A TU PER TU: LIBERO COME ANTONIO BELLOPEDE. LO SCHIAFFO A TOTO’ E LA SERIE A TRADITA. “VOGLIO TORNARE A MESSINA” di Enzo Cardile

24 Marzo 2017 Culture

Le prime volte che andavo al Campo a vedere il Messina, nella speranza di capire quali fossero le regole del calcio, chiedevo a mio padre tutto ciò che sentivo urlare dai miei facinorosi vicini di posto. Lui mi rispondeva esclusivamente nel pre partita, nell’intervallo o nel post partita, pur di non perdere un attimo di quei fantastici novanta minuti.
Mi ricordo che una volta gli chiesi proprio chi era il “libero”, intendendo cosa facesse in campo quel tipo di giocatore, con quel magico sostantivo che lo appellava e lui, guardandomi mi disse: “Il libero è il capitano, Bellopede, guardalo ed impara, come lui non ce n’è”. Da quel momento in poi, in ogni partita fissavo parte della mia attenzione su di lui, cercando di capirne movimenti, movenze e tecniche di gioco.
Col tempo capì la magia della maglia numero 6, indossata spesso da un leader, il capitano generalmente, il baluardo che stava due o tre passi indietro l’ultimo difensore, che andava a chiudere, a raddoppiare, ad aiutare i compagni nelle difficoltà e poi ripartiva, impostando la manovra con visione di gioco, tecnica, personalità e maturità, il tutto “libero dagli schemi”.
Questa figura nacque grazie a Karl Rappan, allenatore del Servette degli anni ‘30, che decise di arretrare un centrocampista dietro la linea dei difensori, per fargli impostare la manovra, e poi ebbe la sua evoluzione nell’Italia catenacciara di Rocco ed Herrera. Così negli anni ’80, sulla scia di capitan Picchi e Beckenbauer, passando da Scirea a Baresi, a Messina c’era un “libero” di tutto rispetto, che era appunto Antonio Bellopede da Sparanise.
Io me lo ricordo così, uscire a testa alta dalla propria area di rigore palla al piede, consapevole di dove fosse il pallone e di dove lo doveva lanciare, giocando spesso d’anticipo e lui, raccontandosi, così si ricorda: “A me piaceva molto partecipare alla manovra, non ero il classico libero o centrale statico, che stava là solo a fare il difensore, mi piaceva impostare, stare nel centro dell’azione, scambiare coi compagni, partecipare, e questo portava anche dei frutti… figurati che una volta, in C1 con Scoglio, perdevamo uno a zero contro il Campania, e lui, l’ultima mezz’ora mi tolse dalla marcatura, spostandomi più a centrocampo, ed io segnai… abbiamo fatto uno ad uno!”
Bellopede in quegli anni era il capitano, parte del Messina e di Messina, una città che gli ha lasciato molto umanamente e calcisticamente, “perché la domenica il Celeste era stracolmo, durante gli allenamenti c’erano migliaia di persone a vederci, l’entusiasmo era alle stelle. In quegli allenamenti, finiti gli esercizi di routine, stavamo minimo altri quaranta minuti, un ora, a provare le famose “palle inattive”: schemi su punizioni e calci d’angolo, che in quegli anni ci hanno fatto fare una valanga di gol, trovandone i frutti, anche se era un po’ noioso; su due gol che facevamo, uno era su palla inattiva”.
Mi racconta di una squadra unita, che si divertiva senza stress, “perché noi ci allenavamo quelle due ore e ci divertivamo, lo stress c’e l’ha chi si sveglia la mattina e va a lavorare, per noi era solo gioco”. Racconta di uno “spogliatoio inaccessibile, perché il mister non voleva far filtrare nulla fuori, però era uno spogliatoio dove, ripeto, ci si divertiva, si scherzava fino a mezz’ora prima della partita… Catalano, Vendittelli, Di Palma erano i più casinisti, io invece ero un leader un po’ più silenzioso, il capitano, ma ero tenuto tanto in considerazione, tanto che col mister, anche lui di poche parole, ci confrontavamo spesso, sia prima che dopo la partita”.
Lui era un “libero” di carattere, talmente leader da dare persino uno schiaffo a metà campo ad un futuro campione, durante una partita: ”Si perché Totò (Schillaci ndr) dopo dieci minuti dall’inizio della partita fù ammonito, poi, non passò neanche un quarto d’ora, che gli fecero un fallaccio a centrocampo e lui si imbestialì, andando a reagire, ed io corsi per calmarlo, volendogli far capire che era stato già ammonito. Lui non voleva capire e mi scappò quello schiaffo, ma era uno schiaffo paterno… Totò era un bravo ragazzo, molto giovane all’epoca, alla ribalta, guai a chi lo toccava, e poi era uno che faceva sempre gol, per cui lo coccolavamo…”.
Lui, capitano e leader che si confrontava e scontrava anche con gli arbitri, racconta di “un rapporto che non è stato mai idilliaco, però io sapevo scrutare molto il momento, la situazione, per cui capivo quando potevo mandarlo a quel paese, senza essere ammonito, ed altri momenti in cui era meglio che stavo zitto… Ma gli arbitri di allora erano diversi. Prima c’era solo una telecamera in campo, adesso, ad ogni partita ci sono quaranta telecamere, e l’arbitro è sempre sotto osservazione, per cui, a volte peccano di protagonismo. Allora c’erano signori arbitri come Agnolin, il figlio di Lo Bello… gente di una certa levatura, che non faceva mai il protagonista”.
Un Bellopede però ancora leader della “sua” squadra, che difende ancora oggi, pur con l’amaro in bocca, quando, dopo trent’anni, gli si chiedono i motivi per cui quella barca, veleggiante a gonfie vele verso la serie A, ad un certo punto si fermò, diventando una barca abbandonata alla deriva, senza più timone. ”Più che i motivi, le persone si devono chiedere del perché Scoglio è andato via un mese, senza dire nulla. Ricordo ancora quando ci disse che dal martedì seguente sarebbe andato via, e che il prof.  Cento, il preparatore, avrebbe fatto l’allenamento… A noi questo ci tagliò le gambe, perché stavamo a sei partite dalla fine ed avevamo tre o quattro punti dalle inseguitrici, con tre partite in casa e due fuori, quindi bastava proprio poco. Io l’ho vista come una cosa poco chiara, perché un allenatore che sta andando in serie A non abbandona la squadra e se ne va per un mese… Qualcuno gli avrà detto che in serie A non si doveva salire, forse perché non c’era il campo e si sarebbe dovuto giocare a Catania, non lo so… e quindi lui avrà pensato di andarsene a fare il corso di allenatore in Russia, a farsi le sue cose… Poi sapete benissimo che quando non c’è l’allenatore, quando non c’è il capo, gli allenamenti si fanno in un certo modo, blandi, per cui, in campo, dopo quaranta minuti non ce la facevamo più fisicamente. Anche Massimino nell’ultimo mese scomparì…”.
La sua voce a questo punto si fa triste ed amara, perché sa di raccontare il suo più grande rimpianto, quello di non aver raggiunto la promozione nella massima serie: “Io ormai avevo trentunanni, ed era l’ultima chance per me per arrivare al grande calcio. Quella serie A per Messina sarebbe stata l’apoteosi. Con Scoglio e tutta la squadra. Io ho tanti giornali di quel periodo ed ogni tanto mi metto a guardare il passato. Guardando quella classifica, guardando le squadre, mi resta l’amaro in bocca… Quella squadra, con qualche innesto e con Scoglio, l’anno successivo si sarebbe pure salvata in Serie A, ne sono più che sicuro”.
E questo, anche grazie al Celeste. “I guai per il Messina sono iniziati quando ha lasciato il Celeste” dice, “io col Messina attuale ritornerei al Celeste, perché incute timore, quando è pieno, fa paura. Appena esci da lì sotto, il pubblico ti sta addosso. Io vedevo il timore negli occhi degli avversari, che erano abituati a giocare, al massimo, davanti ad un migliaio di persone, ma soprattutto negli arbitri, che erano condizionati dal tifo e dall’ambiente: se c’era una situazione al limite, te la fischiavano a favore… questo è poco ma sicuro. In quel periodo lo stadio era stracolmo, e mi ricordo che Massimino si lamentava con le maschere perche ogni domenica, cinquecento, mille persone entravano gratis, ma noi non siamo mai stati condizionati da certi ambienti della tifoseria, ma solo dal tifo”. Un tifo assordante che li caricava ancor prima di entrare nel fazzoletto verde, quando ancora “eravamo nel sottopassaggio del Celeste, che è molto lungo, e noi sentivamo la gente che cantava, gridava e che urlava, e man mano che ci avvicinavamo e salivamo le scalette, era un brivido per noi, figurarsi per gli avversari che non erano abituati a tutti quei tifosi”.
Oggi il capitano silenzioso, va in giro per l’Italia a fare l’osservatore di giovani vent’enni, come il figlio che fa il suo stesso ruolo di “libero” ad Ascoli, sperando sempre di poter tornare all’amata Messina “dove ho passato i migliori anni della mia vita calcistica”, a lavorare, “senza però mai riuscirci”. Adesso però, si potrebbe aprire qualche spiraglio lavorativo con il nuovo Presidente Proto e Lello Manfredi, anche perché “Proto è uomo che capisce di calcio, un uomo di calcio ed una brava persona, rispetto al presidente Massimino, che era una bravissima persona, che ci trattava benissimo, che ha messo tanti soldi, e che ha fatto molto per i messinesi, pur essendo catanese e capendo molto poco di calcio”.
Io, nel mio piccolo, penso che una squadra che voglia veramente andare avanti, abbia bisogno anche di leader silenziosi, di uomini “liberi”, attaccati ai colori sociali, che capiscano di calcio, e voi? Cosa ne pensate?