia prima e dopo le stragi del ’92. Per un motivo quasi banale: il boss veneziano della Mala del Brenta che ha sparso sangue a Nordest negli anni ’80 e ’90, è stato un mafioso. Un mafioso che con lo Stato ha trattato. E il sostituto procuratore dell’ufficio di Piero Grasso ha voluto parlargli. I magistrati infatti sospettano che gli apparati dello Stato che hanno dialogato con Maniero tra il 1991 e il 1992 siano direttamente collegati alle stragi mafiose che hanno colpito Palermo, Firenze e Milano.

I fatti da cui si parte, citati in un articolo di Nicola Biondo ne l’Unità, sono quelli raccolti nella sentenza di primo grado delle stragi del ’93, in cui si dice che “dall’interesse dello Stato a recuperare opere d’arte si passa a quello di non perdere quelle possedute, dalla possibilità di ottenere benefici facendo recuperare un’opera si passa a quella di ottenere una contropartita minacciando la distruzione di altre”. Parole altresì confermate in Cassazione, quando si dice che “la decisione della strategia stragista venne presa subito dopo l’introduzione del regime speciale del 41bis, cioè quando Riina era ancora in libertà con l’obiettivo di colpire a fine terroristico beni dello stato quali musei, spiagge, la Torre di Pisa e simili”.

Colpire l’arte per attenuare il regime carcerario: le due strategie, quella dei mafiosi siciliani e quella dei mafiosi veneti, sarebbero in questo senso “sovrapponibili”. Il celebre furto del mento di sant’Antonio, rubato dalla banda Maniero alla Basilica di Padova dell’ottobre del ’91, venne fatto con l’obiettivo di rimettere in libertà un cugino di Maniero stesso, e far togliere a “faccia d’angelo” la misura del sorveglianza speciale cui in quel periodo era sottoposto. La teca del mento venne trovata dai carabinieri a Fiumicino, in partenza per il Sudamerica. Molti i sospetti (e le leggende) che hanno sempre aleggiato su quel ritrovamento da parte dell’Arma. Ma ai fini della trattativa Stato-mafia è risultato più interessante un altro furto, quello della pinacoteca estense di Modena del 23 gennaio 1992, in cui vennero rubati dipinti di Velasquez, Correggio, El Greco e Guardi e ritrovare due anni dopo in un cimitero emiliano. In quell’occasione la banda trattò per ottenere i domiciliari di Maniero. Ciò che conta, in questo secondo caso, sono le persone che hanno dialogato con la banda.

Le trattative messe in atto con gli uomini di Maniero sarebbero state portate avanti da nomi noti anche nella trattativa stato-mafia, come Paolo Bellini, lo 007 che agiva per conto del maresciallo Roberto Tempesta strettamente collegati entrambi a Nino Gioè (morto suicida in carcere nel 1993, e al fianco di Giovanni Brusca quando venne azionato il comando che fece saltare in aria Giovanni Falcone e la sua scorta). Un incrocio di volti e compiti che al momento rimane tale e che ora si inserisce come uno scenario probabilmente non nuovo per gli investigatori, ma sicuramente inedito per chi negli anni ’80 e ’90 ha visto scorrere fiumi di sangue in tutto il Veneto. Le estorsioni, i delitti, gli assalti e le rapine della banda hanno segnato le cronache di quegli anni. Che Maniero non facesse tutto da solo era noto. Il sospetto che le rapine fossero su commissione dei servizi segreti, e le strette connessioni tra la banda e la mafia siciliana sono ormai letteratura. Negli anni ’80 le bische del gioco d’azzardo passavano necessariamente per il racket di Maniero, Andrioli e Gaetano Fidanzati, boss siciliano in soggiorno obbligato con l’intera famiglia in Lombardia. Nella banda c’era anche Antonino Duca (morto qualche tempo fa a Cadoneghe, piccolo comune a nord di Padova), altro soggiornante obbligato vicino a Stefano Bontate. Tutte vicende del passato che ora potrebbero essere utili per ricostruire i comprimari della presunta trattativa pre e post stragi.

Maniero venne arrestato nel 1995 a Torino, ha scontato la sua pena, che è stata ridotta in quanto collaboratore di giustizia. Il processo Rialto giunto qualche mese fa in Cassazione, decapitò la banda e incriminò per la rima volta un’associazione criminale mafiosa veneta completamente ‘autoctona’ rispetto alle altre, più conosciute, del sud Italia. Collaborando, Maniero ha contribuito a definire ruoli e mansioni ad ogni componete della banda, inclusi carabinieri e poliziotti che gli passavano le informazioni e che erano, come lui stesso diceva “sul suo libro paga”. Ma probabilmente tutta la verità non è ancora emersa, e i tasselli mancanti per comprendere le stragi potrebbero trovarsi tra i ricordi dello stesso boss del Brenta. di Roberta Polese – http://www.ilfattoquotidiano.it