OPERAZIONE GOTHA 7, GLI INTERROGATORI: CAPI E GREGARI SCELGONO LA STRADA DEL SILENZIO. LE INTIMIDAZIONE AI TITOLARI DI UNA MACELLERIA RACCONTATE DA UN PENTITO

27 gennaio 2018 Inchieste/Giudiziaria
Leonardo Orlando – Barcellona – Sono iniziati ieri gli interrogatori di garanzia per i primi indagati rinchiusi in diverse carceri siciliane e del resto d”Italia, da Milano a Nuoro e da Palermo fino a Siracusa. Interrogatori che a secondo dei casi sono stati effettuati direttamente dal Gip distrettuale del Tribunale di Messina Monica Marino o per rogatoria da altri giudici dei Tribunali che hanno giurisdizione sulle località in cui hanno sede gli Istituti giudiziari a cui è stata affidata la custodia cautelare degli indagati. Interrogato anche l’ex vicepresidente del Consiglio comunale di Milazzo Santino Napoli, destinatario rispetto agli altri soggetti accusati di aver fatto parte dell’associazione mafiosa riconducibile alla famiglia dei “Barcellonesi” di ordine di custodia cautelare ai “domiciliari” nella sua casa di Milazzo. Napoli, difeso dall’avv. Antonio Siracusa, si è avvalso della facoltà di non rispondere. Non hanno risposto alle domande capi e gregari, come Agostino Milone, il cognato Domenico Molino, l’ex consigliere comunale di terme Vigliatore Francesco Carmelo Salamone, tutti rinchiusi nel carcere di Pagliarelli a Palermo, difesi dagli avv. Tommaso Calderone e Sebastiano Campanella. A rispondere alle domande, respingendo le accuse, un altro dei capi che dopo la scarcerazione di qualche anno fa ha conquistato il traguardo del vertice, Mariano Foti, difeso dall’avv. Tino Celi. A non rispondere alle domande del Gip anche altri personaggi di primo piano il re dei fruttivendoli che sostano abusivamente e impunemente davanti al Municipio di Barcellona Nino Antonuccio e l’imprenditore edile gioiosano Tindaro Marino, difesi dall’avv. Pinuccio Calabrò. Scena muta anche da parte di Tommaso Spada, mentre Antonino De Luca Cardillo, ha risposto per discolparsi, entrambi difesi dall’avv. Gaetano Pino. Nel carcere di Siracusa non hanno invece risposto Giuseppe Antonio Impalà e Fabrizio Garofalo, entrambi difesi dall’avv. Diego Lanza. Non sono stati ancora interrogati invece tutti i detenuti che si trovavano rinchiusi in carcere per altri procedimenti sottoposti al regime carcerario del 41 bis, il cosiddetto carcere duro. Gli interrogatori degli arrestati proseguiranno oggi e anche lunedì.
Intanto dagli atti giudiziari del procedimento contro il “Gotha” mafioso dei “Barcellonesi”, emergono altre forme di ritorsione per chi non accettava l’imposizione di forniture commerciali, come la carne destinata da taluni allevamenti alle macellerie settore questo che per la mafia è uno dei fattori tradizionalmente trainanti.
A parlare il pentito Franco Munafò che ha raccontato, per avervi partecipato personalmente, come Sebastiano Chiofalo commise anche l’attentato ai danni della macelleria dei “F.lli Bucca” in via Medaglia d’Oro Stefano Cattafi, fatto che fu eseguito il 3 aprile 2014. L’attentato effettuato con fucili, furono sparati 6 colpi caricati a pallettoni, oltre che con la partecipazione dello stesso collaboratore di giustizia, assieme al fratello Salvatore Chiofalo su richiesta di Gianni Calderone. Quest’ultimo in quel periodo si trovava agli arresti domiciliari. I motivi dell’attento sarebbero da ricercare nel fatto che i F.lli Bucca avevano smesso di fare favori alla famiglia Calderone. Infatti, come raccontato dal pentito che prese parte alla spedizione punitiva “la cognata di Gianni Calderone era costretta a pagare la carne, visto che quando Antonino Calderone era libero, costui non l’aveva mai pagata”. Per quel motivo, Gianni Calderone, che in quel periodo si trovava agli arresti domiciliari per l’operazione “Gotha 4”, “diede incarico a me ed a Salvatore Chiofalo di sparare a questa macelleria”. A sparare da una Fiat Uno rubata “da dentro l’autovettura, con un fucile semiautomatico contro tre serrande relative a quella macelleria, fu Salvatore Chiofalo. Mi pare che Salvatore Chiofalo sparò due colpi in ognuna di queste saracinesche”. Per questa vicenda uno dei partecipanti alla spedizione punitiva Sebastiano Chiofalo, a giugno del 2017 ha ottenuto l’assoluzione dal Tribunale di Barcellona, assieme ad un secondo imputato che il pentito non ha indicato.
fonte da gazzetta del sud