LA STORIA: Abu, dal Gambia a Messina inseguendo un sogno. E anche Totti si commuove

17 gennaio 2018 Cronaca di Messina

Abubacarr Konta sa cosa è il dolore. Ha appena 16 anni e tra qualche giorno festeggerà il secondo anniversario dell’arrivo in Italia. Una sorta di compleanno: l’inizio di una nuova vita alimentata dal sogno di diventare un calciatore professionista. Una storia raccontata da gazzetta.it che ha commosso anche Francesco Totti che gli ha dedicato un tweet.

IL CALCIO È LA MIA VITA — Abu è sbarcato sulla costa siciliana dopo aver guardato la morte negli occhi. Quelli di un suo amico, annegato mentre invocava il suo aiuto: “Ma io non potevo fare nulla perché dovevo prima salvare me stesso” racconta a Uefa.com, nell’ambito della campagna #EqualGame sostenuta anche dalla Figc. Ora Abu è nel centro Sprar di Giammoro, in provincia di Messina, assieme a un gruppo di ragazzi tra i 15 e i 18 anni con cui studia l’italiano, impara a lavorare la terra e a cucinare. E gioca a pallone. Sì, perché Abu ha un gran talento, ha Xabi Alonso come idolo e, soprattutto, ha trovato nel calcio un grande veicolo di integrazione. “Il calcio è la mia vita. Unisce le persone e quando gioco sono felice. Il calcio ci ha trasformati in una famiglia, siamo sempre pronti ad aiutarci l’uno con l’altro”.

IL VIAGGIO DELLA SPERANZA — È nato e cresciuto nella povertà più estrema e senza genitori, morti qualche anno fa. A 14 anni – solo anagrafici per chi è diventato grande troppo presto e a proprie spese – ha lasciato tutto alla ricerca di un futuro con i contorni della consistenza di un sogno. “Ho lasciato il Gambia per il Senegal – ricorda – e il giorno della partenza molti miei amici mi dicevano di non andare. Ho pianto. Ma sentivo di dover andare. Ho trascorso due settimane in Senegal, poi sono stato per tre settimane in Mali. Sono passato per Burkina Faso e Niger fino ad arrivare in Libia, dove sono rimasto per tre mesi”. E dalla Libia è cominciata la traversata in direzione Sicilia, dove è arrivato con solo una maglietta e un paio di pantaloncini. E neanche un paio di scarpe. “Sono grato alla popolazione siciliana. Hanno cambiato la mia vita e la situazione che dovevo affrontare ogni giorno. Se non mi avessero aiutato, avrei potuto essere morto adesso. Mi hanno portato vestiti e scarpe e mi hanno trovato un lavoro”. Per continuare a coltivare il grande sogno.