17 Giugno 2017 Sport e Spettacolo

AMARCORD di Vincenzo Cardile – CARMELO MANCUSO, IL TERZINO VOLANTE CHE TOLSE LA PALLA A MARADONA

di Vincenzo Cardile – L’ultima volta che avevo parlato con lui, allenava i bambini all’Unime, mentre qualche giorno fa, dopo tanti anni, l’ho incontrato in un bar e tra una granita limone e ‘mezzo freddo’, mi ha raccontato, proprio con l’entusiasmo di quei bambini, della magia del pallone. Una magia che riesce a colpire e rapire e che lui rivede sia negli occhi e nell’anima di un bimbo di una Scuola calcio, sia nel sinistro di Maradona, passando per le punizioni potenti di Di Bartolomei, attraverso il doppio palo fulmineo di Ronaldo a Lecce, o le serpentine di Evani, finendo nelle mani di Ciccio Currò e nei silenzi del suo maestro e papà calcistico, Bellopede.

Di chi sto parlando? Lo so, avete capito benissimo… ho avuto il piacere di chiacchierare col terzino del Messina anni 80’; quel tipetto palermitano che, tra un dribbling ed un cross, osannato dalla curva solcava la fascia alla velocità del vento, Carmelo Mancuso.

Carmelo arrivò a Messina in C2 a sedici anni, su segnalazione di Nino De Luca. A quell’epoca il Messina investì la bellezza di 37 milioni di lire di allora per strappare all’Amat Palermo Mancuso e un altro ragazzino sedicenne, dagli occhi spiritati, tale Salvatore Schillaci…

Arrivò a Messina che faceva il libero, ma in quel ruolo c’era gia’ Bellopede, così si propose terzino per scommessa… fu la sua vittoria!

Il debutto al Celeste avvenne nel settembre del 1982 contro la Grumese e lui lo racconta così:“Entrai al 71 esimo, sullo 0-0, dopo qualche minuto ci diedero un rigore che Santino Mondello trasformò inesorabilmente, nel boato del Celeste. Noi arrivavamo allo stadio un’ ora e mezza prima, il campo era già gremito in ogni ordine di posto, tanto che quando percorrevamo quei due stanzoni che formano il corridoio degli spogliatoi e poi salivamo quei quattro gradini che conducevano al manto erboso, si sentiva incessante il suono dei tamburi battenti e soprattutto l’urlo dei tifosi che, per farsi sentire ancora di più, si mettevano in obliquo, per far rimbombare i loro cori”.

Il Celeste all’epoca “era un catino che ci caricava, che ci dava quella spinta in più, al punto che una volta, contro il Barletta, Scoglio mi costrinse a giocare persino con una caviglia infortunata e fasciata: entrai in campo ed il tifo mi condizionò al punto da non sentire più nulla, neanche il dolore. Quando arrivai a Messina ero uno dei più piccoli. Ma per fortuna, accanto a me c’era gente del calibro di Iannucci, Pierini, Colaprete e soprattutto Bellopede, che non aveva niente da invidiare a Baresi, con cui successivamente ho anche giocato. Erano due giocatori praticamente uguali, stessa cattiveria, stessa tecnica, stessa capacità di trovarsi al posto giusto al momento giusto: solo una cosa lì ha divisi, la fortuna… Questo perché Bellopede, a diciott’anni, nell’ultima partita di campionato, prima di approdare alla Roma, che lo aveva già acquistato, ebbe un gravissimo infortunio che gli stroncò la carriera, il tutto per l’invidia del suo avversario. La Roma così lo scartò e lui dovette ricominciare da zero, covando dentro una cattiveria sportiva unica, che non ho mai rivisto in nessuno, unita però alla sua correttezza di uomo. Era un leader taciturno, come Baresi o Di Bartolomei, che nello spogliatoio del Milan non fiatavano mai, ma il loro silenzio valeva più di ogni altra parola… Al Milan giocai soltanto quattro partite, due contro il Napoli di Maradona, Careca, Giordano -, giocatori di altri livelli -, soprattutto se sospinti da un pubblico di ottantamila persone. Ancora oggi ho dentro le orecchie l’urlo di San Siro, quando di testa anticipai Maradona spinto in velocità verso la nostra area di rigore, e ripartì palla al piede tra l’entusiasmo del pubblico… Maradona era un vero campione anche fuori dal campo, aiutando tutti i suoi compagni. Tecnicamente era un genio, al punto che a San Siro ci segnò un gol di punta, anticipando Terraneo, come se stesse giocando a calcetto, rendendo semplici le cose che gli altri calciatori non avrebbero mai pensato di fare”.

Carmelo era svelto di gamba ed ora lo è di lingua, sciorina ricordi ed aneddoti che ti lasciano ammaliato, come quello su Maldini, “un ragazzo eccezionale, certamente avvantaggiato dal suo cognome, soprattutto con i giornalisti, che magari la domenica gli alzavano il voto… ma siamo amici, al punto che mi ha regalato la maglia originale della finale di coppa campioni vinta con lo Steaua”, o su Agostino Di Bartolomei, suo compagno di allenamento nel Milan, “perché Liedholm, faceva tutto con la palla e nella parte atletica faceva le coppie: io ero con Di Bartolomei, che era lento, molto lento… io arrivavo sempre primo, tranne una volta, che arrivò prima lui e rideva, perché mi fece distrarre da Virdis per farmi partire in ritardo… forse fu una delle ultime volte che lo vidi ridere”, o su Paolo Rossi, “arrivato al Milan ormai alla frutta, al punto che non ce la faceva a piegarsi… manco alle ginocchia arrivava.. rideva sempre. Segnò una doppietta nel derby e campò di rendita per un ann”, o su Chicco Evani, che col sinistro era il più forte di tutti, “forse faceva più di Maradona, impressionante” .

Nella sua carriera Mancuso ha avuto molti allenatori, rivelatisi tutti vincenti: per primo Prandelli, con cui ebbe alcuni contrasti, il vecchio Liedholm, Sonetti e Ventura, che gli fece capire come reinventarsi tatticamente in più ruoli, e soprattutto l’amato Professore, Franco Scoglio, “che al tempo, aveva già delle idee che oggi sarebbero attuali, ma aveva un solo difetto: voleva e vedeva soltanto undici giocatori, con cui giocava sempre, più un jolly, che in quel periodo era Paolo Petitti, che in quegli anni giocò dappertutto, pur essendo un centrale difensivo… questo è stato il motivo che poi ha portato il Messina a fermarsi nella cavalcata per la serie A. Ed infatti, la maggior parte dei giocatori della rosa, già avanti con gli anni, erano abituati a giocare in C1, che all’epoca era composta da sedici squadre, quindi trenta partite l’anno. In Serie B invece, si giocavano una quarantina di partite, e quindi l’undici titolare arrivò spompato alla fine del campionato. Non c’entra nulla il fatto che lui è andato via, non c’è stato nessun tradimento da parte del mister, il quale, essendo fissato con Lobanosky, decise di fare il master finale per il patentino di allenatore, proprio lì, in Russia. Non poteva fare diversamente, era obbligato. Così come è assurda la tesi che Caccia si era venduto le partite, dando il segnale agli avversari, abbassandosi i calzettoni: Franco era persona seria e giocava sempre con i calzettoni abbassati, proprio perché aveva i polpacci grossi, lui era cosi. Ci sono stati giocatori avversari che mi chiesero di accomodare delle partite, ma a Messina, vi posso garantire, che mai ci accordammo: a Messina non si passava e non ci vendevamo.”

Così, tra un cross ed un dribbling, correndo da Palermo a Messina, passando per Milano e Lecce, da Monza a Giarre e Casarano, Mancuso è rimasto fedele alla sua Messina, città acquisita, e se gli si chiede di ricordare Ciccio Currò, i suoi occhi si velano e compare una triste malinconia.

Racconta di quella volta in cui Ciccio, un lunedì sera, andò sotto casa della sua ragazza, oggi sua moglie, dicendogli di tornare a casa presto, perché l’indomani alle sei, lo avrebbero preso per partire ed andare in posto. L’indomani, un dirigente lo prese a casa ed andarono a Milano a firmare il contratto per il Milan: ”Io ero con la tuta, non avevo nulla, allora Nucifora si fermò a Linate a comprarmi un vestito per l’occasione. Arrivati in sede, mi attese il presidente Farina, che mi parlò in veneto stretto tutto il tempo, ed io gli stringevo la mano e ridevo, perché tanto non capivo nulla di quello che mi diceva. Dopo una settimana scappò in Sudafrica perché era ricercato dalla Finanza… Allora non c’erano procuratori, era tutto allo scuro, così come gl ingaggi che erano veramente irrisori rispetto a quelli di oggi. Tornato a Messina, giocammo l’ultima partita di campionato a Barletta e, a fine partita, Ciccio si avvicinò, mi baciò e, salutandomi, mi diede un sacchetto dell’Upim, dentro c’era una cintura… questo gesto, da padre, lo porto sempre dentro, come la sua figura, che per me resterà sempre indelebile. Indelebile è anche la figura del dott. Ricciardi, che una volta dovette portare la benzina a Scoglio, rimasto a piedi con la macchina, prendendolo in giro perché diceva che gli metteva la benzina esatta per arrivare allo stadio…”. Era un calcio diverso, forse più umano, una dimensione tranquilla, dove si giocava per il mister e per la maglia, non per i soldi.

Anche da allenatore, Carmelo ha cercato di dare il suo meglio in ogni categoria, magari incontrando presidenti di spessore come Proto, odierno presidente dell’ACR, primo presidente avuto in eccellenza, nell’Atletico Catania, che nel suo ufficio aveva la scritta: “Portatemi soluzioni, non problemi”, il quale magari, suggeriva l’impiego di qualche giocatore, rispetto a qualche altro, senza però trovare terreno fertile. Mancuso ha allenato anche la Primavera del Messina, ai tempi dell’ultima serie A. In quel momento, passò un treno importante, l’occasione della vita, che svanì per un soffio, doveva sostituire l’esonerato allenatore della prima squadra, “sennonchè nella notte, lo staff dirigenziale decise di chiamare un altro, ed il sogno di allenare la prima squadra svanì”. Volete sapere però quale fù la soddisfazione del Guerriero Mancuso in quell’anno? “Il giovedì giocava la prima squadra contro la mia primavera e, l’ultima volta, ricordo che Giordano volle fare un tempo, che durò però sessantuno minuti anzicchè quarantacinque… perché la prima squadra, con Zoro, Riganò, ecc. perdeva uno a zero, e non riuscivano a segnare e pareggiare, manco a morire… finchè, non facendocela più, il Mister fischiò un rigore inesistente e la contestuale fine della partitella, dicendomi: Mister non ti seccare, non giochiamo più contro, preferisco giocare contro gli allievi… Giordano fu un grande giocatore, ma come allenatore… a fine anno, Bolchi mi disse che dopo tanti anni da allenatore, non aveva mai visto le cose viste a Messina nei sui quattro mesi da allenatore. Dopo quella esperienza smise pure di allenare”.

Se gli chiedi se nel prossimo futuro si vede come allenatore o assicuratore, Mancuso non ha dubbi, e ti dice che lui, dopo essersi speso ed aver speso, anche di tasca sua, per la sua Messina, si vede ancora nel mondo del calcio, “perché è la mia vita, ci sono stato molti anni e mi piacerebbe continuare a starci”, magari dando la sua esperienza e valori sportivi ed umani che lo contraddistinguono, per una causa che ancora sente sua, la maglia giallorossa. Come non dargli un’altra occasione…