Processo trattativa, il pm NINO DI MATTEO chiede di sentire il pentito CARMELO D'AMICO

Il collaboratore di giustizia di Barcellona Pozzo di Gotto Carmelo D’Amico, il pentito dell’Acquasanta Vito Galatolo, ed i funzionari del Dap Giuseppe Falcone (ex presidente del tribunale dei minorenni, tra i candidati a sostituire Amato alla direzione del Dap nel 1993 e poi superato nella “corsa” da Adalberto Capriotti), Giuseppe Miliano e Massimo Parisi. Questi i testi che l’accusa, rappresentata in aula dal pm Nino Di Matteo, ha richiesto di aggiungere all’elenco delle nuove prove. Sul punto la Corte deciderà dopo aver ascoltato il parere degli avvocati difensori. Nel frattempo Di Matteo ha motivato il capitolato di prova in cui verrebbero sentiti i nuovi testimoni. Per quanto riguarda Carmelo D’Amico, “perché riferisca quanto a sua conoscenza e quanto ha appreso da altri affiliati a Cosa nostra in merito all’iniziativa di alcuni esponenti istituzionali nel 1992 di contattare Riina Salvatore e Provenzano Bernardo per verificare cosa l’organizzazione Cosa nostra volesse in cambio dell’abbandono della strategia intrapresa con i primi omicidi eccellenti”. Inoltre anche sul “ruolo in particolare di Ciancimino Vito e Cinà Antonino, sulle esistenza di documenti scritti contenenti richieste avanzate nell’interesse dell’organizzazione mafiosa, sulle coperture istituzionali della latitanza di Bernardo Provenzano. Sulla permanenza a Barcellona Pozzo di Gotto dell’allora latitante Benedetto Santapaola, sulla conoscenza e sul ruolo di Cattafi Rosario in merito alla latitanza di Santapaola a Barcellona”. Infine su “quanto appreso dal Rotolo nel corso del 2014 su conoscenza di ulteriori attentati nei confronti di magistrati”. Per quanto riguarda Vito Galatolo, il pentito che ha svelato i piani di morte nei confronti dello stesso Di Matteo, l’accusa ha chiesto di sentirlo “su quanto a sua eventuale conoscenza sui fatti in contestazione. Su i colloqui e rapporti intrattenuti con altri uomini d’onore nel 1992 anche con riferimento in preparazione di attentati e stragi. Sui rapporti della famiglia mafiosa di appartenenza e più in generale del mandamento mafiosi di Resuttana con esponenti dei servizi di sicurezza anche nel periodo delle stragi. E poi su quanto a sua diretta conoscenza su preparazione di attentati nei confronti di magistrati nel corso degli anni dal 2012 in poi, E in particolare sulle motivazioni allo stesso prospettati di tali progetti”. Per quanto riguarda l’ex Dap Giuseppe Falcone con riferimento al suo “ruolo interno del Dap e ancor più nello specifico alle proposte avute nel corso del 1993 di assumere incarico di direttore o vice direttore del suddetto dipartimento”. Infine, per quanto riguarda Giuseppe Milano e Massimo Parisi, entrambi già in servizio presso il carcere “Opera” di Milano, “per riferire entrambi quanto a loro conoscenza nella qualità di funzionari dell’amministrazione penitenziaria all’epoca in servizio presso il carcere di Milano Opera sulle visite del dottor Di Maggio al direttore del carcere nel periodo in cui presso in quella struttura era detenuto Cattafi Rosario”. Miliano, che nel frattempo è diventato magistrato, ha chiesto di parlare con la Procura di Palermo nel dicembre 2014. Il processo è stato quindi rinviato al 19 marzo, quando dovrebbero essere sentiti i testimoni Mastropietro e Canale. di Aaron Pettinari – http://www.antimafiaduemila.com

Processo trattativa, ex Dap Cirignotta: “Di Maggio mi disse ‘Per i sette anni di Scalfaro io sono coperto’”.
di Aaron Pettinari – 5 marzo 2015
“L’ex vice capo del Dap Francesco Di Maggio diceva spesso ‘io per i sette anni di Scalfaro sono coperto’”. A dirlo è Salvatore Cirignotta, ex direttore generale dell’Asp di Palermo, che sta rispondendo alle domande dei pm Nino Di Matteo e Francesco Del Bene al processo trattativa Stato-mafia. “Fu proprio Di Maggio a richiamarmi al Dap – ha detto Cirignotta – La prima volta mi chiamò tra l’agosto ed il settembre 1993 dove mi propose di diventare direttore dell’ufficio detenuti. Alla fine accettai l’incarico che occupai dal 1994 al 1999. Quei discorsi su Scalfaro non li fece solo a me. A dire il vero la prima volta la sentì da parte di Luigi Daga”. Un episodio che secondo l’ex Dap sarebbe avvenuto quando ancora non era tornato come dirigente all’interno del Dipartimento penitenziario. “Mi trovavo per caso al Dap e dall’ufficio di Di Maggio si sentiva una discussione particolarmente animata tra lui e Daga. Proprio nell’immediatezza di questa discussione Daga mi commentò ‘Debbo stare calmo e sottomesso perché lui resta finché c’è Scalfaro e io per sette anni posso schiattare”. Cirignotta ha anche riferito che all’interno del Dap era risaputo che Capriotti era il direttore ma che in realtà a muovere le cose era soprattutto Di Maggio. Era lui che di fatto dirigeva l’ufficio”.

Processo trattativa, ex Dap Cirignotta: “Dietro all’evasione di Felice Maniero l’ombra dei servizi”
di Aaron Pettinari – 5 marzo 2015 – Ore 11:00
“Nel 1994 ero alla direzione dell’ufficio detenuti e dalla segreteria di sicurezza mi chiedevano continuamente il fascicolo di Felice Maniero. C’era stata l’evasione e la situazione era delicata. Correva voce che erano arrivati dei fonogrammi in cui si prospettava proprio l’evasine di Maniero ed ebbi la sensazione che qualcuno volesse aggiungere questi documenti nel fascicolo del capo del noto boss della mafia del Brenta. Pensai subito ai servizi di sicurezza”. A raccontarlo è l’ex direttore dell’ufficio detenuti al Dap, Salvatore Cirignotta, oggi teste al processo trattativa Stato-mafia che si svolge presso l’aula bunker dell’Ucciardone. Alla direzione della segreteria di sicurezza del Dap vi era all’epoca l’ex generale Enrico Ragosa. “Ero a conoscenza del fatto che Ragosa veniva dai servizi – ha detto Cirignotta – Lui mi chiedeva i fascicoli ed anche Francesco Di Maggio intervenne in merito. Io spiegai che non potevo far uscire fascicoli dall’ufficio se prima non fosse esaminato da un membro del mio ufficio”.

Giovedì 5 marzo 2015, dalle ore 9:30, si terrà la prossima udienza del processo trattativa Stato-mafia presso l’aula bunker del carcere Ucciardone di Palermo.
Verranno esaminati in qualità di teste Giuseppe La Greca e Salvatore Cirignotta.

Nel processo, di competenza della Procura di Palermo, i pubblici ministeri dovranno accertare le responsabilità di chi è accusato di aver aperto un dialogo con Cosa nostra, al fine di far cessare la strategia stragista messa in atto nei primi anni ’90. Tra gli imputati, oltre a boss mafiosi (Totò Riina, Leoluca Bagarella, Antonino Cinà) figurano anche collaboratori di giustizia (Giovanni Brusca), ex politici (Nicola Mancino, Marcello Dell’Utri), ex ufficiali del Ros (Mario Mori, Antonio Subranni, Giuseppe De Donno) e Massimo Ciancimino.

Del processo si occupano i pm Nino Di Matteo, Francesco Del Bene, Roberto Tartaglia e Vittorio Teresi.