RASSEGNAWEB – MESSINA: Il boss pentito D'Amico, 'Bisognano doveva morire'

D'AMICO

ALESSANDRA SERIO – TEMPOSTRETTO.IT – Prosegue la deposizione in aula dell’ex boss pentito di Cosa Nostra barcellonese Carmelo D’Amico. Il neo pentito è tornato in aula di Corte d’Appello dove si celebra il processo Gotha 3, ieri mattina, ed ha risposto alle domande dei difensori degli indagati e dei legali delle parti civili. E anche ieri ha rivelato retroscena inediti della vita del clan barcellonese negli ultimi 30 anni, ed ha confermato altre vicende già note agli investigatori. In particolare D’Amico ha raccontato della frattura interna al clan che rischiava di dare vita ad una lunga scia di sangue. Frattura poi ricomposta dal “Gotha” del clan appunto.

Ascoltato in video conferenza dalla località protetta che lo ospita, D’Amico ha ribadito col consueto piglio dimostrato anche nelle scorse udienze che i vari gruppi della mafia barcellonese agivano concordamente, ma non sempre hanno spartito la stessa cassa. In alcuni anni, ha precisato D’Amico, le casse erano due, una da lui tenuta, l’altra affidata a Giovanni Rao, considerato il cassiere della famiglia del Longano. Proprio per alcuni contrasti sulla cassa, ad un certo punto, si rischiò la frattura. Ad aprirla fu Carmelo Bisognano, l’ex capo di Mazzarrà Sant’Andrea, primo tra i nuovi pentiti barcellonesi che all’inizio del decennio ha consentito alle forze dell’Ordine di assestare durissimi colpi alla mafia del Longano. “Bisognano doveva morire – ha detto D’Amico – sono stato io a salvargli la vita. Mimmo Tramontana lo voleva morto, io ero compare di Tramontana, mi sono adoperato io per salvargli la vita. Avevamo discusso con Sam Di Salvo, con Giovanni Rao, ma la frattura si era poi sanata, loro avevano dato ragione a me, Bisognano doveva darmi i soldi, doveva portarmi 6 mila euro al mese“.

La sentenza di morte su Bisognano era già nota agli investigatori. E la conosceva anche l’ex capo dei mazzarroti tanto che, scarcerato alla metà del decennio scorso, ha rischiato grosso ed è stato “salvato” dalle manette. Così qualche anno fa ha deciso di collaborare con la giustizia. “Bisognano doveva morire, lo ha salvato che è stato arrestato” ha ribadito D’Amico “lo avevamo mandato avanti per bruciarlo, l’ordine era di mandarlo avanti, bruciarlo e poi eliminarlo”, ha rivelato il boss pentito a proposito della scalata al potere di Bisognano, poi “deposto” dallo stesso D’Amico, alleatosi col rivale diretto di Bisognano, il mazzarroto Tindaro Calabrese. D’Amico ha poi parlato a lungo di Ciccio Rugolo, suocero del capo storico del clan, Giuseppe Gullotti. “Era uomo d’onore della famiglia di Palermo, fatto uomo d’onore da Michele Greco, aveva rapporti diretti con i calabresi“.

Non sono ovviamente mancate le domande sull’imputato principale alla sbarra, Rosario Pio Cattafi, che ad un certo punto è intervenuto in video conferenza per ribattere alle affermazioni del pentito e dei difensori. “Conoscevo il nipote di Cattafi – da detto D’Amico, figlio dell’ex sindaco di Furnari – andavamo a caccia insieme. Io avevo questa passione della caccia, e una volta in un terreno della famiglia Cattafi, a Mazzarrà, ho avuto il permesso da loro, che mi conoscevano, di portare un mezzo in un terreno dove c’era un grande cipresso, per spianare e fare dei sentieri che usavamo per la caccia. Si è interessato Cattafi per darmi il permesso”. Non è ancora finita. Il controesame di D’Amico si annuncia lungo, al processo d’appello; si riprende a fine aprile.